Bitetto uno straordinario patrimonio culturale e architettonico da salvare

Bitetto uno straordinario patrimonio culturale e architettonico da salvare

Bitetto uno straordinario patrimonio culturale e architettonico dimenticato e da salvare tra casolari, palmenti e masserie isolate, dimenticate, vittime di vandalismo e incuria, ma al tempo stesso affascinanti e cariche di storia.

È questo il ritratto delle secolari strutture in pietra che si ergono nelle campagne di Bitetto, paese a sud di Bari. Qui, tra ulivi e vigneti, si nascondono infatti casolari, palmenti, piccole chiese e masserie abitate un tempo dai proprietari terrieri e dai contadini che popolavano la zona. Questo patrimonio si nasconde nell’agro a sud-est dell’abitato della città  confinante con il comune di Sannicandro.

Partendo dal centro di Bitetto bisogna raggiungere e percorrere la provinciale 90 per poi svoltare sulla 184. Dopo circa un chilometro e mezzo sulla destra della provinciale si trova, per fortuna ben visibile, una stradina privata sul ciglio della quale troviamo la prima struttura.

Si tratta di Torre del Marchese, una maestosa e solenne masseria fortificata che prende il nome da un nobile che la possedette: Nicola De Ruggero. L’immobile fu però fondato nel XV secolo da Arcamone, vescovo e feudatario di Bitetto. Il fabbricato, privo ormai del tetto, si sviluppa su due livelli, di cui il primo ospitava le stalle e gli ambienti destinati a uso agricolo e il secondo gli alloggi. Varcando l’ingresso dell’edificio, in parte ormai diroccato, ci si trova in una stanza ricoperta da un particolare soffitto a volta su cui sono disegnati dei cerchi concentrici.

In un angolo scoviamo un profondo buco parzialmente nascosto da un’asse di legno: è l’imboccatura del deposito dell’olio. Sì perché il luogo ospitava un importante frantoio, la cui presenza è suggerita dalle quattro nicchie per i torchi a vite scavate nel muro. A questo punto è opportuno proseguire a piedi e seguendo un tratturo che si trova al centro di una campagna rigogliosa e piena di ulivi giganteschi si giunge davanti ad una struttura la cui memoria si è persa nel tempo: nessuno infatti ne conosce nome e storia.

Ma si tratta di un fabbricato attraente, circondato da fichi d’india e dotato di una grande apertura ad arco che ci invita al suo interno, rivelando un ambiente con volta a botte purtroppo usato come discarica per cassette, sedie rotte e frigoriferi dismessi. Proseguendo lungo lo stesso itinerario ci si imbatte quasi all’improvviso nella strada Vicinale S.Andrea. Qui troviamo un complesso formato da due edifici adiacenti: una chiesetta e un palazzotto.

Quest’ultimo conserva ancora un balconcino protetto da un’inferriata e una finestra con le ante in legno. Su un architrave è riportato il nome del vecchio proprietario: Josephi Scoppetta. Si tratta di un manufatto edilizio che risale all’800 – ed è conosciuto  come il Casino del Comandante, soprannome che era stato attribuito al proprietario Josephi Scoppetta per il suo carattere forte e parecchio  prepotente.

La tradizione orale sostiene che Scoppetta (nel borgo antico di Bitetto si trova una strada con piazzetta chiamata Corte Scoppetta)  fosse un sacerdote e che in quanto tale disponeva anche dell’adiacente chiesetta dell’Assunta. Entriamo per visitare la cappella, che originariamente era arricchita da un dipinto della Madonna di cui oggi non resta che la cornice in gesso. Mentre la residenza conserva ancora al piano terra una mangiatoia e al piano superiore (a si cui accede tramite una scalinata esterna) un camino logorato dal fuoco, una mensola in pietra e una finestrella che si affaccia sui terreni un tempo del comandante. Lasciamo questo interessante ma quasi sconosciuto agglomerato edilizio e percorrendo la  provinciale 87 giungiamo  a Palo del Colle per  fermarci in Contrada Chiusura, sito ben noto agli agricoltori della zona.

