Argentina (4. Il grandioso lavoro degli italiani)

Argentina (4. Il grandioso lavoro degli italiani)

Di Paola Cecchini

Popolo trapiantato: così il sociologo brasiliano Darcy Ribeiro definì quello argentino. Del resto, in termini etnologicamente semplicistici ma efficaci, in America Latina si dice che i messicani discendono dagli Aztechi, i centro-americani dai Maya, i peruviani e gli altri andini dagli Inca e gli argentini dalle navi.
Nel corso di un secolo sono sbarcati sulle rive del Plata sei milioni e mezzo di europei; una seconda colonizzazione dopo quella spagnola ha ridisegnato completamente la mappa etnica e culturale della regione che all’epoca del primo censimento nazionale (1869) contava appena un milioneottocentomila abitanti, sparsi su un territorio immenso, grande oltre venti volte l’Italia.

Mentre in altri stati, come in Brasile e negli U.S.A., l’immigrazione europea ha contribuito a sviluppare il corredo genetico di popoli nuovi, qui ha letteralmente sommerso uomini e culture gauchos, eredi dell’incontro tra indigeni e conquistadores.
Non ci fu in Argentina un processo di assimilazione di tipo tradizionale: questo si verifica di norma quando una società, solidamente costituita dal punto di vista socio-demografico, riceve immigrazione esterna alla quale impone un sistema culturale più o meno uniforme. In tali casi, gli immigranti soffrono un processo di adattamento e spesso costituiscono una minoranza etnica. In Argentina – e soprattutto a Buenos Aires – il percorso fu invece inverso, cosicché più che assimilazione, si trattò di una vera e propria fusione. Lo stile di vita che gli immigranti incorporarono, non rivoluzionò completamente il proprio, e pertanto i vecchi modelli di vita non furono persi ma servirono da ponte verso i nuovi.

L’immigrazione italiana ha raggiunto nel corso di un secolo tre milioni di presenze; non a caso Winston Churchill ha definito l’Argentina un Paese inglese, abitato da italiani che parlano stranamente spagnolo.
Gli oriundi italiani sono attualmente circa sedici milioni su una popolazione totale di circa trentotto; è per questo che in Argentina si scherza dicendo che la metà del Paese è italiana, l’altra metà è imparentata con la prima.
Scrive Ludovico Incisa di Camerana, ambasciatore d’Italia per molti anni in America Latina (Argentina inclusa), che

gli italiani, seppur proletari, sono stati messaggeri di sviluppo, di tecnica, di modernità e di arte, come avvenne nel Rinascimento, oltre ad aver portato la cultura del lavoro in un Paese dove non era considerato un valore in sé.

Partiamo dall’agricoltura: il contadino italiano è stato il protagonista della rivoluzione del grano, testimonia lo storico americano James Scobie:

il passaggio dell’Argentina dalla mono-produzione della carne a potenza cerealicola è merito incontestato della masse contadine provenienti dal Piemonte e dalla Lombardia.

L’immigrazione italiana di massa non era ancora cominciata ed un presidente argentino di remota origine italiana, Bartolomeo Mitre, compagno di Garibaldi a Montevideo, si indignava di fronte alla proposta di alcuni parlamentari di privilegiare l’immigrazione dal nord Europa, ritenuta più qualificata:

Chi sono coloro che hanno fecondato queste dieci leghe di terreni coltivati che circondano Buenos Aires? A chi dobbiamo queste verdi cinture che cingono tutte le nostre città lungo il litorale e ancora queste oasi di grano, di granturco, di patate che rompono la monotonia della pampa incolta? Ai coltivatori della Lombardia e del Piemonte e anche di Napoli, che sono i più abili e laboriosi lavoratori d’Europa. Senza di essi non avremmo legumi, non conosceremmo neppure le cipolle…e saremmo nel campo dell’orticoltura nelle condizioni dei popoli più arretrati della terra.

Che dire del commercio e delle costruzioni?
Già nel 1872, un giornale inglese pubblicato nella capitale, affermava:

Si può dire qualsiasi cosa dell’emigrazione italiana, ma è quella che sta costruendo Buenos Aires, sviluppando le risorse nazionali e le industrie principali […] A ciascun passo noi troviamo italiani; la loro utilità è fuori discussione e il loro successo è proverbiale. Se gli italiani ci puliscono le scarpe e sono pronti a fare servizi manuali in qualsiasi parte, fabbricano anche palazzi e case, costruiscono le nostre navi del traffico litorale, lavorano nei nostri saladeri e costruiscono ferrovie…mentre nelle sfere più alte del commercio troviamo importatori ed esportatori, proprietari di navi e banchieri italiani.

Nel rapporto del Commissario Generale dell’Emigrazione Samuel Navarro del 1881, si legge in proposito:

Nella Repubblica Argentina l’emigrazione italiana rappresenta lo stesso che la tedesca negli Stati Uniti: è la più numerosa, la più preponderante, la più industriosa, socialmente e commercialmente parlando…partecipa di tutti i campi dell’agricoltura, dell’industria e del commercio, dalle più basse alle posizioni più alte; è quella che rappresenta le più grandi percentuali in riguardo alle proprietà; domina nel campo delle belle arti e in alcuni esercita anche il monopolio; è proprietaria e signora della marina mercantile e del servizio delle imbarcazioni più piccole in tutti i porti della Repubblica. Rappresenta il più grande numero nelle colonie […] possiede nella capitale 17 società filantropiche e di mutuo soccorso, numerose scuole che il governo d’Italia sovvenziona e un grande e ben installato ospedale[…] è infine quella che più si assimila con le abitudini e le tendenze del popolo argentino.

Ed ecco quanto scriveva Luigi Einaudi, giovane economista e futuro presidente della Repubblica Italiana, nel suo libro Un principe mercante del 1900:

Figli d’Italia sono stati coloro che hanno creato il porto di Buenos Aires, che hanno colonizzato intere province vaste come la Francia e l’Italia; sono per nove decimi italiani quei coloni che hanno dissodato la immensa provincia di Santa Fe donde ora si diparte il grano che inonda i mercati europei; sono italiani coloro che hanno intrepidamente iniziato la coltura della vite sui colli della provincia di Mendoza; sono italiani moltissimi fra gli industriali argentini ed italiani i costruttori e gli architetti dell’America del Sud […] Quando nel ventesimo secolo i governanti d’Italia si accorgeranno che nell’Argentina vivrà una repubblica popolata di italiani, dove i discendenti degli italiani occuperanno le più alte cariche pubbliche e private […] dovranno meravigliandosi riconoscere di trovarsi dinanzi ad un nuovo fenomeno storico, creato dall’iniziativa intraprendente e dalla tenace laboriosità di quei poveri paria che adesso aspettano laceri e trepidanti la partenza dei piroscafi sulle calate del porto di Genova, a cui gli attuali governanti non hanno ancora saputo offrire il meschino aiuto di un temporaneo ricovero dalle intemperie atmosferiche e dagli artigli dei sensali di carne umana.

Scriveva al riguardo il giornalista Giuseppe Parisi nel 1907:

A noi basta affermare, senza tema di smentita che non v’ha precisamente un solo palmo di terreno coltivato, non una sola casa edificata che per lo meno occhio italiano non abbia visto, e presso cui mani italiane non si siano affrettate a far sorgere nuove abitazioni, a seminare, a dissodare, a disboscare, a irrigare, a spargervi tutti i benefici della civiltà e del progresso umano.

E cosa sarebbe delle ricchezze non sviluppate in miniere, terre e fiumi dell’Argentina, se gli italiani non fossero venuti a dissodare e sfruttare le terre, cominciando l’esportazione di grani all’estero?

si interrogava di rimando il filosofo Emilio Zuccarini nel 1910.
Così continua Incisa di Camerana :

Agli italiani poi, spetta il merito di aver realizzato il decollo industriale del Paese: essi avviarono e mantennero nel tempo il controllo dell’industria manufatturiera, settore lasciato libero dal capitale inglese e nordamericano che preferì l’agro- esportatore.

