Poesie di Yari Lepre Marrani

Poesie di Yari Lepre Marrani

7  liriche edite e inedite

  • L’eternità custodita da Dio

I sorrisi lieti di gioia,

soffusi tra le aure liete dell’aurora

sono gocce perlate che irradiano il mattino

come queste rifulgono sull’alveo degli oceani

brillando d’eternità sino ai limiti dell’orizzonte

dove la purità del sole splende imponente.

I sorrisi puri di cuore dall’alba generati

sprigionano linfe di vita e si dileguano, rapiti

dall’eteree messaggere di luce, incorporei spiriti

che li diffondono, oltre le nubi,

usando i venti

come divini strumenti

che li guidano tra le genti.

I sorrisi lieti si espandono nelle vastità del mondo

sino a dilatarsi

come le perlacee gocce, cadute nell’oceanico mare,

erompono in folti rivoli che si spandono nell’argentea

[acqua

arricchendone l’immensità

e la goccia si dilata

e il sorriso si espande come araldi d’immortalità.

E i sorrisi puri di cuore e le perlate gocce

non sono che cera divina nelle mani di un monaco pio

non sono che atomi d’infinito custoditi da Dio.

(dalla silloge “Liriche crepuscolari”, Perrone Editore)

  • Toccherò i cieli con la lirica del mio cuore

Se per un istante

rapido come un batter di ciglio

riuscirò a sfiorare il principio del cielo

e a lambirlo con la mia fragile palma

come, dolcemente, si accarezza un ornato velo,

la musa lirica vibrante

nel mio cuore dolente

canterà l’estasi mia come gli angeli scuotono i cieli.

L’anima mia, rapita dal mio bacio al firmamento

che insperato miracolo sarà del mio spirito dilaniato,

cesserà d’esser una piana sopita. La muta lira,

tra le mie mani, s’infiammerà di grazia e d’ardimento

e il debole confine tra terra e cielo

in perpetuo si dissolverà con la mia ode,

come i ghiacci sciolgono sotto l’arso sole.

E la terra sarà cielo e il cielo sarà terra,

fusi come feriti compagni

abbracciati tra i fragori di una guerra.

Il mondo che ora duole

rinvigorirà il suo tronco

quando la mia lirica esulterà dal mio cuore,

essa risuonerà d’incanto

come, tenui, cantano i loro splendori

i dorati bagliori

(dalla silloge “Liriche crepuscolari”, Perrone Editore)

  • Virginia è bellezza apollinea

Eri un grazioso germoglio

fiorito su rena arida e infertile,

suscitato nella terra

dalla fede più fertile,

fede d’amore,

della brama del mio più passionale ardore.

Ti ho colto come il principe

coglie la sua rosa purpurea,

da una terra penosa, sterile,

d’improvviso mutata in vastità siderea.

Il germoglio tratto dalla terra spenta

divenne fiaccola di luce,

arcobaleno pitturato

da tinte di un amore stellato,

grandioso come egizie piramidi,

profondo come un oracolo a Delfi.

Nella mia vita è entrata Ciprigna

e celeste potenza risplende sulla mia vigna!

(dalla silloge “Liriche crepuscolari”, Perrone Editore)

  • Cuore d’agnello

Nell’oblio di un crepuscolo ombroso,

su un brumoso sentiero

tra gineprai di viottoli di un borgo misterioso,

sotto una luce soffusa un cuore rosso ho trovato,

deposto a terra, vivo, pulsante, da sé illuminato

e sul fresco terriccio riposava

e un vermiglio bagliore emanava.

Era un cuore grande, molto grande

simile a un bianco agnello piccolo, molto piccolo

appena svezzato a correr su prati, di dolcezza fremente.

Un agnello inerme come le pure emozioni ferite.

Mi approssimai al cuore vibrante a terra

come a voler accarezzare, in esso, l’agnello debole

che sui freschi erbaggi corre,

innocente

come un’anima pia e dolente.

Al cuore rosso mi approssimai

e a stretti passi da esso fui

e d’improvviso la sua vermiglia luce

riaccese la notte, squarciò strati di tenebra

e la scurità divenne vita e la luna divenne sole.

E il bianco agnello per sempre rimarginò

le emozioni più ferite e più pure.

(Poesia inedita)

  • Macchiato d’argento

Potrà quel gabbiano macchiato d’argento

che luminoso libra e muto come il sole

su chiome fiorenti d’alberi muti, por fine al mio tormento?

Nel suo volteggiare da un pinnacolo all’ altro

è simile all’Angelo che cerchiamo avidamente

nel cuore della vita, dal brio della gioventù

all’estremo ritaglio dell’esistenza che arde l’anziano, avidamente.

Quelle ali dal bianco piumaggio che adombrano il sole,

quell’audace stormo che lo proietta oltre le immote chiome,

verso gli arditi suoni del vento sferzante non hanno nome,

solo diafana purezza protesa verso l’etere, oltre le mute chiome.

Se nel suo fatato, inafferrabile volo

mutasse il mio orgoglioso dolore di uomo

non sarei un individuo solo.

