I nonni italiani

I nonni italiani

E’ ancora vivissimo per Maria Teresa del Core il ricordo dei nonni italiani, in particolar modo della nonna che rivede mentre tesse alla luce di una candela ascoltando la radio, mentre cura dal malocchio i ragazzi del quartiere, mentre prepara salse prelibate frantumando gli ingredienti nel mortaio, mentre cuce i vestiti per tutta la famiglia, mentre prepara a mano i fusilli che chiama “fucili”, mentre coltiva l’orto e vende gli ortaggi appena raccolti.
Un tesoro impagabile di ricordi e di immagini.

Quello che imparai sulle mie radici italiane, lo devo ai miei nonni materni, specialmente a mia nonna. Se chiudo gli occhi, mi sembra di vederla, una giovane gringa in viaggio su una nave con il suo fiammante marito.
Fu una lunga traversata, monotona e scomoda, trascorsa quasi in condizioni di indigenza; l’imbarcazione era piena di gente che scappava dalla miseria ed abbandonava dopo la guerra il vecchio continente per cercare un futuro migliore in quel paese giovane, ricco e pieno di speranze. Andavano in cerca dell’America. Alcuni rimasero nella capitale, altri si spostarono nella provincia circostante; i miei nonni si istallarono a Pergamino.
Loro ormai non ci sono più, ma rimangono le cose a loro appartenute che costituiscono per me un tesoro incalcolabile, la testimonianza delle loro mille peripezie: in primo luogo c’è la scatola, come la nonna la chiamava, un cassone dove aveva sistemato tutto ciò che credeva necessario per cominciare la nuova vita.
Mi sembra di vederla ancora, seduta sopra la scatola, mentre tesse al telaio, spingendolo con la gamba e facendo girare in terra la lana come una trottola, per poi raggomitolarla. Quella lana serviva per confezionare vestiti caldi per tutta la famiglia, dato che la nonna era molto abile anche a cucire. Lo faceva di notte nella sua stanza dopo un giorno di lavoro, alla luce di una candela mentre ascoltava la radio e muoveva le labbra come in preghiera.
Una cosa a cui si dedicava, su richiesta delle madri del quartiere, era la cura dal malocchio, perché anche solo una sua parola di conforto pare aiutasse chi ne era colpito.
Altro oggetto di gran valore sentimentale è per me il mortaio, un recipiente di bronzo pesante, sempre brillante (quasi sembrava più un ornamento che un utensile da cucina), in cui la nonna frantumava gli ingredienti per preparare salse varie, un’autentica prelibatezza.
La cosa che imparai meglio da lei fu cucinare, elaborare differenti tipi di pasta fresca, purtroppo oggigiorno sostituita da quella già pronta, anche se quest’ultima non ha nulla del sapore e dell’aroma della prima.
Una in particolare ricordo, quella che la nonna chiamava fucili (fusilli): una massa leggera, con poche uova, che si stirava e si tagliava allo spessore di una sigaretta; sopra vi appoggiava un ferretto (che poteva essere un ago da tessere); la rotolava dolcemente con le mani sopra il tavolo stendendola, e quando si toglieva – cosa che era tutta un’arte – diventava uno spaghetto lungo e bucato; impregnato di salsa costituiva un piatto squisito. La salsa di pomodoro veniva cotta a fuoco lento sul focolare alimentato dal carbone.
Mi ricordo ancora che la nonna seccava i pomodori al sole, per poterne ricavare una specie di conserva che dava colore e corpo alla salsa.
I miei nonni non poterono tornare in patria, neppure per una breve gita, ma non per questo dimenticarono la campagna, gli alberi di noce, le capre e le montagne. Furono sempre riconoscenti a questa terra che aveva permesso loro di formare una famiglia e vivere degnamente, con la dignità che offre il lavoro.
Lavoravano tutto il giorno, dall’alba al tramonto; avevano il loro pezzo di terra e persino un piccolo orto di frutta dietro casa. La nonna vendeva sul posto i prodotti freschi appena raccolti, mentre il nonno li vendeva in giro per la città col suo carretto.
Cosa penserebbero oggi i miei nonni se fossero ancora vivi, vedendo la situazione totalmente cambiata?
Avrebbero incoraggiato i giovani a partire per l’estero alla ricerca di nuovi orizzonti? Avrebbero detto loro quanto é doloroso partire lasciando tutto? Avrebbero detto che niente sarebbe mai stato così bello come il colore della terra e del cielo che li aveva visti nascere?
Difficile situazione, questa, e di grande responsabilità.
Ho sempre voluto guardare il lato positivo dei miei nonni italiani, il loro onore, la capacità di lavorare, il grande senso dell’amicizia, la gentilezza verso gli altri. Li ringrazio perché ho potuto veramente godere nella mia infanzia e gioventù di una famiglia, nel vero senso della parola; soprattutto ripensando alle domeniche quando eravamo tantissimi, tutti riuniti attorno alla tavola ad assaporare e gustare le deliziose paste fatte a mano dall’amata nonna’.

(Testimonianza rilasciata a Pergamino il 14 marzo 2003)

Paola Cecchini

Paola Cecchini

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