Il manifesto di Arcilesbica: “Il queer decentra le donne e le nullifica”

Il manifesto di Arcilesbica: “Il queer decentra le donne e le nullifica”

Le attiviste spiegano la frattura con il resto della comunita’ Lgbtqi+

ROMA – Lo scorso 27 ottobre veniva affossato in Senato, con tanto di applausi, il Ddl Zan, la proposta di legge contro l’omotransfobia che prevedeva di ampliare la legge Mancino, mettendo sullo stesso piano aggressioni e discriminazioni di tipo razziale e religioso e quelle per sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere, disabilità. A partire dal giorno dopo, numerosissime sono state le manifestazioni del mondo Lgbtqi+, sdegnato per il protrarsi della mancanza di tutele e per l’indifferenza della politica a tematiche sempre più sentite dai cittadini. Non tutti, però, hanno aderito: grande assente dalle iniziative Arcilesbica, l’associazione che dal 1996 riunisce molte donne lesbiche italiane.

UN LIBRO CHE SPIEGA LA FRATTURA TRA ARCILESBICA E LGBTQI+

In effetti le attiviste di Arcilesbica, con la loro presidente Cristina Gramolini, da mesi lamentavano di non sentirsi rappresentate dal quel testo, che avrebbe riconosciuto una definizione troppo ampia di identità di genere nuocendo così “ai diritti delle donne, alle nostre poche quote, alle nostre poche pari opportunità”, come dichiarato da Gramolini in un’intervista a un quotidiano nazionale lo scorso luglio. A distanza di pochi mesi dall’affossamento del Ddl Zan, è un libro che ci aiuta a fare chiarezza sulla frattura, solo a prima vista inspiegabile, tra Arcilesbica e il resto della comunità Lgbtqi+ italiana. “Noi le lesbiche. Preferenza femminile e critica al transfemminismo” (edito da Il dito e la luna) è il testo- manifesto con cui cinque autrici (Flavia Franceschini, Lucia Giansiracusa, Cristina Gramolini, Stella Zaltieri Pirola e Sabina Zenobi) ripercorrono e spiegano la storia di quella frattura che le discussioni sorte intorno al disegno di legge Zan (seppur non direttamente citato) ha ulteriormente lacerato.

IL DIBATTITO SULLA MATERNITA’ SURROGATA E LA PROSTITUZIONE

Siamo nel 2016, all’indomani dell’approvazione della legge sulle unioni civili, e nel movimento Lgbtqi+ si accende il dibattito sulla maternità surrogata (o gpa, gestazione per altri): da tempo, Arcilesbica si batte contro quello che considera un “desiderio” spacciato per “falso diritto” e che, per la sua realizzazione, implica che “le donne mettano a servizio (con o senza la mediazione delle istituzioni) il proprio corpo”, scrivono le autrici.

Di opinione opposta sono gli attivisti di Arcigay , Agedo, Famiglie Arcobaleno che, rifiutando in toto le argomentazioni di Arcilesbica, accusano l’associazione di “involuzione ideologica”(l’espressione è di Sergio Lo Giudice, presidente onorario di Arcigay) e la sfrattano dalla storica sede del Cassero di Bologna. “La prepotenza maschile degli uomini contro le donne è operativa anche tra omosessuali (…) espelle la componente femminile non allineata”, commentano a distanza di anni le autrici, che per contro ricordano l’atteggiamento diverso e tollerante tenuto verso Gaylib, una formazione “apertamente di destra”.

Il punto, per le attiviste di Arcilesbica, è che la maternità surrogata altro non è che una nuova forma di mercificazione del corpo delle donne e dei bambini, trasformati in “un esercito di fattrici a pagamento e di neonati oggetto di compravendita”, il tutto con “una copertura progressista”. Il discorso è analogo per quanto riguarda un altro tema caldo della comunità Lgbtqi+ e sul quale, pure, Arcilesbica si colloca in posizione minoritaria: quello del ‘sex work’.

“Ombrette Rosse non volevano fosse consentito argomentare che la prostituzione è stupro a pagamento: loro la rivendicavano come libera scelta”, denunciano le autrici a proposito della protesta che il collettivo femminista di ‘sex worker’ inscenò a Bologna nel 2018 per il convegno con ospite Rachel Moran, scrittrice sopravvissuta alla prostituzione. “Il sesso a pagamento corrisponde a un’erotica maschile- ribadiscono le autrici- (…) L’errore sta nell’estendere indebitamente alle donne la presunzione del piacere nel sesso a pagamento”.

IL TRANSFEMMINISMO E ‘IL FURTO D’IDENTITÀ’

“Il transfemminismo e perché le lesbiche farebbero meglio a rifiutarlo”: è il titolo del quarto capitolo del saggio, nonché il cuore del dibattito sul Ddl Zan. Per le autrici la lotta congiunta di donne e donne transessuali non è alleanza fra persone oppresse, seppur diversamente, ma ha la colpa di agglomerare e omologare sotto un’unica etichetta vissuti troppo diversi fra loro, cancellando così l’unicità dell’esperienza femminile.

“Il transfemminismo- si legge nel testo- eleva il prefisso trans a ombrello inclusivo di tutti gli scostamenti dalla norma oppressiva di genere”. La questione, però, va oltre le definizioni e le teorie e riguarda preoccupazioni radicate nella vita quotidiana: “Se un maschio dice che si sente donna e vuole partecipare ai tornei, con la Zan lo può fare”, dichiara nella stessa intervista la presidente Gramolini.

Il riferimento è chiaramente al Ddl all’epoca in discussione ma il timore che spazi femminili possano essere ‘usurpati’ da persone transessuali è di più lunga data. In proposito le autrici del saggio riportano un passaggio del libro ‘Left censorship and exclusion against gender- critical woman: a Marxist critique’, in cui Deindre O’Neill afferma che le persone transessuali “vogliono richiedere non i diritti universali che dovrebbero essere di tutti, ma l’accesso a quelli di un altro gruppo (le donne) mediante la rivendicazione e l’appropriazione delle loro identità”. Era inevitabile, dunque, che la definizione di ‘genere’ come “qualunque ma­nifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso” contenuta nel Ddl Zan, riaccendesse uno scontro già infuocato nella comunità, che non si è ricomposta in nome della tutela delle persone Lgbtqi+ ma ne è uscita ulteriormente spaccata. D’altra parte, ribadiscono le autrici di ‘Noi le lesbiche’, la posizione di Arcilesbica non è cambiata: “Il queer decentra le donne (…) nullificando le donne, ora intese come costrutto linguistico instabile e permeabile. Si tratta- concludono le autrici- di un’occupazione di identità, o furto di identità, operata verso l’umanità femminile, in cui noi lesbiche diventiamo a nostra volta solo un nome”.

di Laura Monti

Redazione Radici

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