ll desiderio di verità,  nella  filosofia di Simone Veil

ll desiderio di verità,  nella  filosofia di Simone Veil

«Sono rimasta in quella precisa posizione, sulla soglia della Chiesa, senza spostarmi, immobile, en hypomoné (è una parola tanto più bella di patientia!)». Così Simone Weil nella sua Autobiografia spirituale, scritto che fa parte di uno dei suoi libri più famosi, Attesa di Dio, pubblicato postumo nel 1949 a cura dello stesso Perrin.

In Italia è uscito nel 1972 da Rusconi, casa editrice allora diretta da Alfredo Cattabiani. Cristina Campo lo definì «un immenso libro»  e conteneva  varie lettere a Perrin e alcuni testi composti fra l’autunno del 1941 e la primavera del 1942, fra cui la citata Autobiografia, una riflessione sull’amore di Dio e la sventura umana e un altro sul Padre nostro. Come spiega Simone nella sua Autobiografia spirituale, il primo impulso le era venuto durante un viaggio in Portogallo nel 1935, dove fu colpita da una processione di barche in un paesino: il canto delle donne che si fa lamento e speranza le dà la certezza, per la prima volta, «che il cristianesimo è per eccellenza la religione degli schiavi, che gli schiavi non possono non aderirvi, ed io con loro».

Dopo un’adolescenza trascorsa nell’ateismo e dopo il breve coinvolgimento nella guerra civile spagnola, terminato amaramente per un infortunio, è nel 1937 ad Assisi che avviene la svolta: «Là, mentre ero sola nella piccola cappella romanica del secolo XII di Santa Maria degli Angeli, incomparabile miracolo di purezza, in cui san Francesco ha pregato tanto spesso, qualcosa di più forte di me mi ha costretta, per la prima volta in vita mia, a inginocchiarmi». E l’anno dopo a Solesmes, una delle più belle abbazie di Francia, trascorre la Settimana santa: « Rannicchiata in un angolo», trova «una gioia perfetta e pura nella inaudita bellezza del canto e delle parole». Qui fa amicizia con un giovane inglese che le fa conoscere una poesia di George Herbert, intitolata Amore (anch’essa compare in Attesa di Dio), che per lei non è solo un bel componimento ma una preghiera: « Fu proprio mentre la stavo recitando che Cristo è disceso e mi ha presa».

Annota Maria Concetta Sala nell’introduzione: «Simone Weil fonda la propria fede non sulla ricerca di Dio o sull’adesione a una dottrina, ma sul desiderio della verità in quanto bene, nonché sulla vocazione personale – che a suo giudizio coincide con la volontà di Dio operante in lei – e sull’incontro inatteso con il Cristo». Così, al domenicano Perrin, impegnato nella Resistenza e frequentato a Marsiglia a partire dal 1941, dice di voler restare sulla soglia: pur manifestando la sua adesione alla figura di Cristo, rimangono in lei numerose perplessità. Non sopporta la Chiesa cattolica come organizzazione e collettività e non le va a genio l’incapacità di valorizzare le altre culture e religioni, manifestatasi spesso con la violenza nei secoli passati, fra Crociate e Inquisizione. Infine, le pesava il suo sentirsi inadeguata ad essere accolta dalla Chiesa. Per questo partecipava alla Messa ma non voleva ricevere l’ostia. Così come non cedette mai sul battesimo. Si può parlare di fede implicita? Certamente sì. È noto che Simone da un certo punto in poi della sua vita recitava quotidianamente il Padre Nostro in greco, come spiega raccontando i mesi trascorsi nelle campagne di Saint-Marcel-d’Ardèche, ospite del filosofo-contadino Gustave Thibon: « L’estate scorsa, studiando il greco con Thibon, ripetevamo parola per parola il Pater in greco e ci siamo ripromessi di impararlo a memoria.

Da allora, mi sono imposta come unica pratica di recitarlo una volta ogni mattina, con un’attenzione assoluta». Mentre recitava il Padre Nostro durante il lavoro dei campi, la Weil esprimeva il suo sentimento di condivisione del dolore degli uomini per l’orrore del nazismo. «Questa preghiera – si legge nel testo A proposito del Pater – contiene tutte le domande possibili. Lo Spirito soffia dove vuole, non si può che invocarlo. Rivolgergli un appello e un grido». Come sostiene Giancarlo Gaeta nella postfazione, il sogno di Simone è un cristianesimo inteso come «una religione liberata, o meglio purificata dal preponderante condizionamento sociale », «un cristianesimo che non si affermi più come l’unica religione vera, una chiesa che non si affermi più come la sola portatrice di salvezza». Ma lo dice la stessa Simone: ci sono troppe cose che lei ama al di fuori della Chiesa che la trattengono: «Potete anche credermi sulla parola – scrive a Perrin il 26 maggio 1942 – che la Grecia, l’Egitto, l’India antica, la Cina antica, la bellezza del mondo, i riflessi puri e autentici di questa bellezza nelle arti e nella scienza, la visione delle pieghe del cuore umano nei cuori vuoti di fede religiosa hanno avuto la stessa parte di ciò che è palesemente cristiano nel consegnarmi prigioniera a Cristo ». E nella prima lettera che compare nel volume, del 19 gennaio 1942, spiega: «Nulla mi rattrista più del pensiero di separarmi dalla massa immensa e sventurata dei non credenti».

L’amore indefesso per i feriti dalla storia, la sua radicalità sono sottolineati pure da Chiara Giaccardi nella prefazione ad un altro volume di Simone Weil appena edito da Meltemi ( Attenzione e preghiera, pagine 142, euro 12,00) che raccoglie alcuni testi della filosofa su questi due temi interconnessi, alcuni dei quali compaiono in Attesa di Dio. Dice Giaccardi: «Simone Weil non fa esperienze, osservazione partecipante, assaggi di realtà per poter meglio comprendere la verità. Vive nella sua carne la vita nella dimensione più dura. Ne diventa parte, totalmente». La stessa Simone chiama «miracolo » la capacità di prestare attenzione agli sventurati. Nel saggio Sulla nozione di lettura, apparso per la prima volta su Les études philosophiques nel 1946 e qui proposto, la pensatrice spiega come la lettura non possa prescindere dal mistero e dalla contemplazione, e in un altro scritto, Sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio, testo del 1942 anch’esso presente in Attesa di Dio, si sofferma sul metodo dell’attenzione, cruciale nello studio come nella preghiera. Come illustra Marco Dotti nell’introduzione, Weil introduce il concetto sopra richiamato di hypomoné, parola greca ripresa dal Vangelo di Luca e che letteralmente significa “redenzione attraverso l’attenzione” e che non è altro che «l’attesa, l’immobilità vigile e fedele che dura all’infinito e nessun evento può scuotere».

Quell’attesa che in un’apertura radicale all’altro diviene «la forma più rara e più pura di generosità».

Marcario Giacomo

Editorialista de Il Corriere Nazionale

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Antonio Peragine

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