Quando i gatti danno riposte alle grandi questioni dell’ esistenza

Quando i gatti danno riposte alle grandi questioni dell’ esistenza

Di Apostolos Apostolou

Il filosofo John Gray professore di filosofia in molte università come di London School of Economics Oxford, Harvard, Yale, ha scritto un libro con titolo Filosofia felina “I gatti e il significato dell’esistenza” e ci spiega in altre parole perché avremmo da imparare dal loro modo d’affrontare la vita le gatte. Molti anni fa Hippolyte Taine scriveva: «Ho studiato molti filosofi e molti gatti: la saggezza dei gatti è infinitamente superiore.» Secondo John Gray «mentre i gatti non hanno nulla da imparare da noi, noi possiamo imparare da loro ad alleggerire il peso che accompagna la condizione umana. Un fardello di cui possiamo liberarci è la convinzione che esista qualcosa come una vita perfetta. Non perché le nostre esistenze siano inevitabilmente imperfette. Esse sono così ricche da travalicare ogni idea di perfezione. La buona vita non è quella che potremmo aver sperimentato o che ancora ci aspetta: è quella che abbiamo. È in questo che i gatti possono farci da maestri, perché non rimpiangono le vite che non hanno vissuto».
Perché i filosofi parlano di fascino, e di mistero, dei gatti? Jean-Jacques Rousseau diceva: “Gli artisti, i ribelli e gli introversi preferiscono i gatti; i soldati, gli estroversi e gli autoritari preferiscono i cani”. Ogni uomo ha le sue uniche e dissimili rappresentazioni sensoriali, così organizza una comprensione intuitiva della simbolica del linguaggio. Il “dialogo” con un animale non richiede il rispetto di regole sociali ed è tutto basato su spontaneità e naturalezza, a volte assenti nei rapporti tra esseri umani. Inoltre, sono assenti le tensioni provocate dalla competizione perché l’animale non giudica e rende inutile l’instaurarsi di meccanismi psicologici ostili.
Di solito dicono che l’animale accetta ogni persona senza guardare i suoi difetti e non si fa condizionare dal denaro, dall’età, dalla bellezza, dalla posizione sociale. F. Nietzsche scriveva che “… a volte la mia gatta assomiglia ad un uomo!”. E M. Foucault accarezza il gatto (come vediamo in una foto) con un tatto – contatto corporeo, con una conoscenza dei confini della propria individualità. Guy Debord, giocava ogni giorno con il proprio gatto. K. Axelos, piangeva la morte del suo amato gatto che dormiva (come diceva lui) sul libro di Fenomenologia di Spirito (di Hegel). La comunicazione che s’instaura con un animale utilizza un canale linguistico speciale improntato su naturalezza e semplicità: strofinamenti, carezze, gioco, sguardo negli occhi, che permettono un momento di opportuna distensione. Conoscono ogni tuo gesto, ogni tua parola, anticipano i nostri desideri. Sono insieme saggezza, dolcezza, bellezza.
Il rapporto con un gatto è fonte di piacere e rilassatezza, infonde sicurezza e tranquillità. Pablo Neruda scriveva: “So tutto sulla sua vita ed i suoi misteri, ma non sono mai riuscito a decifrare il gatto” .received 5603758909744768
Il gatto è un inno alla libertà che ha ispirato poeti e filosofi. E chiamiamo libertà quando l’esistenza auto-trascenda ogni individualità determinata ed esista come auto disposizione alla relazione. Il gatto indica come senso del motore (secondo Aristotele) e come alterità. I Greci, attorno al 500 prima di Cristo, chiamarono il gatto “ailouros” e vollero indicare il gatto come “l’animale che agita la coda” e come libertà. E la libertà è il desiderio della vita. La differenza tra il bisogno come impulso e il bisogno come desiderio della libertà, (differenza tra il soddisfacimento del bisogno fisico e la domanda di relazione dell’altro che è la libertà) sembra coincidere con il salto immenso ed evolutivamente inesplicabile dalla necessità alla libertà. Quando Lacan diceva che il soggetto nasce al posto dell’Altro (lettera maiuscola) significa che il soggetto nasce quando al posto dell’“Altro” appare il significato della libertà. Cioè; la libertà di qualcosa di più del bisogno biologico desiderio, un salto del riferimento auto-trascendente. Con altre parole possiamo dire che la concretizzazione del desiderio vitale in una referenzialità auto – trascendente cioè l’“Altro” della libertà. Il desiderio non si attua solo con le prescrizioni – possibilità biologiche dell’individuo fisico – ma con possibilità del valore auto- trascendente.
Pam Brow scriveva: “Un gatto è bellissimo da una certa distanza: visto da vicino è un’inesauribile fonte di meraviglia”. Ecco l’auto- trascendente. E l’auto- trascendente esiste nell’immaginazione e, come conosciamo, alla radice della scrittura c’è l’immaginazione. Perciò i filosofi e gli scrittori amano il gatto: per l’auto-trascendente della libertà e per l’immaginazione. Il poeta Sofocle (496-406 a. C.) a chiedersi, in una sua tragedia: “È possibile che un gatto cresca fino a diventare un leopardo?” (Lo schema è: auto-trascendente + immaginazione = Libertà). I gatti non mirano ad ottenere potere sugli altri, ( tutti conosciamo che il potere usa la paura perché ha paura) che sarebbe oltretutto fonte di stress nel timore di perderlo nuovamente, esattamente lo stress continuo cui siamo sottoposti noi umani.

