Guglielma la Boema

Guglielma la Boema

di Claudia Babudri

C’era una volta una donna.Visse tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Le notizie su di lei non sono moltissime ma, da quelle poche in nostro possesso, capiamo che fu uno dei personaggi enigmatici e non convenzionali del suo tempo. Si chiamava Guglielma. Era detta “la Boema” in quanto presunta figlia di un re di Boemia.  La troviamo intorno al 1260 a Milano dove entrò in stretto contatto con il monastero di Chiaravalle e con gli ambienti laici che vi ruotavano intorno. Presto, un corpo di esponenti della società medio – alto della Milano di fine Duecento, iniziò a stringersi attorno a lei, venerandola, pendendo dalle sue labbra. Naturalmente la Chiesa bollò questo affare come scandaloso e inopportuno poiché si trattava di eresia, per giunta al femminile!

Questo fenomeno non era nuovo alla Santa Sede, consapevole della partecipazione di donne a chiese, gruppi e movimenti ereticali. L’esistenza di Guglielma, presunta santa, polo di attrazione per questi “apostoli”, godeva di pessima considerazione presso i prelati cattolici i quali guardavano il fenomeno con notevole riluttanza e disgusto. Il cistercense Goffredo di Clairvaux, nel XII secolo, aveva più volte redarguito la comunità di Lione, centro primitivo della diffusione cristiana nelle Gallie, celebre per la presenza di “apostole”. Per questo, per staccarsi da questo fenomeno, la Chiesa impose al monachesimo femminile regole ancora più rigide per arginare vari problemi di disciplinamento, tra l’altro di natura assai grave. L’opera di correzione ecclesiastica si protrasse fino alla fine del XIII secolo al cui margine troviamo la figura di Guglielma.

Dagli atti processuali a suo carico, ascritti al XIV secolo, non si desumono molte informazioni tranne quel ripetuto alone di mistero e santità attribuitole dai discepoli, edotti dalla Boema all’amore cristiano e alla moralità evangelica. Di Guglielma si evidenziava la santità, il suo essere reincarnazione al femminile dello Spirito Santo. In special modo, queste teorie erano caldeggiate dal cistercense Andrea Saramita e dall’umiliata Manfreda da Pirovano.  Andrea era particolarmente impegnato nell’alimentarne il culto, risoluto nel nominare Guglielma santa, mentre Manfreda era più incline alla diffusione del messaggio della Boema, ai suoi occhi futura “papessa”.

Guglielma aveva creato attorno a sé uno spazio vario e libero, aperto alle più svariate interpretazioni unite dalla ferma convinzione della sua santità. Per questo, i suoi discepoli, il monastero di Chiaravalle e tutti coloro che credevano in Guglielma, forse per un processo psicologico spinto dalla necessità di un legame intimo e spontaneo col sacro, vollero ad ogni costo perpetrarne il ricordo post mortem , arrivando addirittura a ricamarci un culto con tanto di inni, liturgia e ideologia guglielmita fondata sull’attesa di una nuova era dello Spirito incarnato al femminile.

Ovviamente tutti costoro avevano i giorni contati. La Chiesa non poteva sopportare un tale oltraggio, mirabilmente passato al vaglio severo dell’Inquisizione domenicana, all’interno di un ben più ampio progetto volto alla riaffermazione dell’autorità ecclesiastica ed inquisitoria in quei primi del Trecento. L’Inquisizione, ancora una volta, mise fine ad un caso di falsa santità, riesumando il cadavere di  Gugliema per punirlo tra le fiamme del rogo.

Redazione

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