L’amore ai tempi dello “swipe”

L’amore ai tempi dello “swipe”

La moderna gioventù all’interno del capitalismo amoroso

Qualche foto, una lettura veloce su chi sei e cosa ti piace, la leggera frenesia del momento e il beneficio del dubbio che dura solo qualche istante… Giusto il tempo di fare “swipe”.

Ti ho scelto, mi piaci. Non fai per me, scartato. Mai stato più semplice e veloce di così.

Una scelta cruda e una decisione rapida che salvano dalla noia di una routine monocromatica, che permette però di cibarsi di una scossa di adrenalina quasi costante, entrando così a far parte di un loop senza fine.

Mi piace. Non mi piace. Facile, una piccola decisione, che permette di aprire tantissime strade fatte di “e se”, lascio aperte tutte le possibilità, e le variabili sono infinite, ogni giorno aumentano sempre di più.

Sono proprio queste strade che alimentano costantemente il nostro cervello come uno zucchero pesante, creando una dipendenza assolutamente fittizia, ma condivisibile da tutti.

È così che con l’avvento delle app di dating la nostra concezione di conoscenza, di piacere e di amore è mutata impregnandosi di salsedine dell’immenso e disparato mare del capitalismo.

Fin dai suoi primi giorni il capitalismo ha premiato l’efficienza e la produzione rapida; l’ottimizzazione del processo, che diventa poi sempre più intensa e finisce poi nelle

inglobare ognuno di noi in una affannosa ricerca verso una perfezione compatta, all’interno di una competizione asfissiante che elude in prima linea il rapporto con l’Umano, con qualsiasi parte del processo che contenga umanità.

È assai noto che il capitalismo ci vuole schiavi del consumo che ci conduce precipitosamente verso verso una cultura che verte allo smaltimento rapido e al rimpiazzo frequente.

Siamo figli di “Mamma Velocità” che vuole aiutare, dando spintarelle – sempre più frequenti – i suoi bimbi a spiccare il volo, per essere sempre più prestanti, più veloci, più decisi – e sempre meno umani -.

Ma questo articolo non vuole essere l’ennesima paternale contro i giovani,

l’ennesimo manifesto boomer che denigra i nostri tempi; ma non vuole nemmeno essere il classico articolo che rispetta e venera il nuovo politically correct scritto da gen Z per la gen Z, il canonico manifesto all’urlo del “nuovo amore”

Ho ventidue anni e sono anche io figlia di quest’epoca, mentirei se vi dicessi che non sono anche io parte integrante del consumismo dell’amore.

Ma non sono qua per raccontare cosa sono le app d’incontro, come vengono utilizzati i social per conoscersi. Al giorno d’oggi sono consapevole che chi più, chi meno, sappia come la cultura del conoscimento e delle relazioni umane sia cambiata con l’avvento di internet.

Non sono nessuno per denigrare una modalità che mi ha cresciuta e una concezione che volente o nolente è all’interno di tutti noi.

Sono qua per investigare e capire quali sono i meccanismi che spingono (in prima

linea la mia generazione, trascinandosi però chiunque) verso la velocizzazione di un percorso amoroso ed emotivo che ciascuno di noi affronta.

La nostra odierna società spinge ogni individuo ad essere prestante e quindi ad avvicinarsi sempre di più verso una omologazione di perfezione ovattata. Un costante confronto che porta alla necessità di etichettarsi l’anima. C’è chi lo fa perché ne sente un bisogno più radicato, e c’è chi invece si sente investito da un falso bisogno.

È sempre necessario etichettarsi? Sono fermamente convinta che fin quando ci saranno le etichette ci allontaneremo sempre di più da una concezione di accettazione dell’individuo, in quanto singolo, completo ed unico.

Ma mossi dallo sgomento dell’individualità che temiamo essere solitudine, a cui spesso e volentieri colleghiamo un annessione prettamente negativa, corriamo alla ricerca di un’etichetta da dare alla nostra anima; così facendo non ci sentiamo più “diversi”, perché la diversità fa paura.

