La Scena dell’Arte

La Scena dell’Arte
 La Scena dell’Art è un progetto espositivo prodotto da ArchiViVitali e Villa Carlotta a Como che ha aperto al pubblico il 2 luglio e sarà visitabile fino a domenica 6 novembre. L’esposizione, a cura di Velasco Vitali, si declina in due sezioni tematiche: Il teatro segreto a Villa Carlotta a Tremezzina (Como) e Straniamenti nello Spazio Circolo di Bellano (Lecco).

La Scena dell’Arte è il primo progetto diffuso di arte contemporanea sul Lago di Como che connette tra loro le due sponde storicamente diverse: l’una è da sempre meta del turismo internazionale mentre l’altra è stata il cuore manifatturiero del Lago. Le due sedi espositive raccontano a loro volta questa differente natura: da una parte un’antica villa dalla storia gloriosa immersa in uno dei giardini botanici più belli d’Europa e, dall’altra, uno storico circolo operaio recentemente trasformato in spazio espositivo.

La Scena dell’Arte è un viaggio dove si incontrano e si confrontano azione teatrale e arti visive: ognuna presta all’altra strumenti e linguaggi per trasformarsi in una grande messinscena poetica. Il risultato è un racconto immaginifico dove trovano spazio le invenzioni di un ensemble di scenografi, artisti e creativi.
Spiega il curatore Velasco Vitali: “Il titolo prende in prestito quello del volume che raccoglie la straordinaria ricerca fotografica che Ugo Mulas dedicò agli artisti del ‘900. Qui è arbitrariamente utilizzato per raccontare quanto l’arte figurativa contemporanea si nutra e allo stesso tempo contamini la scena teatrale”.

Il progetto, ideato e prodotto dall’associazione culturale ArchiViVitali, inaugura la collaborazione con Villa Carlotta, ha il patrocinio dell’Autorità di Bacino del Lario e dei Laghi Minori, le Province di Como e di Lecco, i Comuni di Bellano e di Tremezzina, la Navigazione Laghi e il sostegno di Camera di Commercio Como Lecco, Lariofiere, Mulattieri e Torneria Automatica Alfredo Colombo e vuole essere il prologo di un più ampio progetto che, attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea, punta a mettere in rete i grandi laghi lombardi alpini: Como, Garda, Iseo, Maggiore e Orta.

La Scena dell’Arte. Il teatro segreto. Villa Carlotta
A Villa Carlotta è allestito Il teatro segreto, la sezione del progetto in cui Antonio Marras e Ferdinando Bruni misurandosi con gli spazi della villa, ricreano un gioco di rimandi tra la loro poetica personale e la storia dell’edificio monumentale.

Bruni e Marras: attori o registi? Costumisti o scenografi?

Semplicemente artisti, interpreti capaci di rimodellare la storia, le stanze e gli oggetti della principessa Carlotta, che nel 1850 ricevette in dono la villa dalla madre, la principessa Marianna dei Paesi Bassi, in occasione del suo matrimonio con il duca Giorgio II di Sassonia-Meiningen.

Carlotta morì a soli 24 anni in seguito al parto del suo quarto figlio, lasciando un vuoto incolmabile. Il marito continuò a frequentare la villa con alcuni fidati amici, tra cui Johannes Brahms che spesso lo accompagnava nelle passeggiate estive lungo i viali del giardino o in qualche rara gita in barca.

Il Duca era amante delle arti e in particolare di quelle sceniche: dedicò tutta la vita al teatro, non solo come finanziatore, ma impegnandosi in prima persona a cambiare radicalmente le tecniche di regia, di scena e recitative, fino a diventare una figura chiave nella storia del teatro europeo. Del resto Meiningen, in Germania è conosciuta, grazie a Giorgio II, come la “Theaterstadt”, la città del teatro. Villa Carlotta ne custodisce il ricordo nelle stanze che si aprono sulla galleria del secondo piano, negli arredi dello studio, nella splendida Sala delle Vedute, che fu progettata dal Duca stesso e poi realizzata da Lodovico Pogliaghi. Ma è soprattutto il giardino a evocare l’arte del teatro con i suoi scorci straordinari e le rare specie botaniche, in una sapiente messa in scena tra arte e natura.

