Pratiche di buon giornalismo

Pratiche di buon giornalismo

di Paolo Pagliaro

Dieci giorni fa 130 persone sono annegate al largo della Libia. E’ stato possibile recuperare una decina di corpi, gli altri li ha inghiottiti il mare. I naufraghi avevano chiesto aiuto per ore, ma nessuno era intervenuto in soccorso: né i libici né gli italiani né i maltesi . Ad alcuni di questi dispersi, in maggioranza sudanesi, restituisce la dignità di un volto e di un cenno biografico la giornalista Annalisa Camilli della rivista “Internazionale”.

Camilli ha bussato alle chat della diaspora sudanese in Europa , ha parlato con i volontari del network Alarm Phone e ha rintracciato i familiari di alcuni migranti, che le hanno affidato le immagini dei loro cari. E così possiamo conoscere Mohammed, in abito da cerimonia blu, foto scattata forse il giorno della laurea in Scienza delle Comunicazioni all’Università di Karthoum. Aveva 25 anni, era partito un anno fa per la Libia, con l’obiettivo di raggiungere l’Europa per aiutare la madre, rimasta in Sudan. Con lui su quel gommone c’erano anche il ragazzo ritratto sorridente in riva al mare e gli altri giovani compagni di viaggio di cui la giornalista ha trovato traccia su WhatsApp. . Nessuno di loro è arrivato a destinazione, e nessuno ha cercato le famiglie per informarle della loro scomparsa.Impegnandosi a dare un nome ai ragazzi inghiottii dal mare, nel giorno in cui si celebra la libertà di stampa Annalisa Camilli mostra come si può farne un buon uso.© 9Colonne

Redazione

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