Giacomo, l’italiano che salva gli elefanti in kenya

Giacomo, l’italiano che salva gli elefanti in kenya
 “Sono sempre più i ragazzi italiani che fin dalla scelta degli studi, si appassionano alla Natura e agli animali e riescono a fare di questa passione una professione, approfondendo le loro conoscenze sul campo e facendo esperienze uniche ed esaltanti. E per tali lavori il “campo” non può che essere l’Africa e spesso in particolar modo il Kenya.
Giacomo D’Ammando, trentenne romano, fa parte di questo novero di giovani che, spesso grazie ad organizzazioni che ne valutano ed apprezzano la competenza e la voglia di far parte di un mondo etico e futuribile, riescono a conciliare i sogni con la realtà”. Così scrive Freddie del Curatolo su “malindikenya.net”, portale che dirige a Malindi.

“Giacomo lavora per “Save The Elephants” e vive nella riserva di Samburu, dove gestisce vari progetti che riguardano la conservazione degli elefanti. È lui stesso a presentarsi a Malindikenya.net e agli italiani in Kenya.

“Mi occupo di ecologia comportamentale, che sarebbe lo studio del comportamento animale in relazione all’ambiente in cui l’animale vive – spiega Giacomo – E mi sono sempre occupato di grandi mammiferi africani, anche se cresciuto nella periferia romana. Antilopi di varie specie, giraffe, grandi carnivori, babbuini, e scimpanzé, attraverso i miei studi partendo dalla laurea triennale alla Sapienza fino al dottorato di ricerca. Negli ultimi dieci anni ho trascorso molto tempo in Africa, impegnato in vari progetti di ricerca che mi hanno portato in posti incredibili, quasi sempre vivendo in tenda e con un fuoristrada come ufficio. Dai monti Magaliesberg in Sudafrica al deserto del Kalahari in Botswana, dal Maasai Mara alle foreste della Tanzania occidentale. Un viaggio incredibile che mi ha fatto imparare molto su questo continente, sui problemi di conservazione e quelli socio-economici che lo affliggono. Ma anche sull’incredibile spirito di adattamento e sulla grande speranza per il futuro delle persone che ci vivono”.

Giacomo è un predestinato. Si definisce innamorato dell’Africa fin da bambino, quando non si perdeva una puntata di SuperQuark e quando i genitori, appassionati di viaggi, hanno incoraggiato le sue passioni e si sono spesi in prima persona anche in progetti di solidarietà.

“Ricordo ancora il primo viaggio in Africa, era in Namibia, avrò avuto undici anni… E alla fine non volevo tornare a casa. Non volevo proprio staccarmi da quegli spazi sconfinati, anche perché ho sempre sofferto la vita cittadina e le sue nevrosi – racconta il ricercatore – Del Kenya mi sono innamorato appena ci ho messo piede… Conducevo una ricerca nel Maasai Mara su impala, gazzelle di Thomson, e altre antilopi, e interagivo spesso con i ragazzi delle comunità Maasai per progetti di educazione ambientale. Era un sogno che si avverava. Oggi faccio quello che secondo me è il lavoro più bello del mondo (altri magari obbietterebbero al dormire in una tenda 7 giorni su 7 per poter lavorare!) e divido il mio tempo tra gli elefanti e le comunità locali del nord del Kenya”.

A Samburu il giovane italiano lavora a stretto contatto con gli elefanti, dato che a Save The Elephants questi animali sono estremamente abituati alle auto e alla vicinanza dell’uomo.
In più quotidianamente gestisce il monitoraggio degli esemplari dotati di collari GPS, che è uno dei principali progetti dell’organizzazione fondata dallo zoologo e conservazionista Iain Douglas Hamilton. Il tracking tramite GPS permette di sapere quali zone gli elefanti preferiscono in diverse stagioni, ma anche che impatto hanno le infrastrutture e le attività umane sui loro movimenti e sulla loro abilità di trovare cibo, acqua, e altri elefanti.

“Essere parte di Save the Elephants è incredibile, soprattutto per lavorare a stretto contatto con Iain Douglas-Hamilton, probabilmente il più grande esperto mondiale di elefanti, e uno dei miei “eroi” (ho ancora vecchi numeri di National Geographic su cui leggevo delle sue battaglie contro il commercio dell’avorio). L’altra cosa incredibile è lavorare con tanti giovani delle comunità Samburu, Turkana, e Borana, ed essere per un loro un po’ un “mentore” per farli diventare dei ricercatori a tutti gli effetti. In realtà io sono anche uno studente, perché sto imparando tanto da loro, e dalla loro insuperabile conoscenza degli animali”.

Non c’è solo il lavoro per lo studioso romano, ma anche una quotidianità fatta di interazione completa con la natura.
“La mia esperienza quotidiana preferita a Samburu è svegliarmi con Sarara – rivela Giacomo – che è un giovane elefante maschio. Adora arrivare a pochi centimetri da me, separato soltanto dalla parete della mia tenda. Ovviamente diventa un po’ più problematico quando devo andare in bagno e Sarara non si decide a togliersi di mezzo! Sono tante le avventure che si vivono in savana, come le volte in cui sono rimasto impantanato con una vecchia Land Cruiser nel Mara, in mezzo ad una mandria di bufali inferociti e a pochi passi da un leone sulla preda. Situazioni allarmanti sul momento, ma a cui guardo con tanto divertimento col senno di poi”.

Per ora, Giacomo non sogna altro che poter restare il più possibile a Samburu per accrescere la propria conoscenza e allo stesso tempo poter formare esperti keniani di conservazione della fauna africana.
“Voglio concentrarmi sulla formazione del personale sul campo di Save the Elephants – spiega – uno dei miei sogni è che il prossimo grande esperto di conservazione della fauna africana possa venire dal Kenya ad insegnare in Europa, e non il contrario”.

In questo, probabilmente, il fatto di essere un italiano può avere dei vantaggi.

“Sì, ho imparato che gli italiani, in linea di massima, riescono ad essere buoni amici con i kenioti”, conferma Giacomo – Sarà perché abbiamo la stessa propensione a cercare delle vie d’uscita in situazioni difficili, prima fra tutte la scarsità di opportunità lavorative. Direi che gli unici problemi che ho riguardano il mangiare, specialmente l’onnipresenza dell’ugali, dei legumi, e della capra bollita con tutto il pelo. Rimango un nostalgico di pasta, pizza e gelato. Ma alla loro mancanza ormai ci ho fatto l’abitudine!””.

Redazione Radici

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