‘E così invasero la mia Polonia, le nostre illusioni crollarono’ Esther Lederman

‘E così invasero la mia Polonia, le nostre illusioni crollarono’     Esther Lederman

Libri, rubrica ideata e curata da Daniela Piesco Vice Direttore Radici

Per celebrare la giornata della memoria ho deciso di pubblicare un estratto di «La vita nascosta» di Esther Lederman (traduzione di Katia Bagnoli, Guanda, pp. 252, euro 18). Nel memoir l’autrice, sopravvissuta alla Shoah e membro del North Carolina’s Holocaust Speakers Bureau, ripercorre la sua esperienza.

Nata in Polonia nel 1924 in una famiglia ebrea, ha vissuto a Łodz fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale quando è cominciata la sua fuga. Dopo essere stata nascosta per ventidue mesi per salvarsi dai nazisti, ha trascorso alcuni anni tra la Polonia e la Germania e dal 1949 vive negli Stati Uniti.

Il venerdì 1° settembre al nostro risveglio fummo informati dalla radio che i tedeschi avevano invaso la Polonia senza dichiararle guerra. I nostri cuori rimasero impietriti. Cosa sarebbe accaduto, ora? La gente ricordava che durante la Prima guerra mondiale i soldati e gli ufficiali tedeschi erano stati gentili. Paragonati ai soldati dello zar erano sembrati addirittura dei gentiluomini. È vero, avevano costretto i nostri uomini a scavare le trincee, ma si erano sempre comportati in maniera corretta. Non avevano mai toccato donne e bambini. Sarebbero stati diversi, questa volta? Considerata la situazione, venne deciso che in attesa dell’evolversi degli eventi era più saggio che gli uomini abili alle armi andassero via. Serpeggiavano paura e incertezza su come si sarebbero comportati i tedeschi, ora che avevano un sistema politico così diverso da quello di un quarto di secolo prima.

E così uomini di tutte le età – ebrei e non – scapparono. La maggior parte andò a Varsavia, dichiarata città aperta. Eravamo sicuri che i tedeschi avrebbero rispettato quella dichiarazione e che la capitale sarebbe stata risparmiata. Fu con questi sentimenti che gli uomini lasciarono le loro case. In seguito scoprimmo che si trattava di un deliberato piano germanico per spingere tutti ad abbandonare case e città, creando un clima di caos e sconforto. Qualcuno diceva che l’esercito polacco si stava ritirando. Qualcun altro sosteneva che fosse vittorioso. Il governo istruiva la popolazione per prepararla a una guerra combattuta con l’uso dei gas. Chi non possedeva una maschera antigas doveva usare della garza imbevuta di bicarbonato di sodio. Bisognava mettere il nastro adesivo sulle finestre, a formare una croce, e venne imposto il coprifuoco. Di notte bisognava coprire ermeticamente le finestre affinché dall’esterno non fosse visibile alcuna luce.

Le incursioni aeree e i bombardamenti cominciarono dal secondo giorno di guerra. Il terzo giorno stavo facendo una commissione in cartoleria quando sentii la sirena dei raid aerei. C’erano state delle esplosioni vicino. Dopo qualche minuto venne mandato il segnale di via libera. Qualcuno mi disse che era stato colpito un edificio di Bandurskiego, e che c’erano parecchi morti. Sapevo che a quell’indirizzo i miei possedevano un condominio. Mi affrettai a tornare a casa e scoprii che era vero. L’edificio era stato colpito da una bomba, erano morte otto persone. Fu l’unico palazzo di tutta la città a essere colpito I tedeschi avevano mancato l’ospedale militare poco lontano. Il modus operandi tedesco ci fu subito chiaro. La città veniva bombardata a intermittenza, anche se con danni relativi. Passavamo quasi tutte le notti nei rifugi antiaerei ricavati nelle cantine del nostro palazzo. Avevamo vissuto in quell’appartamento per più di dieci anni senza mai conoscere i vicini, e adesso ci ritrovavamo a dormire con loro nei rifugi. Le voci si rincorrevano. I tedeschi si stavano avvicinando. L’esercito polacco era stato sbaragliato. L’esercito polacco avanzava. Una cosa era chiara: per risparmiare le nostre forze combattenti, tutti gli uomini abili dovevano dirigersi a est, fuggire dai tedeschi e andare verso i territori polacchi non occupati a oriente del fiume Bug. Le strade erano gremite di sfollati che gli aeroplani tedeschi mitragliavano senza pietà. Morirono molti civili.

