Scoperta storica “inedita” del busto d’argento di San’Oronzo di Lecce e la peste del 1690-92

Cultura

Foto di copertina 1691 Mezzo busto di Sant’Oronzo Vescovo benedicente, argento a sbalzo e pietre preziose, Domenico Gigante, orafo e argentiere in Napoli. Museo Diocesano di Lecce

a cura di Stefano De Carolis, giornalista de il Corriere Nazionale  http://www.corrierenazionale.net

Sant’Oronzo Vescovo proteggi la città! e Lecce e il salento si salvò dalla peste.

Nel dicembre 1690 nella città di Lecce giunse la notizia che, in Conversano, città di terra di Bari, era scoppiata la peste, e dietro precise disposizioni di don Marco Garofalo, marchese della Rocca, presidente della regia camera della summaria, preside di terra di Bari e governatore d’armi delle quattro provincie (Otranto-Basilicata-Capitanata e Molise), vennero chiuse le porte della città, sotto la stretta vigilanza di guardie armate (soldati di paranza), di due nobili, due civili e due artigiani del luogo.

L’intera città venne vigilata di notte con la presenza dei soldati del battaglione a cavallo, che dall’esterno delle mura sorvegliavano che nessun forestiero entrasse. Venne predisposta la chiusura di tutte le postazioni presenti in di terra d’Otranto, il “procaccia” portava solamente le lettere e i bandi, e restando fuori le mura, alloggiava in alcune case vicino il “giardino delle marange”, detto anche de “li quattrocchi”. Inoltre nell’ingresso delle altre due porte di città, quella di San Giusto (attuale porta Napoli) e San Biagio, furono costruiti i “rastelli” con la presenza dei numerosi soldati e alcuni delegati.

Il 13 di gennaio 1691, un giudice leccese, con due benestanti del luogo, tale Oronzio Scaglione e Cesare Belli, partirono per i confini della terra d’Otranto, per controllare e vigilare il cordone sanitario che era stato istituito per contenere il rischio del contagio che minacciava provenire dalla terra di Bari.

All’interno delle mura di città, il numeroso popolo dei devoti, iniziarono a fare la Sacra Undena e le tante preghiere rivolte al Patrono Sant’Oronzo. Venne esposto il SS. Sacramento e si fecero numerose processioni e preghiere chiedendo l’intercessione al Santo Vescovo, affinchè liberasse i leccesi e tutta la terra d’Otranto dal rischio dell’imminente contagio. Il ricordo della scampata peste del 1656 era molto vicino e faceva molta paura.

Il 15 gennaio vista l’emergenza e le difficoltà che stava attraversando l’intera Puglia, su disposizione del Vicerè di Napoli, don Francisco Benavides, Conte di Santisteban, venne alzato il valore della moneta circolante: la doppia che valeva 4 ducati passò a 4 e mezzo; lo zecchino che valeva 24 carlini passò a 25 carlini; le 22 grana per 26, il tarì per 22 grana, le 11 grana per 13 grana; il carlino per 12 grana; e la patacca per 6 carlini.

Intanto in tutto il Regno ed in particolar modo nella capitale, tutti seguivano le notizie del contagio di peste che era scoppiato nella provincia di Bari. Altrettanti cittadini salentini, che vivevano nella capitale, seguivano le notizie e le sorti delle loro genti con ansia e trepidazione.

Verso la fine del 1690 un argentiere e orafo leccese, tale Domenico Gigante, maestro di pregio, operante a Napoli, pensò bene di realizzare un opera d’arte orafa, e donarla alla Cattedrale della sua città, a devozione e in onore del Santo Patrono Oronzo, primo Vescovo di Lecce, che nel 1656 “annus horribilis”, grazie alla sua intercessione aveva salvato l’intero popolo salentino dal contagio di peste bubbonica.

Il primo di giugno 1691, allorquando in terra di Bari imperversava la peste, da Napoli arrivò la sospirata opera del Gigante, un mezzo busto raffigurante Sant’Oronzo Vescovo benedicente, una pregevole opera in argento a sbalzo e pietre preziose. La statua venne accolta a Lecce con tanta gioia e preghiera, e lo stesso giorno con una solenne processione venne portata nella chiesa dei padri Olevitani di Lecce.

Il successivo 3 giugno, giorno di Pentecoste, il Vescovo, tutti i religiosi con le confraternite di Lecce e le autorità civili e militari, portarono in processione il mezzo busto del Santo Patrono. Si contarono 1600 persone, tutte in fila con le fiaccole “lumi” in mano. In segno di giubilo vennero accesi tanti mortaretti, e una volta entrati nella piazza del Vescovado, alla presenza di tantissima gente, vennero suonate le campane a festa, accompagnate dagli spari dei numerosi moschetti. La gente piangeva, pregava e invocava

Sant’Oronzo Vescovo e Martire. Don Giuseppe Mendoza, Preside di terra d’Otranto, disse più volte, di non aver mai visto, neanche a Napoli e in altri luoghi, una festa così grande e tanto magnifica.

