Food for profit.

Food for profit.

Il lato oscuro dell’etichetta. Il racconto agghiacciante di una pellicola sui i milioni di finanziamenti alla PAC a svantaggio del sistema degli allevamenti.

Margherita Hack, Leonardo da Vinci, Pitagora, Tolstoj, Ghandi, Einstein… Lisa Simpson (!)…Se tutte queste menti, oserei dire illuminate, hanno scelto di non partecipare al banchetto di sangue che ogni epoca storica e culturale imbandisce, per un attimo mi fermerei, quantomeno a chiedermi il perché.

Il documentario Food for profit potrà darvi delle risposte e vi fornirà abbastanza materiale per prendere coscienza di cosa si nasconda dietro l’etichetta di un hamburger.  Un reportage ideato per svelare il vero motore dell’industria della carne, percorrendone l’intera filiera, dagli allevamenti, ovviamente intensivi, alle lobby, alla politica, fino ai palazzi di Bruxelles. Burattini e burattinai che muovono i fili e le fila di un commercio che ha poco a che vedere con il benessere animale, la salute umana e la salvaguardia dell’ambiente. Ciò che emerge è uno scenario distopico ma purtroppo reale, una spy story fino a diventare quasi un horror. Scritto e diretto da Giulia Innocenzi e dal video maker Pablo D’Ambrosi, giornalista d’inchiesta lei, cineasta italo-britannico lui.

Che questo progetto non dovesse prendere forma era chiaro già nelle prime fasi della sua realizzazione per 387 miliardi di motivi. I registi si sono visti chiudere le porte da parte di produttori perché giudicato “discutibile”, e per questo la Innocenzi ha girato l’intera Europa per raccogliere i fondi necessari a finanziare un coraggioso atto di dovere di cronaca, bersaglio – anche – di minacce da parte di sistemi non proprio virtuosi. Una volta terminato il girato, i bastoni sono ricomparsi anche tra le ruote della sua diffusione da parte delle piattaforme streaming. Solo un piccolo distributore indipendente, la Mescalito Film, ci ha creduto e, grazie anche al passa parola e al forte coinvolgimento degli spettatori, Food for Profit, per diverse settimane, è stato uno tra i film più visti al cinema. È stato proiettato addirittura al Parlamento Europeo, dove, i pochi spettatori in aula, hanno assistito allo spettacolo del proprio fallimento; il circolo “mostruoso” è stato smascherato.   

È necessario premettere che forse alcune immagini non saranno assimilabili da tutti, come quelle che documentano la mano dell’uomo annientare altri esseri viventi, che (come noi) sono capaci di gioire, accudire, “sentire” semplicemente perché un altro animale cosiddetto homo sapiens, si è impossessato del loro destino.  

Non è uno spot per assoldare nuovi attivisti, vegetariani, crudisti, fruttariani o via dicendo, ma semplicemente un megafono, in questo caso visivo, con cui diffondere ciò che viene taciuto, censurato, omesso, nascosto. Lo scopo è quello di renderci consapevoli e quindi liberi; è evitare di diventare il protagonista di un tipico scenario “orwelliano” (non a caso la locandina ne richiama lo stile).   

Il documentario segue principalmente due filoni. Il primo testimonia, grazie anche all’opera di coraggiosi attivisti infiltrati, la condizione indegna di alcuni allevamenti in Spagna, Germania, Polonia ed Italia, in cui vengono stipati milioni di animali destinati alle nostre tavole, tra pratiche sanitarie e di trattamento oltre il tollerabile. Tali allevamenti sono considerati, sulla carta, virtuosi, tanto da meritarsi, attraverso escamotage di finanziamento-investimento, i 387 miliardi di euro di fondi europei stanziati per la PAC – Politica agricola Comune, il cui nobile ed originario obiettivo è quello dello sviluppo del settore agroalimentare in stretta connessione con la salvaguardia degli ecosistemi. Un obiettivo affogato nel letame. Una politica che diventa bersaglio ma al tempo stesso arma di distruzione.

Dalle mani sporche di sangue ci spostiamo alle mani pulite, ma comunque lerce, dei colletti bianchi. 

Grazie anche alla collaborazione di un finto lobbista che si aggirerà negli uffici del Parlamento Europeo, verrà scoperchiato il vero sistema dell’industria alimentare della carne, basato sullo stretto connubio tra lobby e politica, dove le prime siedono – legalmente – ai tavoli di Bruxelles, riuscendo ad influenzare, con un minimo sforzo, decisioni che invece avranno un impatto devastante. Istituzioni dove il conflitto di interessi non ha  bisogno di essere celato, dove membri della Commissione svolgono consulenza per le industrie alimentari o sono essi stessi proprietari terrieri.  I progetti da finanziare sono pacchi di Natale con dentro dinamite, magistralmente infiocchettati per distogliere lo sguardo da ciò che realmente contengono. Ed il fondo sembra non raggiungersi mai. Il green deal si tinge di nero. In maniera quasi ironica, disillusa, l’infiltrato propone ad alcuni eurodeputati esperimenti di fronte ai quali anche Victor Frankenstein impallidirebbe, mostri da laboratorio appositamente creati con l’unico fine di aumentare il profitto. Ma di fronte a queste scene l’aspetto più terrificante non è immaginare maiali a sei zampe, ma vedere che chi ascolta non sgrana gli occhi, non gira la testa, non chiude la porta…non inorridisce. Forse perché ne hanno di esperienza. Di mostruosità genetiche già ne è pieno il mondo, come i vitelli dalla doppia muscolatura da fare invidia ad un bodybuilder o i polli senza piume, pronti per diventare cotolette. La realtà supera la fantascienza.

Ed ecco che qui possiamo entrare in campo noi, per cambiare l’andazzo della partita. Dobbiamo nutrirci, sì, ma anche di curiosità, di informazione, di attenzione; facciamolo per amore verso noi stessi e per l’intorno che ci ospita.  Apriamo gli occhi e la mente, poniamoci domande e agiamo con le risposte; sentiamoci come la goccia che fa il mare. Un mare di nuovo limpido.

Lo trovate su Raiplay.

 

Carmen Marinacci

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