Già nel 1887, nell’industria della capitale, il 56% dei datori di lavoro e il 51% della manodopera erano italiani. A partire dalla fine del XIX secolo, gli italiani ed i loro figli entrarono nella dirigenza della Confindustria locale, l’Unione Industriale Argentina. Dal 1903 al 1907 un figlio di italiani, Alfredo De Marchi, ne assicurò la presidenza che dal 1920 al 1946 venne monopolizzata in successione da tre figli di italiani: Hermenegildo Pini, Luis Palam, Luis Colombo:

Questa supremazia si prolungherà fino ai giorni nostri, interrotta solo da intervalli relativamente brevi e verrà accompagnata simmetricamente da un’analoga predominanza nelle organizzazioni delle piccole e medie imprese.

A Buenos Aires l’architettura italiana regna, testimoniava lo statista francese Georges Clemenceau nel 1911.
Sono opera del marchigiano Francesco Tamburini, nominato direttore generale dell’Architettura della Repubblica e criticato per aver occupato tutto lo spazio del potere, i più importanti palazzi governativi, Casa Rosada e Teatro Colón inclusi.
Anche in altri paesi dell’America Latina, d’altronde, gli architetti italiani imperversavano: il palazzo della Moneda a Santiago del Cile è opera di Gioacchino Toesca; il palazzo del governo ad Asunción di Giovanni Colombo; il palazzo legislativo a Montevideo di Vittorio Meano e Gaetano Moretti; il Capitolio Nacional a Bogotá di Pietro Cantini, mentre tutte le più importanti opere pubbliche a Caracas portano la firma di Giuseppe Orsi di Mombello.
Soprattutto a Buenos Aires e a Montevideo, gli architetti italiani si sbizzarrirono facendo ciò che non avevano la possibilità di fare nei centri storici delle città italiane: il milanese Mario Palanti inventò nei primi anni Venti grattacieli in cemento armato e stile liberty con cupole e pinnacoli fantasiosi: basta guardare il palazzo Barolo nella capitale argentina ed il palazzo Salvo in quella uruguayana, addirittura sormontato da un faro.
L’opera degli architetti si accompagnò alla realizzazione delle infrastrutture: Pompeo Moneta si occupò della rete ferroviaria e stradale, l’ingegnere Luigi Luiggi creò la base navale di Puerto Belgrano, l’ingegnere di origine marchigiana Cesare Cipolletti realizzò a Mendoza e nella valle del Río Negro le prime dighe.

Già nel 1895 erano italiani 180 architetti, ossia il 45% del totale; nel 1898 su 1654 permessi di lavoro, più della metà era concessa a costruttori italiani, mentre la manodopera specializzata italiana oscillava tra il 65 e il 70 % .

Anche la musica ed il bel canto portavano il marchio italiano. Si ricorda ancora il duello artistico tra la prosa francese e la musica lirica italiana, rappresentate da Sarah Bernhardt e Adelina Patti e clamorosamente vinto da quest’ultima: nessuno capiva alcunché dell’arte drammatica francese, mentre tutti erano più o meno educati quanto a musica. Marcelo Torcuato de Alvear, presidente della Repubblica negli anni Venti, era addirittura sposato con una cantante italiana, Regina Pacini.
Per quanto concerne la lingua italiana (sarebbe più esatto parlare del linguaggio degli italiani che non sempre conoscevano la lingua nazionale), questa – assieme alla gallega e alla catalana – divenne il nucleo della comicità del sainete, genere teatrale popolare che ebbe grande diffusione a partire dagli anni Trenta. I dialoghi più seri degli immigranti diventavano comici nel loro linguaggio incerto, come se la loro imperfezione formale non consentisse la trattazione di argomenti seri.
Tuttavia, nel momento in cui gli argentini si burlavano di loro, ne assorbivano inevitabilmente il linguaggio: gli italianismi si diffusero velocemente, contribuendo all’arricchimento del vocabolario lunfardo che vanta, secondo quanto scrive Mario Teruggi nel suo Panorama del lunfardo, circa duemila italianismi, comprese tutte le voci gastronomiche.

Paola Cecchini Redazione@progetto-radici.it

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