“Il 1 giugno 1691 arrivò il mezzo busto d’argento di sant’Oronzo nostro protettore e addirittura si portò nella chiesa dei PP. Olevitani fuori le mura con grande seguito di tutta la città, con solenissima pompa e il giorno di Pentecoste, associata da tutti i religiosi e confraternite portando ognuna di esse la statua del loro santo e quelle dei Santi Protettori della città, ed i soldati delle paranze essendosi fatto Capitano il Sig.

Giambattista Tresca, associata da tutto il capitolo e clero essendo arrivate al numero di 1600 lumi o persone di sola processione, e dove passava si facevano grandi salve di mortaretti e nell’entrata al Vescovado fu tanto e tale il giubilo e strepito delle campane, e sparo di moschetti che eccitava tutti al pianto ed alla devozione tanto fra gli altri, don Giuseppe Mendozza che si ritrovò preside di questa città, disse più e più fiate e confessò di non avere mai in Napoli né in altri luoghi osservato pompa, magnificenze e devozione simili come have veduto in questa occasione.

La manifattura di questa statua è stata opera di Domenico Gigante, maestro compaesano che risiedeva a Napoli ed il lavoro di sua maestria l’avea fatto gratis per voto fatto a questo Santo. Non si deve tralasciare un accidente occorso nel fondersi d’argento la testa del Santo, dovendosi sapere, come essendosi già fusa la testa, nell’aprirsi la forma si osservò che sopra la ciglia di essa vi venne una ammaccatura, ossia una concavità ed osservatosi la forma non si vedea tale dispreggio; onde si pensò di nuovo per togliere questo difetto, ma pure per la seconda volta sortì lo stesso inconveniente come nella prima e rifusasi per la terza fiata si osservò di bel nuovo la medesima ammaccatura, del chè essendo l’artefice molto rammaricato, volendola rifonderla, prima di farlo scrisse in questa città, dando avviso quanto era successo ed insieme pregava il Vescovo e i signori capitolari che fatto avesse qualche particolare orazione al santo.

…In una delle notti si compiacque il Santo manifestare a un servo di Dio e dirgli che scrivesse al maestro di non fondere più la sua testa ma lasciarla nella maniera e forma che si trovava, mentre tale ammaccatura o simatura era misteriosa, a causa che essendo il santo a tempo di sua fanciullezza cascato e fattosi tale ammaccatura sulla medesima ciglia voleva con ciò aggradire dei suoi grati compatriotti e cittadini, come l’eterno testimonio del suo amore ondecchè di buon animo il maestro perfezionasse il lavoro e la sua incominciata opera. Vel’era comparso era tutto rassomigliante alle fattezze della testa della sua statua della sua statua con lo stesso segno quale da tutti ocularmente si vede, e si adora presentemente

(“cronache leccesi” Giuseppe Cino 1656-1719)

Nelle medesime “cronache leccesi” dell’ing. Giuseppe Cino (1656-1719), l’autore narra che l’argentiere Domenico Gigante, donatore dell’opera, mentre fondeva la statua d’argento di Sant’Oronzo, si sarebbe accorto della presenza di una imperfezione “ammaccatura” presente sul sopracciglio del Santo, e lo stesso dopo averla rifusa per altre tre volte, non era riuscito a eliminare tale imperfezione. Il maestro preoccupato del fatto, scrisse una lettera al Vescovo di Lecce, raccontando quello che gli stava accadendo. (sarebbe interessante ricercare in archivio se esiste questa missiva)

Si racconta altresì che il Santo Patrono di Lecce, venne in sogno ad un non precisato servo di Dio, al quale le disse di comunicare all’argentiere di non preoccuparsi e di lasciare la statua con tale imperfezione. E aggiunse dicendo che in giovane età, a seguito di un incidente, si era procurato una ferita sul sopracciglio, e questo segno testimoniava il suo amore verso i devoti leccesi.

Il 27 febbraio 1692 Nicola Creti’, Sindaco di Lecce, su ordine il Giuseppe Mendoza, preside di terra d’Otranto, ordinò la rimozione del cordone sanitario, che impediva il passaggio nella provincia di terra di Bari. A seguito della benaugurante circostanza, che riportava la popolazione alla sospirata libertà, nella citta di Lecce si fece una grande festa, tutti i cittadini inneggiavano e ringraziavano il loro Santo Patrono Oronzo, che per la seconda volta aveva salvato la città dal funesto contagio.

Il 12 Luglio 1691 il Card. Antonio Pignatelli, originario di Spinazzola, diviene Papa Innocenzo XII, già Vescovo di Lecce (1671-73). Per mezzo del suo nunzio il Santo Padre inviò nella sua amata Puglia un contributo di 5000 scudi.

Anche da altre provincie del Regno arrivarono tributi per le spese avute nel periodo del contagio di peste. Dalla sola terra d’Otranto, tramite Giuseppe Terribile, percettore della provincia, arrivarono a Bari 2500 ducati.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *