La santa alleanza contro il carbone: stati, imprese e banche. Entro il 2030 l’ardua sentenza!

La santa alleanza contro il carbone: stati, imprese e banche. Entro il 2030 l’ardua sentenza!

di Dario Patruno

In via preliminare cerchiamo di comprendere dove è concentrata la maggiore produzione di carbone.

La Cina è il principale produttore di carbone mentre gli Stati Uniti arrivano al secondo posto. Altri importanti produttori di carbone sono l’India e l’Australia.

Cinque paesi, in particolare Cina, Stati Uniti, Russia, India e Giappone hanno inciso per oltre il 75% del consumo mondiale di carbone.

Il sito Rinnovabili.it riporta che anche la “grande Germania” china la testa alla lobby del carbone. Il piano per la riduzione delle emissioni di CO2 da qui al 2020, che dovrebbe applicarsi alle centrali elettriche che utilizzano questo combustibile, è stato annacquata.

La Reuters ha potuto vedere in anteprima un documento del ministero dell’Economia tedesco.

Migliaia di lavoratori impiegati nel settore del carbone hanno manifestato a Berlino, per protestare contro i piani dell’esecutivo di mettere una tassa sulle centrali più vecchie e più inquinanti. I sindacati hanno detto che potrebbe mettere a rischio 100 mila posti di lavoro, paventando l’ormai noto ricatto tra lavoro e salute.

Il prelievo intendeva costringere gli operatori a tagliare le loro emissioni, così da impedire che la Germania manchi l’obiettivo di ridurre i gas serra del 40% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990.

L’11 agosto 2021 il Post.it riportava la notizia che nello stato tedesco della Renania Settentrionale-Vestfalia migliaia di attiviste e attivisti protestavano contro la demolizione di due centri abitati per permettere l’espansione della miniera di carbone a cielo aperto di Garzweiler, una delle più grandi del paese.

La scelta di espandere la miniera, autorizzata tra molte proteste dal governo locale, è stata ampiamente criticata soprattutto perché in netto contrasto con le politiche tedesche sulla riduzione delle emissioni inquinanti, che sono in linea con gli sforzi intrapresi a livello internazionale per evitare che le temperature medie globali aumentino eccessivamente e che i problemi legati al cambiamento climatico si aggravino.

In parole povere, anziché fare spazio a parchi eolici o a distese di pannelli fotovoltaici per la produzione di energia da fonti rinnovabili, che in Germania è incoraggiata già da tempo, espandendo la miniera si sta continuando a sfruttare una risorsa che contribuisce ad aggravare i rischi del riscaldamento globale, piuttosto che a risolverli.

La miniera di Garzweiler si estende per circa 48 km², più della superficie della città di Bergamo, ed è controllata dall’azienda produttrice di energia Rheinisch-Westfälisches Elektrizitätswerk (RWE). Negli ultimi sessant’anni per espanderla sono stati distrutti venti paesi, tra cui appunto quello di Garzweiler, e sono state chiuse o deviate alcune autostrade; adesso il suo ulteriore ampliamento prevede la demolizione delle località di Lützerath e Keyenberg, col risultato che altre centinaia di persone dovranno abbandonare le loro case, ma non solo.

Il governo ha investito molto in politiche e comunicazione per apparire la guida d’Europa nel settore delle energie pulite e della transizione verso una società low carbon, ma non ha fatto i conti con le lobby della dirty energy.

In Germania, RWE, il più grande produttore di energia del Paese, ha ricattato l’esecutivo, facendo intendere che il provvedimento avrebbe portato alla chiusura immediata delle centrali a lignite. Dietro la minaccia di trovarsi contro migliaia di lavoratori, Merkel e compagni hanno alzato le mani.

Quasi la metà delle aziende attive nel termoelettrico a carbone sta operando in maniera incompatibile con gli impegni globali in materia di clima, legando ancora di più i propri programmi di sviluppo a questo combustibile nei prossimi anni.

La stima è stata fatta in un nuovo rapporto dell’organizzazione ambientalista Urgewald, secondo cui “banche, assicurazioni e investitori dovrebbero evitare” di sostenere un migliaio di aziende del settore termoelettrico.