A questo punto conviene lasciare l’auto per entrare   nella contrada a piedi, dopo poche centinaia di metri ed aver superato alcuni uliveti, che antropizzano quasi tutta l’area circostante, ci si  ritrova dinanzi a un casolare sviluppato su un piano con entrate ad arco. L’ingresso nasconde però spettacolari ambienti: qui è infatti tutto un tripudio di archi e colonne che vanno a unirsi alla volta a botte. Il nome della struttura è Palmento dell’Abbazia, gli fu attribuito questo nome perché sul posto erano presenti macine per grano e olive.

Si tratta di un luogo molto antico, facente parte del feudo del monastero di Santa Scolastica e nominato per la prima volta nel 1189 in un atto notarile. Fu abitato per secoli dalle suore che poi, nel 1747, lo vendettero al barone Vincenzo Noja che lo trasformò in un cortile per i buoi. Sul pavimento sono visibili i resti del frantoio: due vasche con buco per il torchio e le canaline di scolo che conducevano alle cisterne sottostanti. Un altro locale mostra invece tracce del camino e del deposito che conteneva olio, uva e vino.

A Questo punto giova ritornare sulla  Provinciale 67 che da  Bitetto porta a Bitritto. Dopo pochi chilometri svoltiamo per uno stretto viale: si tratta di strada vicinale Torre di Luzio, diramazione dell’antica via Traiana. È in quest’area che si erge, maestosa, l’omonima torre fondata nel 700 dal vicario generale bitettese Giovanni Grazio de Luzio. Si sviluppa su due piani e presenta gli accessi tutti murati.

A catturare la nostra attenzione è però una delle due nicchie presenti sul retro: mostra infatti i resti di un affresco che probabilmente ritrae San Nicola. Ritorniamo infine sulla 67, proseguendo per quattro chilometri e dirigendoci sulla destra in una stradina che ci conduce davanti a un sito leggendario: il rudere della Chiesa di San Marco. Si tratta di una Chiesa al contrario di quanti ritengono che fosse un cenobio basiliano risalente all’epoca bizantina del VIII-IX secolo.

Il luogo è protetto da una recinzione, un varco però permette di avvicinarsi per osservarlo meglio. In questo modo è possibile notare come il suo perimetro sia percorso da varie aperture ad arco, la più grande delle quali ci conduce in vari ambienti in pietra spesso senza tetto. Un edificio però è conservato meglio: sembra una chiesetta con la facciata caratterizzata da blocchi di pietra sovrapposti e monofore a forma di arco a tutto sesto. All’interno ci imbattiamo in una stanzetta in cui i raggi solari filtrano timidamente da una stretta finestra. Ma in una nicchia è poggiato un triste contenitore in plastica per il vino, che in un attimo riesce a rompere la magia di trovarsi in un luogo millenario ricco di vita e di storia.

Per chi ama andare alla ricerca della storia perduta ed è cultore dei “genius loci” il predetto itinerario è una chicca da non perdere, anzi può essere una buona occasione non solo per visitare un patrimonio poco conosciuto, come se si vergognasse di farsi vedere in condizioni abbastanza  precarie.

Ma può anche essere l’occasione propizia  affinchè prendano contezza dell’importanza del sito  per segnalare l’intera area alle autorità  competenti da quelle comunali a quelle regionali passando dalla Soprintendenza per i Beni Culturali affinchè  le stesse adottino tutti i provvedimenti necessari per proteggerla progettandone la ristrutturazione, il consolidamento ed  il recupero funzionale onde evitare che il lento degrado ne determini la definitiva distruzione. La storia ne siamo certi direbbe grazie!

Giacomo Marcario

Antonio Peragine

Antonio Peragine

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