L’emigrazione marchigiana in Brasile

L’emigrazione marchigiana in Brasile

Di Paola Cecchini

L’emigrazione marchigiana verso il Brasile conta, secondo l’Appendice Statistica Generale, 28.505 espatri nel periodo 1876-1996 di cui 27.008 (94,7%) fino al 1925.
I rimpatri, calcolati dalla statistiche ufficiali soltanto dal 1905, ammontano a 4774 e rappresentano il 16,7% del totale delle partenze.
Il periodo più importante per quanto attiene alla destinazione brasiliana è quello che va dal 1884 al 1914 durante il quale partono dalle Marche 24.783 persone, pari al 6,5% del totale degli espatri regionali del periodo (382.503) e al 9,7 % degli espatri verso le Americhe (255.133).
Esaminando il quadro delle singole province, si evince che quella maceratese si contraddistingue per l’altissimo contributo migratorio verso la zona platense (l’82,8%) che continuerà anche nelle decadi successive.
Le province di Ancona ed Ascoli Piceno seguono la corrente migratoria argentina e, in subordine quella verso il Brasile sino ai primi anni del Novecento, allorché la prima inizierà a riversare i propri emigranti anche verso le nazioni europee e la seconda volgerà la propria attenzione verso gli Stati Uniti d’America.


La provincia di Pesaro ed Urbino – che di norma indirizza i propri espatri verso le nazioni europee e sceglierà le destinazioni nordamericane in caso di migrazione transoceanica – è l’unica in cui gli espatri verso il Brasile (2.389) superano quelli verso l’area platense (673) che rappresenta il primo flusso migratorio regionale. Ciò si verifica nel periodo 1894-1903.
L’emigrazione marchigiana é quasi nulla negli stati meridionali del Brasile (Rio Grande do Sul, Paranà, Santa Catarina), dato che le province in questione (che diverranno stati nel 1889 con la proclamazione della Repubblica) sono raggiunte dagli italiani soltanto tra il 1875 ed il 1893 ed in quel periodo i marchigiani che si recano in Brasile sono soltanto 1.282.


Nel saggio ‘La colonizzazione e l’immigrazione italiana nel Paranà,’ pubblicato nel Bollettino dell’emigrazione n. 10 del 1903, G. Sabetta racconta che arrivano a Rio de Janeiro nel 1875 ‘sette individui provenienti da Portorecanati’. Sono a bordo della nave ‘Anna Pizzorno’, assieme a famiglie lucane, teramane, trentine e venete.


Manodopera romagnola e marchigiana, coinvolta in un tentativo di colonizzazione, figura nell’ultima decade dell’Ottocento nello Stato di Bahía. La notizia viene da Bernardino Frescura, compilatore di guide di emigrazione per l’Argentina ed il Brasile, che ne parla nel saggio ‘Le collettività italiane all’estero’ (1914), presentato al Primo Congresso Nazionale Navale. Frescura riporta che i marchigiani hanno lavorato nella tenuta del colonnello Bittencourt che li ha prelevati nel 1895 dall’Hospedaria dell’isola di Flores, portandoli nello Stato di Bahia.


La maggioranza dei marchigiani arrivati in Brasile lavora nello Stato di São Paulo presso le piantagioni di caffè. E’ noto che i latifondisti preferiscono assumere famiglie provenienti dall’Italia settentrionale, del Veneto e della Lombardia in particolar modo, per la parsimonia in cui abitualmente vivono. Hanno un forte spirito di sopportazione e sono remissivi, qualità molto apprezzate dai latifondisti che fino al 1888 avevano avuto a che fare con la manodopera schiava.


La presenza dei marchigiani nello stato di São Paulo non lascia alcun segno di rilievo: sono assenti anche nella costituzione di associazioni di assistenza e mutuo soccorso, realizzate su base regionale o addirittura locale, fenomeno estremamente diffuso all’epoca. Si aggregano soltanto nella associazione Lazio, Umbria e Marche, operante per un breve tempo a São Paulo.


La collettività marchigiana interessa poco la pubblicistica del periodo, che pure è ricchissima di pubblicazioni. Nelle Marche ne compare soltanto una, Politica immigratoria del Brasile e dell’Argentina in relazione all’Italia, stampata ad Ancona nel 1928.


Nel casellario politico dell’Archivio Centrale dello Stato figurano trentasette marchigiani schedati e partiti per il Brasile. Rappresentano il 6,5% dei fuoriusciti italiani, percentuale molto superiore al 2% che costituisce l’apporto regionale all’emigrazione italiana.


La provenienza regionale vede la provincia di Ancona in testa con 21 membri; seguono le province di Pesaro e Urbino ed Ascoli Piceno con 7 membri a testa, mentre i restanti 2 provengono da quella di Macerata. Per quanto attiene al periodo di espatrio, sappiamo che 12 emigrano prima della fine del XIX secolo, 8 nel periodo 1900-1922, 11 durante il fascismo e 6 in data imprecisata, anche se di loro si hanno notizie solo negli anni Venti e Trenta.
Relativamente alla loro matrice politica, si evince che 19 sono anarchici, 6 comunisti, 6 antifascisti, 3 socialisti e 3 repubblicani
Riguardo alla loro sistemazione in Brasile, sappiamo che 24 si stabiliscono nello Stato di São Paulo (di cui 17 nella capitale e 7 nelle cittadine interne); 4 nello Stato di Rio de Janeiro; 6 nel Minas Gerais (di cui 4 a Belo Horizonte); 1 nel Rio Grande do Sul (Uruguaiana) e 2 nello stato di Parà (Belém).


