Generazioni mobili nel mondo che cambia

Generazioni mobili nel mondo che cambia

 

ROMA Il Covid ha cambiato tutto, anche le migrazioni e la quarta assemblea plenaria della Conferenza Stato Regioni Province Autonome Cgie non potrà non tenerne conto. Per questo, al secondo incontro preparatorio, svolto oggi online sul tema delle nuove migrazioni, sono intervenuti docenti e ricercatori che, ognuno da un diverso punto di vista, hanno ribadito la loro disponibilità ad affiancare istituzioni e organismi di rappresentanza per trovare insieme risposte adeguate.
Docente all’Università di Viterbo, Matteo Sanfilippo è stato il primo a sottolineare che il percorso preparatorio alla conferenza è iniziato in tutt’altro scenario, cioè pre-covid, e che, quindi, occorre un cambio di passo. Lo confermano i dati: “appena ieri, un lancio dell’Istat ha confermato che a luglio ed agosto 2020 l’emigrazione è rallentata, mentre l’immigrazione in Italia è proprio crollata”. C’è stata la Brexit, certamente – con i dati degli italiani in Uk che sembrano in controtendenza ma in realtà sono “quelli che già erano lì che si sono regolarizzati” – e poi la pandemia che ha sconvolto il modo di lavorare (telelavoro) e fatto aumentare la disoccupazione, non solo in Italia. “Secondo Oms gli effetti covid dureranno fino al 2025”, ha detto Sanfilippo. “L’epidemia potrebbe diventare strutturale e avere effetti sull’emigrazione: le persone partono di meno. Abbiamo già visto un crollo delle partenze verso l’Asia (-23%), ma anche verso la Germania, perché noi stiamo male, ma gli altri Paesi anche”. Con la disoccupazione galoppante “le amministrazioni non si preoccuperanno più dei cittadini all’estero, impegnate come saranno a “tenere buoni” quelli dentro i confini”. E poi ci saranno “le chiusure degli altri Paesi” a loro volta alle prese con i loro problemi. Lo scenario mondiale ora è “completamente differente” e non si può non tenerne conto.
Anche per Maddalena Tirabassi del Centro Altreitalie servono “nuovi paradigmi alla luce del covid” per “anticipare i bisogni delle migrazioni contemporanee”.
Da tempo si sono sviluppati “nuovi criteri di appartenenza” che non afferiscono più al territorio, ma “all’individuo”. Per questo servono soluzioni: “si pensi al voto all’estero”, ha osservato. “La generazione mobile oggi cambia Paese in continuazione, è raggiungibile via mail, non via posta; per entrare in contatto con loro non serve più una struttura fissa, ma la rete”. Serve un “approccio diverso” in questo come in altri ambiti. “Prendiamo il turismo delle radici”, ha aggiunto. “Prima che le regioni scoprissero i loro migranti, le potenzialità degli italiani all’estero non erano comprese; c’erano persone con dei legami forti col territorio dove si tornava ogni estate”. Quel “turismo di ritorno botton up ha funzionato, grazie a politiche regionali, ma ora è difficilmente applicabile alle nuove mobilità”. Secondo lo studio del Centro Altreitalie i nuovi migranti scelgono una sorta di “pendolarismo” verso i luoghi di partenza: “quando abbiamo fatto la nostra inchiesta emerse che quasi il 60% degli intervistati era tornato in Italia dalle 6 alle 20 l’anno”.
Quanto al loro essere “ambasciatori dell’italicità”, per Tirabassi “il loro soft power passa attraverso l’immagine che proiettano dell’Italia, a tutti i livelli. La loro influenza”, insomma, “dipende dalla narrazione che fanno: se sono partiti amareggiati e scontenti, è difficile che rendano una buona immagine del loro paese d’origine”. Perché “per essere buoni ambasciatori non devono essere stati costretti a fuggire”.
Quanto al loro ritorno, “dai nostri dati è emerso che per chi vuole tornare il motivo è sempre e solo uno: la famiglia”, mentre gli critici sono tanti: “il lavoro, la politica per i giovani, il sistema appesantito, la possibilità di ricerca”. Su questo, ha concluso, bisogna lavorare per “garantire la circolarità delle mobilità”.
Sempre ricordando che “il 66% di chi ha lasciato l’Italia è rappresentato da persone non altamente scolarizzate” ha precisato Enrico Pugliese, docente e sociologo, autore di “Quelli che se ne vanno”, secondo cui l’Italia “non si vuole rendere conto” che il grosso della migrazione non riguarda i “cervelli”. Di questi si sente la mancanza perché “nel nostro Paese non c’è circolarità di élite culturali”, ma “se si vuole il loro ritorno bisogna creare opportunità e lavoro, grazie a maggiori investimenti”. Certo è che “quel 66% di cui parlavo è partito perché spinto dalla necessità”. Brexit e coronavirus renderanno la vita difficile a tutti, perché tutti i Paesi creeranno quell’”ambiente ostile”, che Theresa May teorizzò dopo il referendum sulla Brexit. “Eravamo abituati a pensare che quella nell’Ue fosse una emigrazione interna, con i nonni al seguito delle famiglie, che tornavano senza passaporto o senza cambiare denaro, con le partenze dalla Calabria al Lussemburgo considerate uguali a quelle dentro i confini regionali: ora tutto questo sta saltando” anche perché “manca la coordinata di fondo rappresentata dalla solidarietà istituzionale europea” con le regioni ancora grandi assenti: “le regioni non stanno facendo granchè”, ha osservato in conclusione Pugliese: “si pensi ai rapporti con le associazioni, prima le finanziavano, ora sono scomparse dalla scena”.