Lo studio ha indicato in 935 le aziende che andrebbero inserite in una lista nera da parte della comunità finanziaria, perché rimangono legate al carbone quasi quattro anni dopo l’entrata in vigore dell’accordo sul clima di Parigi. Fra queste, inoltre, ce ne sono diverse centinaia che addirittura programmano di aumentare la propria esposizione a questa fonte inquinante.

Sono 437, infatti, le aziende che prevedono di costruire nuovi impianti a carbone, aprire nuove miniere o altre infrastrutture negli anni a venire, secondo la 2020 Global Coal Exit List stilata da Urgewald, assieme ad altre 30 ONG.

Solo 25 aziende della lista hanno fissato una data per l’eliminazione graduale dell’uso del carbone, ha indicato il rapporto. Fra queste c’è anche Enel, che mira ad uscire dal carbone in Italia entro il 2025 e a livello globale entro il 2030.

Secondo Heffa Schücking, direttrice di Urgewald, i risultati dello studio dovrebbero essere un campanello d’allarme per gli investitori che intendono continuare a sostenere le aziende legate al carbone, in una fase in cui i governi del mondo spingono per una transizione verso energie più pulite.

“Quando parliamo con l’industria finanziaria, molti credono che sia importante continuare a sostenere queste aziende durante la transizione energetica. Ma la metà di queste aziende non è interessata alla transizione“, ha detto Schücking.

La lista nera secondo Urgewald comprende tutte le aziende energetiche che abbiano almeno una delle seguenti caratteristiche, e cioè che detengano più di 5 GW di capacità termoelettrica a carbone, che producano 10 tonnellate di carbone termico all’anno, o che si affidino al carbone per un quinto della loro produzione di energia o delle loro entrate.

Fra le aziende inserite nella lista di Urgewald ci sono anche tre italiane: Enel, indicata con una capacità installata a carbone di 9,63 GW, anche se ha una quota di generazione a carbone pari a meno del 20% del suo totale e un obiettivo di uscita dal settore; Coeclerici, che deriva più del 50% del suo fatturato dalle attività legate al carbone; ed Edison, controllata da Electricite de France SA (EDF Group).

L’elenco comprende anche un numero crescente di aziende al di fuori dell’industria energetica che stanno pianificando di investire nell’energia a carbone a fianco di operatori energetici affermati, o per soddisfare il loro futuro fabbisogno energetico.

Il continuo sostegno finanziario alle centrali a carbone ha fatto sì che la loro capacità nel mondo sia aumentata di 137 GW dall’entrata in vigore dell’accordo sul clima di Parigi, pari all’intero parco termoelettrico a carbone di Germania, Russia e Giappone messe assieme.

Attualmente, ci sono 522 GW di centrali elettriche a carbone sulla rampa di lancio, di cui si prevede che la metà sarà costruita in Cina, dove hanno sede quattro dei cinque principali sviluppatori di centrali a carbone del mondo.

China Energy prevede di costruire 43 GW di potenza a carbone, seguita da China Datang con 34 GW, China Huaneng con 29 GW e China Huadian con 15GW. Il quinto sviluppatore di centrali a carbone più prolifico al mondo è l’indiana NTPC, che ha in programma altri 14 GW di capacità di produzione da carbone.

“Aspettare la transizione delle compagnie carboniere è una ricetta per mutamenti climatici incontrollabili“, ha detto Schücking. “Se le istituzioni finanziarie non accelereranno la loro uscita dall’industria, falliremo il più elementare di tutti i test climatici: lasciarci il carbone alle spalle”.

Oggi sono circa 30 gli stati – tra cui l’Italia, il Regno Unito, la Francia, il Messico, la Nuova Zelanda e il Canada – che hanno sottoscritto la dichiarazione dell’alleanza che fissa al 2030 l’uscita dal carbone per i paesi industrializzati e al 2050 per i paesi in via di sviluppo. A questi stati, al summit di Parigi si sono aggiunte 23 grandi società, tra cui la società energetica francese Edf e quella spagnola Iberdrola, Unilever, BT, Marks & Spencer e Virgin Group, ma nessuna italiana.

