L’eredità italiana

L’eredità italiana

Quando la ferita è profonda, il sangue che scorre non è facile da cicatrizzare, in sé stessa è una tristezza opaca che difficilmente cicatrizzerà del tutto”, scrive  Mario Benedetti, famoso scrittore uruguayano.
La testimonianza che segue, riportata da Marianela Fantini di Mariano H. Alfonzo il 3 ottobre 2003, è il racconto che G. D. A. fa della sua vita: l’infanzia spensierata tra le bancarelle delle fiere, la morte dei familiari nel secondo conflitto mondiale, la guerra in Africa dove fu costretto ad atti di cannibalismo per poter sopravvivere. Non sono ricordi che si dimenticano facilmente, anche se è passato tanto tempo…

Cerco di non pensare, ma inevitabilmente i ricordi tornano a galla, dolorosi, in un periodo nel quale la morte predominava sulla vita, dove erano frequenti tristezza e sofferenza. Una storia semplice che racconta una vita di ottantasei anni.
Il 4 febbraio del 1916 nella casa dei D.A. sentirono il pianto di un neonato per la quarta volta. Ero venuto al mondo io.
Il paese mi ricevette con le braccia aperte e brindò al mio arrivo; mi lasciò muovere in libertà, respirare la sua aria ed amare la sua storia, un magnifico paesaggio che nemmeno gli anni né i brutti ricordi hanno cancellato dalla mia mente.
L´infanzia la trascorsi tra le fiere nei paesi vicini: mio padre, commerciante, mi portava assieme a mia madre ed ai miei fratelli a tutte le fiere che si organizzavano. Alla mia età non capivo molto, però stare insieme alla mia famiglia e divertirmi tra le bancarelle mi rendeva felice.
Intanto il tempo passava, la situazione cambiò ed arrivò la guerra: avevo ventitre anni quando mi ritrovai in quella più terribile e feroce. Correva l’anno 1939, cominciava il secondo conflitto mondiale e io vi prendevo parte. Mi allontanarono dalla famiglia, mi strapparono dalla mia terra per portarmi a Firenze dove sapevo che la mia vita sarebbe finita.
Non vedevo più lo splendido paesaggio natìo, non andavo alle fiere con i miei genitori. Tutto era diverso: i pascoli verdi erano bagnati di sangue; al suolo c’erano corpi inermi che, abbandonati dalle loro anime, non erano altro che pasto per vermi.
Era tutto così difficile! L’amore per il prossimo che mi avevano inculcato da piccolo in un solo istante si era trasformato in odio incondizionato; ero costretto ad uccidere i miei simili che non conoscevo ma che, solo per l’uniforme diversa dalla mia, dovevo sterminare.
Le battaglie erano eterne ed il riposo scarso: avevo appena il tempo di pensare ai miei cari e ricordare i bei momenti che avrei passato insieme a loro quando sarei tornato, ma sempre un boato o un grido d’aiuto interrompeva la mia utopia e ancora terrore, nient’altro che continuare ad uccidere, ad odiare, a cercare di sopravvivere.
Una notte qualunque come questa, che in Italia doveva essere romantica e affascinante, mi imbarcai con migliaia di soldati tedeschi verso l’Africa dove vissi i peggiori anni della mia vita.
I combattimenti era violenti e sanguinosi e quello di Tobruk fu come un inferno in terra. La vita nel deserto era insopportabile, le giornate caldissime, le notti gelide, gli alimenti insufficienti e l’acqua scarsa.
Nessuno di noi voleva morire di fame o di sete, e con tutto lo schifo ed il dolore del mondo, mangiavamo la carne dei soldati morti in battaglia, e il loro sangue ci serviva per saziare la sete, fino a quando lo stomaco smetteva di brontolare, fino a quando ci reggevano le gambe, finché non ero certo che la morte era scampata.
Molte volte pensai di togliermi la vita invece di sfoderare il coltello e tagliare un pezzo di carne umana per mangiarlo, però il ricordo dei miei cari, della mia gente e l’amore della patria mi davano le forze necessarie per continuare questa inumana e sporca guerra. Rimasi in Africa fino alla fine del conflitto.
Quel giorno toccai il cielo con un dito: tornavo a casa, al mio paese, alle mie origini, ma il sogno sfumò di nuovo durante il ritorno e si trasformò in incubo.
L’Italia non era come l’avevo lasciata e di quella cittadina da sogno rimanevano solo rovine.
La mia casa non era più la stessa. Quando aprii la porta, tutta la famiglia mi stava aspettando. Le lacrime inondarono i miei occhi e balbettando per il pianto, domandai perché al mio rientro dopo tanti mesi, mancavano mio padre e mio fratello Nazzareno.
Mia madre non sapeva come dirmi quello che in quell’istante era per me inimmaginabile e cioè che erano morti. Di nuovo la vita mi colpiva duro e mi metteva ko.
Con il passare del tempo, con l’aiuto della gente che mi amava, riuscii a superare il trauma della morte dei miei familiari, però le ferite di guerra non si rimarginavano e ogni giorno sanguinavano di più.
Tre anni dopo mi sposai con Lucia Vittori, nipote di un caro amico che come tanti cittadini italiani soffrì e visse ogni battaglia, ogni bomba e ogni morte.
La sua gioventù non fu come quella di un’adolescente qualsiasi: durante la guerra lei e la sua famiglia vissero rinchiusi nello scantinato della propria casa, per non diventare vittime innocenti del conflitto.
Lucia fu l’amore della mia vita, la luce che riaccese l’oscurità con cui la guerra aveva coperto il mio cuore; mi amò e questa fu la cosa più importante.
Non avevamo molte cose in comune, però condividevamo una cosa: entrambi avevamo sofferto molto e decidemmo di fuggire dall’Italia, fuggire dalla desolazione, rinascere in un altro angolo del mondo dove non ci fossero stati guerra e dolore.
Il 10 settembre del 1949 la nave sulla quale viaggiavamo attraccò a Buenos Aires; avevamo preso la via giusta, quella del progresso e della felicità.
L’Argentina non era come dicevano: non c’era niente e nessuno, tutto era diverso, anche la lingua, e non avevamo neppure i soldi per un piatto caldo.
Per fortuna incontrai un italiano generoso che, commosso dalla mia storia, mi aiutò a trovare casa e mi diede lavoro. Cominciai vendendo tendine di tela per le vie del porto, finché la necessità mi spinse ad allontanarmi dalla Capital Federal e cercare nuovi orizzonti dove poter vendere i miei prodotti.
Arrivai a Mariano H. Alfonzo che mi accolse a braccia aperte. Con i risparmi, affittai una casa e portai con me Lucia, che da un anno mi stava aspettando nella casa di Buenos Aires. La vita tornò a sorridermi, il lavoro crebbe e terminai la mia casa.
Lucia rimase incinta due volte e le promisi che i miei figli avrebbero conosciuto l’Italia e casa nostra, a costo di dover vendere tutto quello che con tanto sacrificio avevo costruito.
E fu così che Cristina e Juan Carlos conobbero l’Italia.
Io e Lucia, però, non partimmo. Il rancore accumulato era tanto che non ci rendevamo conto che tutto era finito.
Questa storia ha ottantasei anni, è la vita di G.D.A., un italiano che, distrutto dalla guerra, scappò dal suo paese per non tornare mai più. Questa storia è la mia vita e conservo il sogno frustrato di voler tornare nella terra natale che non mi vedrà morire.

Paola Cecchini

Paola Cecchini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.