Nel frattempo pareva che i russi, legati ai tedeschi da un patto, si stessero avvicinando al confine polacco da ovest, in direzione del fiume Bug. Se era davvero così, allora non avevamo nulla da temere. Certamente i russi non avrebbero fatto del male alla popolazione civile. Secondo i rapporti che ci arrivavano da quella parte del Paese, la vita umana veniva ancora rispettata. Tutti sembravano pensare che gli uomini dovessero lasciare temporaneamente la città, per tornare quando si fosse capito meglio cosa stava succedendo. In questo modo le famiglie sarebbero rimaste unite per il resto della guerra. Eravamo tutti, ebrei e gentili, dei poveri illusi.

Mio padre, il suo capo e altri due uomini salirono nell’auto del signor Goldblum, riempirono il serbatoio di benzina (che era razionata e praticamente introvabile) e si misero in viaggio portandosi dietro una discreta quantità di denaro. Mia madre, mia sorella e io restammo da sole con la nostra donna di servizio. Per farci compagnia e proteggerci (pensavamo che un uomo in casa fosse indispensabile) Israel Gutman, cugino di papà, venne a vivere da noi con la moglie e i due figli. Avevano paura di restare nel loro quartiere, che era in prevalenza abitato da un proletariato antisemita. Il nostro appartamento invece si trovava in centro, in una zona considerata di classe medio-alta. La sera in cui entrarono in città, i tedeschi si presentarono in tutte le case, compresa la nostra, a chiedere molto cortesemente coperte, guanciali e lenzuola per gli ufficiali che avrebbero alloggiato nell’edificio. Spaventati, consegnammo quanto ci veniva chiesto. La loro gentilezza ci sconcertò. Potevano essere davvero malvagi? Sembravano cosi a modo. L’indomani mattina restituirono quel che avevano preso in prestito ringraziando profusamente. Se li si incontrava per strada erano gentili e salutavano le persone anziane. Noi eravamo allibiti. Non poteva essere vero. E infatti… non lo era. Si trattava soltanto dei primi squadroni dell’esercito, semplici coscritti che non erano ancora stati avvelenati dalla dottrina nazista.

Due giorni dopo ne arrivarono altri, molto diversi. Cominciarono subito a costringere gli ebrei anziani a pulire le strade, e a picchiarli. I negozi proprietà degli ebrei vennero «requisiti». Ciò significava rilasciare una ricevuta in cambio della merce portata via. Erano ricevute senza valore, perché nessuno ne avrebbe mai onorato il pagamento. Però anche questi erano casi sporadici, non sembravano ancora il frutto di un vero piano organizzato. Credo che questo modo di comportarsi fosse incoraggiato dalle autorità, in mancanza, per il momento, di un disegno preciso.