Egli volteggia come lacrima sfuggente,

per un attimo eclissa il raggio solare,

così deciso, sì seducente

egli è volo di vita roteante su altra vita:

la mite natura che l’osserva attonita, stupita.

Perché egli è imperatore del cielo

è alabastro che punge le nebule bianche,

volge l’intrepido sguardo verso le isole cui anelo,

dei cieli è l’alato Angelo,

del mio cuore è virtù simile alla pienezza di un Arcangelo.

Se nel suo fatato, inafferrabile volo

mutasse il mio orgoglioso dolore di uomo

non sarei un individuo solo.

(Poesia inedita)

  • La Tomba

Desolato è il dolore

nel silenzioso camposanto,

i cipressi guardano le tombe

e le circondano come angeli

che suonano cetre e trombe

per non lasciare soli

uomini e donne che riposano nell’aldilà.

Desolato è il dolore

di chi ha perduto il primo amore,

la vita,

e riposa nel silenzioso camposanto.

Riposano le anime che hanno sofferto tanto

riposano nell’oscurità di questa notte

dove tutto può accadere

e l’uomo defunto riprendersi e risuscitare,

lasciando vuoto il suo sepolcro.

C’è paura che serpeggia

nel silenzioso camposanto:

i demoni notturni attendono

che scenda la mezzanotte per tornare

a invadere il cimitero con il vento turbinoso

che a questa tomba grigia vogliono donare.

È tomba del mio amico questa,

colui che c’era e più non c’è,

anch’egli sparito da questo misterioso mondo

dove vivi, invecchi e muori

senza che alcuno se ne duoli.

Ma io soffro per te, amico caro,

la tua tomba è una seconda casa per me

e il vento notturno che attraversa il silenzioso camposanto

è un regalo per te che rivivi la brezza della vita

anche se il tuo corpo è spento

poiché eri un eremita

e sei morto di vecchiaia e di dolore

ma senza alcun rancore!

Riposi qui, tra i cipressi verdi

che mutano l’angoscia in speranza

e allontanano da me l’enorme riluttanza

che questo luogo di morte mi ispira.

I demoni notturni attendono che me ne vada

e io, impaurito, ricerco questa piccola strada

che riporta alla vita.

La tomba riposa in pace

e tutto tace anche per te,

amico eremita,

che in una notte simile,

travolto dal dolore,

abbandonasti la tua cupa vita.

(dalla silloge “Quel sentiero in mezzo al bosco”, Altromondo Editore)

  • Ultimo grido dell’Ebreo Errante

Dolce è camminare tra i monti di Scozia,

creta nelle mani del Signore che mi allieta

con una leggera brezza,

io illuso di essere salvato da questa eterna tristezza.

Rigenerato… se la morte accogliesse la mia anima sofferente

e i secoli passati a errare per gli infiniti sentieri del mondo

non fossero che il miracolo di un uomo immortale

non agognerei, disperato, la serenità tombale!

Se quella mattina irradiata dal sole, se quella mattina

segnata

l’avessi accolto con sorriso tenero e anima beata

non camminerei da millenni con l’anima violata.

Sulla strada che portava al Golgota

io, umile custode rabbioso,

l’offesi come il più reietto lebbroso

e dalla maledizione di un momento

principiò la voragine millenaria del mio tormento.

Dall’Asia ai deserti africani, dalle steppe siberiane alla

Persia

ogni sera attendo con umile speranza

la fine di una giornata tersa temendo,

dormiente, che domani ricomincerà la mia tragica danza.

Quale più biblica condanna può superare

l’orrendo mio peregrinare per il mondo?!

Io, Cartafilo, umile e rabbioso, non ho più età,

dalla maledizione divina di un sol giorno

alla dimora dei defunti più non posso far ritorno.

Ed erro qui, domani dove piove, un giorno sotto il sole,

dovunque, lontano dal Signore,

io, luce spenta che fu priva d’amore,

quando sulla strada del Golgota lo vidi indugiare,

vidi Lui, che seppe solo guarire e amare,

divino taumaturgo sulla strada dei chiodi e del supplizio.

Con l’occhio illuminato ma dolente

mi chiese: “Sul tuo uscio fammi per un attimo sostare”

e io: “No, continua a camminare”.

Sul Golgota la Croce squarciò il mondo

e su quel monte nacque il seme più fecondo

e io a camminare continuo, sino al suo ritorno,

dal pellegrinaggio millenario chiedo solo un dono:

il Suo divino perdono.

 

Dolce è camminare, centenari, tra i monti della Scozia,

dolce è sentirsi venir meno

sognando che domani sarò con Te, guarito e sereno.

Passa un altro giorno: non sperare, Cartafilo, in un sogno.

In marcia mi rimetterò, sino al suo ritorno.

“Cartafilo” grida Gesù “non può perire la tua voce

dannata”

e la mia malvagia anima rinnega d’esser nata.

(dalla silloge “Quel sentiero in mezzo al bosco”, Altromondo Editore)

Redazione

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