Del lavoro del Cgie con le nuove generazioni ha parlato Maria Chiara Prodi, presidente della VII commissione, che ha evidenziato l’importanza della conferenza come “momento di incontro di tutti gli organismi”.
La domanda centrale, ha aggiunto, è “che relazione avere con i cittadini in mobilità” e come questa relazione “può rafforzare la nostra democrazia”. Per Prodi occorre “lavorare con nuovi strumenti per coinvolgere i cittadini in mobilità nella cittadinanza attiva”, che siano essi italiani all’estero, o migranti in Italia ancora senza cittadinanza oppure italiani “semplicemente” fuori sede. Occorre “entrare nell’ottica della mobilità come cifra della contemporaneità”, per questo, ha sottolineato, “il rinnovo delle istituzioni deve stare al passo”. In questo senso, la settima commissione ha organizzato il Seminario di Palermo “per creare una rete di 115 ragazzi nel mondo” e continua questa azione attraverso un corso di formazione ogni seconda domenica del mese su un tema sulla partecipazione. Il prossimo, ha anticipato, si terrà il 14 febbraio e verterà sugli incentivi al rientro. “L’altro asse della Commissione – ha concluso Prodi – è rappresentato dalla scoperta dei nuovi strumenti che si sono dati le nuove comunità, perché va bene il lavoro strutturale delle istituzioni, ma serve anche vedere come i nuovi migranti esprimono i loro bisogni e provano a trovare le risposte”. Materiale che la commissione raccoglie sul suo sito web nuovemigrazioninuoveprotaiche.it.
Curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, Delfina Licata ha sottolineato l’importanza di aver corretto, edizione dopo edizione, “due errori di narrazione” dell’emigrazione italiana: il fatto che partissero solo “cervelli” e che le regioni di partenza fossero quelle del Nord.
“Dal 2006 al 2018 è cresciuta la scolarizzazione oltre confine, è vero; nel 2006 la percentuale dei partiti con la laurea è aumentata del 193%, ma quella delle persone con il solo diploma del 292%”. Persone che all’estero “trovano lavori generici” e, se va male, “fallimenti ed esclusione”. Quanto al “da dove si parte”, sì, ai primi posti ci sono Lombardia e Veneto, con la Sicilia “solo” terza, ma, ha spiegato Licata, “se si studiano i dati disaggregati si vede quanto impatta la mobilità al Sud, a causa anche della migrazione interna”. Insomma la nuova mobilità si deve raccontare “con giuste parole e nella complessità dei profili coinvolti”, perché è una “mobilità precaria, non si hanno processi migratori definitivi ma percorsi che cambiano, di Paese in Paese, con rientri in Italia”. Percorsi che ora “la pandemia sta cambiando di nuovo”.
“Noi ricercatori stiamo studiando questi cambiamenti mentre li viviamo”, ha aggiunto. “io parlo di rapporti “stabilmente in mobilità”, per questo è fondamentale mettere al centro la persona, costruendo percorsi di politiche di sostegno. Serve uno studio continuo: i Centri Studi – ha concluso – sono a sostegno dei decisori politici e delle istituzioni”.
Direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie della Farnesina, Luigi Maria Vignali è intervenuto brevemente a chiusura di questo panel per convenire sulla “complessità del tema”.
“Non esiste una sola nuova mobilità, ma una pluralità, fatta di territori, desideri, ambizioni, storie diverse, che hanno bisogno di risposte diverse, articolate; di percorsi e attori diversificati. Ecco perché siamo qui, tutti insieme: per cercare queste risposte”, ha concluso. “Con il Cgie a fare da cerniera, da contenitore di tutto questo”.
“Abbiamo capito che le parole sono importanti”, ha chiosato il segretario generale Michele Schiavone. “Occorre aggiornare la narrazione e ridefinire il concetto stesso di “estero” oltre che delle modalità di trasferimento”. Ma soprattutto, ha concluso, “occorre fare sistema per attuare politiche plurime, differenziate, in Italia e all’estero”. 

Redazione

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