Le informazioni trasmesse dalle autorità italiane agli organi operanti in Brasile spesso si contraddicono con quelle trasmesse da parte di questi ultimi, generando confusione sulla sorte dei sovversivi in questione.
Un esempio in questo senso è rappresentato dalla storia di Mariano Amadei, anarchico nato a Chiaravalle (An) nel 1868, del quale si perde ogni traccia dal 1906. Dagli atti risulta che il prefetto di Ancona segnala la sua presenza nel paese natale nel 1915 ma è smentito dal suo successore. Vengono chieste informazioni all’Ambasciata Brasiliana, le cui ricerche si concludono nel 1926 senza alcun successo. Richiesto nuovamente di informazioni in merito, il console di São Paulo scrive che Amadei è soggiornato in città fino al 1925. Nove anni dopo, il prefetto di Ancona informa le autorità brasiliane di aver avuto notizia dai familiari del sovversivo, che questi é morto molti anni prima, nella cittadina di Amparo.


Le ricerche condotte dal Consolato l’anno successivo non confermano la notizia, per cui si ritiene che lo stesso si sia trasferito con ogni probabilità in Argentina.


Un marchigiano di Arcevia, Serafino Mazzolini, porta a compimento l’incarico (non soddisfatto da altri) di allineare al fascismo la colonia italiana, per quanto concerne le sue espressioni di vita collettiva e le sue manifestazioni.
Avvocato e pubblicista, Mazzolini ricopre la carica di Console a São Paulo dal 1928 al 1932. Il suo arrivo in Brasile coincide con la nuova immagine che il regime fascista vuol dare alle strutture diplomatiche, affinché queste ultime ottengano presso la nostra collettività all’estero quel prestigio di cui non avevano mai goduto in passato.


Nel 1928 Mazzolini invita la collettività italiana a ritirare i figli dalle scuole brasiliane ed iscriverli in quelle italiane. La disposizione crea molta insofferenza da parte di chi è nato in loco e si sente a tutti gli effetti cittadino brasiliano.
Due sono gli incidenti che minano la sua carriera: avvengono entrambi nel 1928, a distanza di un mese l’uno dall’altro e mettono seriamente in pericolo i rapporti diplomatici tra l’Italia ed il paese sudamericano.
Il primo é rappresentato dall’aggressione a Luigi Freddi, vicesegretario dei Fasci Italiani all’Estero ed inviato a São Paolo dal Governo italiano per dirigere Il Piccolo.


Polemizzando con la stampa antifascista in toni sempre più violenti, Freddi offende la popolazione brasiliana, ed in particolare quella femminile.


A seguito di ciò la redazione e la tipografia del periodico sono prese d’assalto da un gruppo di persone, tra cui diversi studenti universitari e Freddi deve riparare in Italia.


Due settimane dopo, il segretario personale del Console, Osvaldo Brancaleoni- già sindaco di Pievetorina (MC) nel periodo 1922-1923 e segretario della Federazione Fascista di Macerata nel periodo 1924-1927 – invia ad un giornale marchigiano, L’Azione Fascista, un articolo in cui racconta una missione di lavoro compiuta a Jaboticabal, assieme al Console ed altre persone.


L’articolo, pubblicato il 25 agosto 1928, inizia con un commento sprezzante sul servizio pubblico brasiliano e, proseguendo in tal senso, termina con espressioni decisamente offensive nei confronti delle donne incontrate:
fanciulle tipicamente brasiliane…imbellettate fino al ridicolo come del resto usano tutte le donne di qui, e ci si fa l’occhio…le ragazze occhieggiavano sfacciatamente e allora sentii più terribile e più reale la verità che caratterizza il Brasile: i fiori non hanno odore, i frutti non hanno sapore, il cielo non ha colore, le donne non hanno pudore.


L’articolo rimbalza sul giornale brasiliano O Estado de São Paulo nell’edizione del 10 ottobre 1928, col titolo Novo incidente provocado por um fascista.
Mazzolini fa rimpatriare tempestivamente il segretario e si affretta a negare qualsiasi vincolo tra quest’ultimo e le istituzioni pubbliche italiane, anche se ciò é di dominio pubblico e risulta, pertanto, poco credibile. Si ritiene, infatti, che i commenti espressi da Brancaleoni coincidano con quelli del Consolato che, assieme alle redazioni de Il Piccolo e del Fanfulla (che riportano e sostengono la tesi del Console, data l’appartenenza alla stessa corrente politica), devono essere piantonate per diverso tempo.
Vari giornali chiedono misure severe tra cui l’espulsione nei confronti di fascisti aggressivi, nonché la chiusura dei centri fascisti, luoghi di ripetute violenze ed aggressioni.

Nei primi anni Cinquanta circa venti famiglie lasciano la provincia di Ascoli Piceno dove risiedono, per emigrare in Brasile.
Le loro storie sono raccontate attraverso interviste da me raccolte a São Paulo, São Roque, Piracicaba, Vila Esperanza, Vila Gulhermina tra il 1° ed il 14 marzo 2006 (al prossimo articolo).

Paola Cecchini

Redazione Radici

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