Le società si impegnano a definire gli step per cessare l’uso di carbone nel settore elettrico, sia in termini di consumi sia in termini di generazione elettrica. Il carbone, tuttavia, continuerà a essere utilizzato a patto che le emissioni di CO2 derivanti dal suo utilizzo vengano catturate e stoccate.

Nel rapporto, sono anche citati esempi di involontario umorismo da parte di alcuni operatori fossili che nella loro disarmante onestà evidenziano inconsapevolmente perché il carbone, oltre a far male al clima, rischi di fare molto male anche alle banche che lo finanziano.

La società statunitense Longview Power, proprietaria di una centrale a carbone da 710 MW in West Virginia, è da poco fallita per la seconda volta in meno di 10 anni. Spiegando il tracollo, l’amministratore delegato di Longview Power ha detto: “È stato un inverno talmente caldo e insolito, che i prezzi per noi sono stati meno della metà di quelli che vediamo normalmente”.

In un altro esempio, la Japan Oil, Gas and Metals National Corporation, il cui business è quello di fornire supporto finanziario e tecnico per lo sviluppo delle miniere di carbone all’estero da parte delle aziende giapponesi, per la presentazione del suo profilo aziendale, ha invece ideato il brillante slogan: “Scavare il futuro”.

«La scelta di iniziare a chiudere la centrale a carbone di Brindisi, una delle più inquinanti d’Europa,  è senza dubbio positiva, purtroppo però rovinata dalla volontà dell’azienda di convertire l’impianto a gas fossile», protesta Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia.

Il Wwf aggiunge che «è fondamentale che l’azienda, contestualmente alla procedura di riesame Aia, invii come richiesto dal ministero dell’Ambiente, il piano dettagliato per la dismissione completa dell’uso del carbone».  E’ notizia di poche ore fa della nuovavenezia.it il via libera dal governo per la conversione da carbone a gas della centrale Palladio di Fusina.

“La centrale veneziana è la prima tra quelle per le quali il gruppo Enel ha programmato la riconversione a gas (le altre sono a La Spezia, Civitavecchia e Brindisi) ad avere ottenuto l’ok. Tanto che, secondo fonti sindacali, l’avvio della nuova centrale a gas, con il relativo spegnimento degli impianti a carbone, potrebbe arrivare tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 anche se l’azienda, interpellata, non si sbilancia.”

L’Enel abbandona il carbone nella colossale centrale Federico II di Brindisi, la seconda più grande d’Italia, un bestione da 2.640 megawatt con un rendimento energetico attorno al 40%, uno dei principali punti d’emissione di anidride carbonica in Italia. Dal 2025 la centrale funzionerà con metano ad alta efficienza, 1.680 megawatt, rendimento energetico attorno al 60%, taglio netto del 60% per le emissioni di anidride carbonica.

Sono sempre più numerose le iniziative di stati e imprese a favore del clima, che vedono nel carbone un’enorme minaccia al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi: mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi. Sono molti i paesi che stanno riducendo l’uso del carbone, incluso Cina e India, continuano però ad esserci paesi sviluppati che fanno largo uso di carbone, come Stati Uniti, Germania e Russia, che si sono chiamati fuori e non hanno sottoscritto la dichiarazione dell’alleanza. Ma il tempo stringe e, come ha detto Macron in occasione del One Planet summit, “Stiamo perdendo la battaglia. È tempo di agire subito e muoverci più velocemente se vogliamo vincere questa sfida”.

Sulle rinnovabili, Starace amministratore delegato dell’ENEL ha affermato: il Covid non può che accelerare la transizione.

 Quindi ascoltiamo gli economisti illuminati come Stiglitz Nobel per l’Economia che in una recente intervista del 6 novembre su La Repubblica ha affermato “Le lobby degli industriali rischiano di frenare la svolta verde”. Se ben gestita la transizione può offrire nuova occupazione e nuovo sviluppo, per lasciare ai nostri nipoti un mondo migliore.

 

Redazione

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.