La vita controcorrente di Cristina di Belgioioso

La vita controcorrente di Cristina di Belgioioso

Donne italiane nel mondo. Rubrica ideata e curata da Daniela Piesco Vice Direttore Radici

La prima donna d’Italia” la definì Carlo Cattaneo, ma il gesuita e reazionario Antonio Bresciani parlò di una “spilungona di principessa ch’era un sacco d’ossa animato dalle furie repubblicane”. E Alessandro Manzoni, scandalizzato, affermava: “Con la mania di quella signora di diffondere l’istruzione ne’ suoi contadini, quando saranno tutti dotti, a chi toccherà coltivare la terra?”.

Cristina Trivulzio di Belgioioso, come scrive Pier Luigi Vercesi che a lei ha dedicato un libro a 150 anni dalla morte, sapeva “suscitare solo passioni estreme: odi o amori. La sua casta non le perdonava di essere comprensiva con gli umili e intransigente con i potenti; i compatrioti l’accusavano di circondarsi di pochi amici per i quali mostrava un trasporto quasi infantile, mentre con gli altri, gli approfittatori, era aspra. Ma dopo le prime traumatiche esperienze dell’esilio, la Belgioioso non si lasciò più turbare dalle calunnie. Proseguì per la sua strada, altera e sprezzante, fomentando così ulteriori asti e sciogliendo le briglie alle ricostruzioni da feuilleton. In quel groviglio di vipere e di eroi che fu il Risorgimento italiano, di aspirazioni liberali ma solo per gli uomini, era congeniale alla narrazione dei posteri che il ruolo femminile non si discostasse dall’alcova e dalla dipendenza maschile.”

L’autore di “La donna che decise il suo destino. Vita controcorrente di Cristina di Belgioioso” (Neri Pozza editore) spiega: “Perché scrivere una biografia di Cristina di Belgioioso? Ricorrono i 150 anni dalla morte, è stata posta una sua statua a Milano, la prima dedicata a una donna nella città. Molti – aggiunge Vercesi, inviato speciale per il Corriere della Sera, autore di libri e documentari di storia –  forse sanno già che era molto bella, amata e desiderata da intellettuali, scrittori, musicisti ma non tutti sanno che Cristina fosse uno dei grandi pensatori del Risorgimento italiano. In questo la sua figura è stata sempre sottovalutata, come accaduto per tutte le donne del Risorgimento, ma già negli anni trenta aveva elaborato il suo pensiero, l’unico corretto per arrivare all’unità, vale a dire che prima di farla occorreva fare gli italiani. Era molto sensibile alla questione sociale – sottolinea l’autore – sostenendo negli anni trenta che per convincere il popolo a fare la rivoluzione occorreva che si facessero crescere culturalmente i contadini. Infatti appena poté tornare in Italia, dopo dieci anni di esilio a Parigi, cominciò a costruire scuole, ospedali, ricoveri per i suoi contadini nelle terre a sud di  Milano”.

Vercesi mette poi in luce come Cristina fosse “uno spirito molto combattivo: nella Milano delle Cinque Giornate aveva fondato un giornale, ‘Il Crociato’, sulle cui pagine criticò gli aristocratici che erano al governo e che invece di occuparsi del popolo e del futuro dell’Italia si preoccupavano soprattutto di mantenere i privilegi. L’anno successivo era a Roma e durante la Repubblica Romana del 1849 organizzò, prima al mondo, quella che poi sarebbe stata la Croce rossa internazionale: gli inglesi l’attribuirono cinque anni dopo a Florence Nightingale nella guerra di Crimea, ma l’idea e la struttura essenziale si devono proprio a Cristina”.

Tanti gli aspetti attuali nella figura della Belgioioso: “Cristina fu la prima a denunciare il femminicidio – afferma l’autore di ‘La donna che decise il suo destino’ – negli ultimi anni della sua vita, quando aveva costituito una specie di comune sociale, una fattoria in Cappadocia: la tata di sua figlia, un’inglese, veniva picchiata dal suo fidanzato. Lei le disse di lasciarlo, ma la tata rispose: “Lo farei pure, ma lui mi ammazza se lo lascio’”. Allora Cristina chiamò questo personaggio e gli disse che non doveva più azzardarsi ad alzare le mani. L’uomo la pugnalò cinque volte, portandola quasi in fin di vita. Cristina lo cacciò e per prima denunciò quello che nessuno voleva vedere, ovvero che gli uomini picchiavano le donne. Negli ultimi si occupò esplicitamente della questione femminile, che prima non aveva mai toccato essendosi sempre comportata come se tra donne e uomini non ci fossero distinzioni.

Quando se ne occupò – mette in luce infine Vercesi – concluse l’articolo per la Nuova Antologia con queste parole che ho riportato nella quarta di copertina del libro: ‘ Vogliano le donne felici e onorate dei tempi a venire rivolgere il pensiero ai dolori e alle umiliazioni delle donne che le precedettero, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro aprirono e prepararono la via alla mai goduta, forse appena sognata felicità”.

Redazione

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