È in questo contesto intriso di memoria, che irrompe sulla scena l’intervento di nuovi attori che con la loro versatilità interpretano infiniti ruoli, svelando il contenuto di bauli di scena finora segreti. Pittura, scultura, objets trouvés, paraventi, manichini sono il bagaglio personale e inedito che Ferdinando Bruni e Antonio Marras mostrano ai nostri occhi: Bruni installa tra gli affreschi della Galleria dieci grandi inediti dipinti del ciclo The sweet derision of the crow che, in uno dei quali rimanda anche alla citazione di un proverbio spagnolo “Alleva corvi e ti beccheranno gli occhi” come nel film di Saura del ‘76 Cría Cuervos che ci ricorda come “il male che coltiviamo in noi, se non viene spurgato, ci si rivolterà contro”.
Le tele di Bruni sono rosse e allestite in controluce, un orizzonte dove spesso appare un sole nero e un corvo che sembra svolazzare intorno ai due grandi tavoli che Antonio Marras ha popolato di memorie e di manichini dei quali non si conosce la provenienza, ma s’intuisce che si sono modellati su corpi di regine, di principesse, di donne che, anche se non hanno attraversano le stanze della villa, hanno viaggiato tra San Pietroburgo e Parigi, tra Praga e Dresda, e parlano la lingua di Antonio Marras: “Il manichino mi affascina. Da sempre. Sono per me oggetti familiari, presenti dappertutto. A volte non hanno braccia né testa, ridono pur non avendo una bocca; danno la mano pur non avendo le mani e conoscono i miei segreti. Sono come statue classiche, corpi perfetti e inarrivabili. Eppure plasmabili e manovrabili”.

La relazione con la storia di Villa Carlotta non si ferma qui, ma a ben osservare i dipinti su carta di Ferdinando Bruni si scopre che le “ombre” che appaiono nelle sue tele provengono dal giardino della villa, come un filo continuo che dalla selva si espande nella galleria. La citazione del luogo è narrata in forma diretta, copiata e rimaneggiata da stampe antiche di incerta provenienza, dove l’architettura neoclassica della villa si erge quasi timidamente fra fronde rigogliose e cascate d’acqua. L’intera installazione è progettata come un serrato dialogo tra i due artisti in un rimando di citazioni storiche e chiara evidenza naturalistica. I totem di Marras sono come alberi sulle cui cime giacciono appollaiate varie specie animali, galline, anatre, conigli che sembrano fare il verso agli “intelligenti” corvi di Bruni che a loro volta sembrano muoversi tra una parete e l’altra come anime segrete della villa, dipinti in un andirivieni di tende rosse che attraversano il corridoio della galleria. È una Wunderkammer del nostro tempo, ricolma di oggetti, tra armadi, paraventi e tendaggi che rimandano alla gloriosa storia della villa, ma anche alla possibilità di una messinscena nuova ricominciando da un’invenzione sul presente. I due artisti hanno risposto a questo invito ridando luce e intrigo a una storia che appartiene a tutti.

È questo il teatro segreto in cui i visitatori sono invitati a entrare. Il curatore, Velasco Vitali, lo racconta così: “Il teatro segreto è un racconto a capitoli, una matrioska di svelamenti, un mondo di oggetti reinventati, “trafugati”, trasportati, riportati alla luce e riallestiti; reperti di una storia occultata e catalogata e che, grazie alla sapiente implicata collaborazione dei due artisti, restituisce alle stanze di questa dimora nuove e inaspettate scoperte”.

