Il minimo comune etico

Il minimo comune etico

Circa sessant’anni fa un gruppo di ragazzi miei coetanei, dopo lunghe e accalorate discussioni sul problema del fondamento della morale, mi affidarono il compito esporre le conclusioni che erano risultate più convincenti per “quasi” tutti.

Il Minimo comune etico

TESI

“Esiste un concetto mediante il quale si possono rappresentare i rapporti umani (di qualunque specie e in qualsiasi tempo e luogo) come “buoni e giusti”. Tale concetto può essere descritto con le seguenti parole:

Pari libertà e pari responsabilità per ogni essere umano

Più precisamente “Pari libertà (pari diritto) di ogni essere umano di vivere e di sviluppare le proprie capacità vitali e pari responsabilità (pari dovere) di ogni essere umano nel riconoscere ad ogni altro la libertà di cui egli stesso è titolare”.

Tale concetto può essere pensato come necessario e sufficiente per “costituire” (fondare) di per se stesso la regola, (la legge, la norma) minima comune ossia uguale per tutti gli esseri umani in qualunque tempo e luogo in qualsiasi condizione personale o sociale.

In riferimento a questa regola tutti i comportamenti umani possono essere giudicati come “moralmente validi” (buoni, giusti) o meno in quanto conformi o non conformi (o più o meno conformi) alla regola stessa.”A questo concetto viene dato il nome di Minimo comune etico o Etica minima comune (o più brevemente Minimo etico).

DIMOSTRAZIONE

Un qualsiasi soggetto pensante, mentre pensa intorno a una qualsiasi cosa, pensa, nello stesso tempo, più o meno consapevolmente, sempre e inevitabilmente a quella “cosa che pensa” ossia alla “cosa” che è costituita da se medesimo, il proprio “io”. E ciò pensando si ritrova a pensare come segue.

Io penso che sono, che esisto, che sono vivo qui e ora.

Io so che la mia vita (questa vita visibile qui e ora), come la vita di tutti gli esseri umani e quella di tutti gli esseri viventi, è (o comunque appare essere alla mia “naturale” esperienza) una soltanto, ha un solo inizio, una sola durata e una sola fine.

Io so dunque che questa mia vita, trascorso un periodo determinato, finirà, so (so di sapere, sono cosciente del fatto) che morirò; ho paura di morire; desidero vivere; desidero vivere realizzando tutte le mie capacità  vitali.

Per quanto mi è dato di vedere, io devo pensare che questi miei pensieri sono comuni, al pensare di tutti gli esseri umani in qualsiasi tempo e luogo. Per questo io so che in riferimento a questo pensiero esiste una comune condizione umana (una condizione uguale del vivere per qualsiasi essere umano). In riferimento a questo pensiero (e alla “realtà” che questo pensiero rappresenta) tutti gli uomini sono uguali.

Io so dunque con certezza indubitabile che tutti gli esseri umani in qualsiasi tempo e luogo (per quanto diverse possano essere le loro caratteristiche individuali, sociali e culturali) pensano necessariamente i miei stessi pensieri sopra descritti (e so che loro sanno che io li penso).

Nei pensieri in questione è contenuto ed è evidente (appare) il concetto di bene: penso infatti che il bene è la vita in se stessa (questa vita limitata nel tempo e nello spazio). Più precisamente “il bene è”:

il conservare, il mantenere in efficienza la vita sviluppandola nelle proprie potenzialità.

Con ciò osservo che qualsiasi essere umano in quanto pensante al vivere qui e ora deve “naturalmente” essere d’accordo con me e con qualsiasi altro su una Regola minima che venga posta a fondamento di tutte le azioni di qualsiasi uomo la cui vita abbia un qualsiasi rapporto con la vita di qualsiasi altro. Tale Regola può essere precisamente enunciata in questi termini:

“Ogni uomo (senza eccezione alcuna): è titolare della libertà o diritto di vivere in modo da poter conservare e sviluppare al massimo le sue capacità vitali e conseguentemente ha la medesima responsabilità o dovere di agire in modo tale che ogni altro possa disporre della medesima libertà di cui egli stesso è titolare”. Quindi sinteticamente:

pari libertà e pari responsabilità per qualsiasi essere umano.

COME DOVEVASI DIMOSTRARE

COROLLARI

Osserveremo ora che, sulla base delle stesse argomentazioni, la teoria appare come:

  1. “intuitiva” ossia “leggibile” nella “natura” stessa di quel fenomeno che è costituito dal “vivere in società” degli esseri umani;
  2. “evidentemente” buona e giusta in quanto assicura a tutti gli esseri umani senza distinzione pari libertà e pari responsabilità;
  3. “universalmente” e “incontestabilmente” valida proprio per la sua “universale conoscibilità”;
  4. “razionale”, ossia “comprensibile”, da qualsiasi soggetto umano e conseguentemente “comunicabile” da parte di qualsiasi soggetto a qualsiasi altro.

Facile notare poi che il principio “pari libertà e pari responsabilità” è tale da garantire nello stesso tempo libertà e uguaglianza per tutti i componenti la società. Esso comporta infatti che le particolari differenze di ogni soggetto trovino la possibilità di esprimersi e di svilupparsi senza entrare in conflitto con le differenze di ogni altro in quanto: al crescere della libertà di ogni soggetto cresce, nella stessa misura, la sua responsabilità nei confronti degli altri. Il rapporto fra libertà e responsabilità di ciascuno persona è sempre “matematicamente” uguale a uno.

L’applicazione della norma in questione comporta una condizione sociale nella quale: nessuno domina, nessuno è dominato; nessuno opprime, nessuno è oppresso.

Il libero sviluppo delle capacità vitali di ciascuno diventa un aiuto al libero sviluppo delle capacità vitali di tutti.

Nota a margine

Come si diceva la tesi su esposta, in quanto fondata sulla logica matematica, è apparsa certa e indubitabile a “quasi” tutti i ragazzi di cui sopra. Ma il fatto che non tutti ne fossero convinti impone che la tesi stessa rimanga aperta alla più ampia discussione.

Giorgio Pizzol

Diritto naturale e diritto positivo

Giorgio Pizzol

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