I gatti erano anche sacri ad Artemide, dea della caccia e signora degli animali, una delle divinità più popolari di quel tempo. Artemide, tra i suoi tanti e straordinari poteri, aveva anche la capacità di entrare nel corpo di un gatto o di assumerne la forma. Qui la metafora come gioco di fattori soprannaturali enigmatici indica che esiste sempre una distanza cognitiva della libertà tra la comprensione dei significanti e la conoscenza esperienziale dei significati. Sono molti, infatti, gli autori che hanno dedicato opere al gatto.
Quasi tutti abbiamo letto “Il gatto con gli stivali”. Ricordiamo Edgar Allan Poe che nel suo racconto gotico “The Black Cat”, riscrive in chiave di perversione psicologica, dovuta all’alcolismo del protagonista, la storia della gratuita crudeltà umana verso i gatti e della conseguente vendetta di questo felino. Ma anche fra i poeti ricordiamo, Charles Baudelaire ha dedicato diverse opere al gatto.
Rilke, Baudelaire, Verlaine, Yeats, Keats, Apollinaire, Pessoa, Saba, Borges, Swinburne, Rodari, hanno scritto poesia per il fascino del gatto e scrittori come Italo Calvino e Eduardo de Filippo dai quali traggono spunto e ispirazione.
William. S. Burroughs , l’autore beat del visionario e controverso Pasto Nudo ci ha anche offerto un piccolo volumetto che parla di un grandissimo amore : quello verso i gatti . Un libricino di 100 pagine che diventa una delicata dichiarazione nei confronti di quelli che sono i secondi amici dell’uomo. Scrisse: «Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso. Naturalmente vuole cura e un tetto. Non si compra l’amore con niente. Voi che amate i gatti, rammentate che i milioni di gatti che miagolano nelle stanze di questo mondo ripongono ogni loro speranza e fiducia in voi». Doris Lessing ha scritto un piccolo saggio (“Gatti molto speciali” pubblicato da Feltrinelli) che non è un trattato di etologia, ma una sorta di biografia attorno ai suoi incontri felini. Per la scrittrice ogni gatto ha il suo temperamento. Ogni gatto è speciale. “Darei il mio cuore per una lacrima di gatto” dice, parafrasando Kipling. Lessing non pensa affatto che siano delle sfingi, animali freddi e distanti. “Quello con cui ho comunicato meglio – racconta Lessing – era ‘El Magnifico’, un gatto di grande intelligenza. Passavano molto tempo a guardarci, toccarci”. Una visione “minimalista” del rapporto tra uomini e gatti – una compagnia, un semplice antidoto alla solitudine –
non è contemplata dalla Lessing. E a sentirla parlare viene da pensare che ormai li preferisca agli esseri umani. Ogni gatto che muore è un colpo al suo vecchio cuore, un lutto difficile da superare. In loro, riconosce anche una fonte di ispirazione. Accanto alla macchina da scrivere, tra fogli e pile di libri, la scrittrice ha sempre tenuto un gatto accoccolato a dormire oppure seduto a scrutare, vigile.
Ernest Hemingway ha scritto quindici lettere “Le lettere”, scritte anche durante i viaggi tra Cuba e l’Africa, mostrano soprattutto negli anni prima del suicidio gli aspetti più sentimentali della sua personalità, comprese le lacrime versate per la morte del suo gatto Uncle Willie. Felix Lope de Vega scrisse, La Gattomachia, un intero poema burlesco in sette canti, per raccontare gli amori del valoroso soriano Marramachiz e della bella gatta Zapachilda. Ma c’è anche Il gatto che mi rubò il cuore, di Richard e Teresa Capuzzo e ci sono I Gatti con le ali di Doreen Tovey e naturalmente da Hoffman a Lewis Carroll, da Calvino alla Morante, molti grandi hanno scritto – innamorati – dell’orgoglioso felino. Secondo John Grey «i gatti non hanno bisogno di analizzare la propria vita, perché non dubitano che valga la pena di essere vissuta…i gatti si reputano paghi di ciò che la vita offre loro. La differenza tra noi e le gatte come sostiene John Grey è che «Abbiamo ereditato la convinzione che la forma più elevata di moralità sia l’altruismo, il vivere per gli altri. Nell’ambito di questa tradizione l’empatia è al centro di una buona vita. Al contrario, i gatti non sembrano lasciarsi influenzare dalle emozioni altrui, a parte quando si tratta dei loro cuccioli. Riescono ad avvertire se i loro compagni umani sono in preda all’angoscia, e possono star loro vicini nei momenti di difficoltà; sanno offrire conforto a chi è ammalato o morente, ma non si sacrificano in nessuno di questi ruoli. Si limitano, con la loro sola presenza, a lenire il dolore degli uomini».
I gatti sono i grandi maestri della vita poetica.

Apostolos Apostolou. Scrittore, professore di filosofia

Redazione Radici

 

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