La Scena dell’Arte. Straniamenti. Spazio Circolo
Sull’altra riva del lago, a Bellano, la mostra prosegue, o comincia, con un ricco prologo intitolato Straniamenti, una lunga premessa che apre La Scena dell’Arte, un luogo, simile ad un grande palcoscenico, dove più voci s’incontrano, ognuna con un’intonazione diversa e ognuna con una propria storia. In continuità con Villa Carlotta, anche a Bellano è Ferdinando Bruni ad aprire la scena, prima con un progetto video realizzato con Francesco Frongia e l’interpretazione musicale di Alexander Romanovsky, un intenso lavoro realizzato per il Festival di Stresa del 2017 e, poi, con una passerella di costumi per Les brigands di Offenbach per l’Opéra de Lyon.
Straniamenti, raccoglie bozzetti per scenografie, installazioni, costumi, locandine e studi di scena: un vero e proprio paesaggio teatrale in cui i lavori esposti sono ad un tempo oggetti di intensa bellezza ed evocazioni di reali opere di cinema e teatro. Straniamenti potrebbe essere anche il titolo dei penetranti sguardi di Ida Marinelli immortalati da Armin Linke sulla scena di Le Lacrime amare di Petra von Kant di Fassbinder o all’opposto le cromie dei pastelli di Nicola Benois pensate per Un ballo in maschera di Verdi del 1979, accostate agli studi dei costumi per la “Persefone” di Stravinskij del 1965 o i bozzetti di scena per l’Opera di Brno del 1935 che fanno da ouverture a una lunga serie di opere, tra cui la serie di 20 tempere per i costumi di Pier Luigi Pizzi per Re Lear o la maschera di minotauro di Mimmo Paladino del 2019 per Il ritratto di Dora M rappresentato al Teatro Filodrammatici di Milano. La grande silhouette nowhere di Emilio Tadini progettata per il Teatro Franco Parenti di Milano dialoga con primitivi e sofisticati studi di costumi di Antonio Marras per Edipo Re sullo sfondo di scene stranianti e ‘specchianti’ di Maria Spazzi, progettate per Utøya di Edoardo Erba a cui fanno da controcanto altri frammenti luminosi ‘pescati’ nel vuoto della sala dalla rete sospesa di Marcello Chiarenza a cui lo stesso artista risponde con un falce di luna che poggia a terra per contraddire l’astronomia teatrale. Il dipinto originale per il manifesto di Cavalleria Rusticana del Teatro Regio di Torino di Paolo Ventura, così come quello di Giosetta Fioroni mostrano l’altra faccia del teatro, quello della cartellonistica e delle locandine o il logo provato in varie versioni all’acquerello da Mimmo Paladino per il Teatro dell’Elfo, mentre la combinazione installativa di Claudia Losi, un incastro di otto sedie di legno, suggerisce un paradosso visivo che nega la possibilità di sedersi e sembra spingerci ad abbracciarci come necessità, rendendo ambiguo il ruolo di spettatore. Sorprende anche ritrovare Giovanni Testori costumista, con un gruppo di disegni inediti per le figure di Amleto, la scenografia è una scatola magica nelle mani degli artisti anche quando passa dalla tv con una platea aperta in una cornice che diventa teatro come propone Francesca Montinaro, oppure è immaginazione cromatica su larga scala quando è pensata per i grandi sipari del Tuscany Hall di Firenze progettati da Getulio Alviani, Carla Accardi, Mimmo Paladino, Aldo Mondino, Pino Pinelli fino alla serigrafia del Bestiario del firmamento di Luigi Mainolfi che sembra riscrivere la volta di un cielo notturno costellata da stormi di animali fantastici o attraversato dai lampi elettrici di Fabrizio Plessi, un sipario appunto che si apre anche per un istante sulla scena del Franco Parenti per il Cantico di Mezzogiorno di Claudel con i bozzetti di scena di Sottsass o su una figura da smascherare: il volto di Tiresia nascosto tra il fogliame di Matteo Soltanto che strizza l’occhio al Cavallo danzante di Gian Maurizio Fercioni che ondeggia davanti ai disegni di scena per i Pagliacci di Paolo Ventura o al corpetto nudo che lo stesso Fercioni chiede di indossare a Luisa Rossi nell’Ambleto di Testori del ’73. Il piccolo pinocchio di Chiarenza guarda in alto e ancora sta cercando la luna, ma nessuno può ritrovarsi spaesato qui, neanche nella Prigione di Matteo Soltanto: ad attenderlo c’è una ‘maschera’, è parte del personale di sala e da sola accoglie il pubblico che sta affollando la platea, ma sa anche come fare per togliere il disturbo, richiudendosi in valigia, per merito o colpa ancora una volta di Paolo Ventura.

Daniela Piesco

Daniela Piesco

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