Nel frattempo, malgrado fosse stata dichiarata città aperta, Varsavia era sotto assedio. Ascoltavamo con ansia alla radio i resoconti dei bombardamenti spietati, le cronache di una città distrutta dove ormai mancavano anche cibo e acqua. La Croce Rossa leggeva le liste dei rifugiati, e una volta sentii il nome di mio padre. Così ora sapevamo che era arrivato nella capitale, una città, diversamente da quanto avevamo creduto, già messa a ferro e fuoco. Sarebbe mai ritornato a casa? E se sì, quando? E come? E in quali condizioni fisiche e mentali? Noi tre eravamo molto infelici. Nostra madre non andava d’accordo con la moglie del cugino di papà. Ci mancava la nostra privacy e i continui battibecchi alimentavano il clima di tensione costante. Il cibo scarseggiava. Ci dovevamo alzare alle quattro del mattino per metterci in coda per una forma di pane e un quarto di latte.Siccome ero una ragazzina – i maschi venivano tenuti a casa per paura che fossero malmenati da tedeschi o polacchi – toccava a me uscire con la nostra cameriera, Bronia, per procurarci almeno due forme di pane. Bronia viveva ancora con noi e aiutava nelle faccende domestiche. Capitava spesso che quando ero quasi arrivata alla fine della coda un poliziotto polacco mi rispedisse in fondo. Non avevo bisogno del pane, dicevano, perché ero un’ebrea. I tedeschi stavano cercando di normalizzare la vita quotidiana di noi abitanti. Tutte le scuole, persino quelle ebraiche, erano state riaperte, e così anche per noi l’anno accademico 1939-1940 ebbe inizio.

Quando i nazisti entrarono in città le strade si riempirono di gente con la fascia sul braccio e i gagliardetti con la svastica. C’erano nostri concittadini che avevano cognomi tedeschi, ed erano di origine germanica, da molte generazioni residenti in Polonia. Non persero tempo a festeggiare il nuovo «leader», il loro «salvatore» che arrivò persino a salutare di persona la «sua» gente. Si definivano Volksdeutschen e rappresentavano una bella percentuale degli abitanti di Łodz. Accolsero con trasporto i «liberatori», e soprattutto la libertà di commettere qualsiasi sopruso. Tormentavano tutti senza riguardo per l’età: vecchi, giovani e persino i bambini. Ben presto a scuola, all’appello del mattino, cominciarono a mancare molti studenti, e anche numerosi insegnanti. Qualcuno ritornò in seguito, magari con la testa fasciata e lividi sul volto, gli indumenti strappati e sporchi.

Una scena divenne familiare: gli ebrei venivano fermati per strada e costretti dai Volksdeutschen a lavorare. Spesso si trattava di lavori inutili, escogitati soltanto allo scopo di umiliare, soprattutto le persone anziane, come raccogliere lo sterco di cavallo a mani nude, lavare i marciapiedi e trasportare oggetti pesanti. Non posso dimenticare la mattina in cui il nostro insegnante di fisica, il professor Gutman, arrivò tardi in classe. Era un uomo di circa cinquant’anni, basso di statura e rotondetto. Lo avevamo soprannominato Luna piena per via del suo viso florido e rotondo. Quando arrivò a lezione, quel giorno, aveva le guance e la fronte coperte di tagli e intorno alla testa una vistosa fasciatura. Negli occhi un’espressione disperata e vacua, non riusciva quasi a parlare; gli abiti erano stracciati, e zoppicava vistosamente. Non fu in grado di svolgere la lezione. L’indomani ci dissero che si era tolto la vita. Non era riuscito a sopportare l’umiliazione. […]

Infine, dopo ventotto giorni di resistenza disperata, Varsavia cedette. I tedeschi entrarono in città e autorizzarono i rifugiati a tornare nei rispettivi luoghi di origine. Mio padre ritornò da noi. Era malridotto, stanco ed emaciato, ma anche molto felice di riunirsi ai suoi cari. Ci raccontò mille storie sulla capitale: le devastazioni, la fame, e le uccisioni. Era la prima volta nella storia dell’umanità che un esercito invasore dichiarava guerra alla popolazione civile. Il Terzo Reich aveva fatto la guerra agli abitanti di Varsavia bombardandoli, affamandoli, intimidendoli. E stava vincendo. Nessuno in Polonia era preparato a un trattamento simile.

(© Esther Lederman, 2007. Edizione italiana pubblicata in accordo con R. Vivian Literary Agency. © 2022 Ugo Guanda Editore, Gruppo editoriale Mauri Spagnol).

Nell’immagine: truppe tedesche avanzano nei sobborghi di Varsavia, precedute dai bombardamenti della Luftwaffe.

Redazione Radici

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