Abbiamo una vita interna per scoprirci, per conoscerci, per capirci, ma invece siamo incastrati all’interno del processo di velocizzazione del prodotto, al quale possiamo sfuggire soltanto astenendoci e quindi isolandoci, ma essere un outsider piace a pochi.

La solitudine fa paura, ma quello che forse fa più paura, specialmente nel 2024, è il

rifiuto.

Provare emozioni negative ci atterrisce in modo inenarrabile. Non siamo abituati ad accettare le emozioni negative, a ritenerle tali e valide di essere vissute ed assaporate tanto quanto quelle positive.

Il capitalismo amoroso cancella tassativamente il rifiuto, quello “crudele”, quello che maggiormente fa soffrire.

Cullati quindi da Mamma Velocità che ci allatta tramite il click-easy abbiamo maturato quindi una nuova concezione moderna di approcci umani.

La velocizzazione punta ad eliminare determinati tasselli ritenuti superflui, tra questi vi è l’annullamento dei tempi.

È come se al giorno d’oggi si è terrorizzati dal tempo, in qualsiasi forma.

La timorosa contemplazione dei passaggi del tempo che porta con sé il timore del lento abbraccio del tempo che scorre, l’accellerazione di ogni cosa.

Il tempo è quindi diventato il nostro avversario, la FOMO (Fear Of Missing Out) che gioca un ruolo fondamentale nella società odierna, alimentando così il consumismo umano, il volere – che si trasforma in dovere – a tutti i costi utilizzare il tempo, prima che sfugga qualche istante e per viverlo al meglio è più logico velocizzare ogni passaggio, ogni attesa.

Eliminando quasi del tutto i tempi, cresciamo una generazione insaziabile e tristemente insoddisfatta.

Scegliere ogni giorno nuove persone (sarebbe meglio dire “nuovi prodotti”), in modo tale da saziare il nostro bisogno egoistico di acclamazione. Se il like (il piacere) è ricambiato non ho un rifiuto e non sono quindi costretto a interfacciarmi con il dolore. Si va quindi a ricercare un piacere condiviso, Epicuro sorriderebbe buffamente alla vista nella nostra società.

Il condizionamento della cultura dello “swipe” incide vertiginosamente con la mentalità dell’odierna società figlia del capitalismo, abituata ad ottenere tutto nel minor tempo possibile, innescando una nuova concezione di amore.

L’amore veloce, che deve inevitabilmente “scattare” alla prima “scopata”.

L’amore c’è o non c’è sin da subito. Se ti bacio e non sento nulla, vuol dire che non ci sarà mai amore, perché chi ha tempo di aspettare? Quindi iniziamo il vero e proprio consumo del prodotto, che mi serve a soddisfare il temporaneo vuoto.

In attesa dell’amore non maturo la possibilità di aspettare le tempistiche naturali. ma sento il bisogno di accellerare un processo tramite dei giochi mentali artificiosi che mi aiutano all’affannosa ricerca verso la sopravvivenza sociale.

Ma l’immediatezza del sentimento è davvero indispensabile? L’amore si erige.

L’amore va sfamato lentamente, assaporando ogni tempo.

Ma noi figli nel capitalismo amoroso lottiamo contro il tempo per combattere la noia della solitudine.

Lo vedo, lo voglio o non lo voglio. Senza passare per la via dell’attesa di tempi che ci aiutano a maturare pensieri che aiutano a costruire le relazioni umane.

Mamma Velocità ci nasconde però la terribile verità di articoli prodotti nell’era del consumismo, prima o poi arriverà la voglia di un nuovo articolo, e il momento in cui veniamo smaltiti dobbiamo ricominciare la nostra affannosa ricerca al nuovo.

Perchè attenzione, il tempo è il nostro nemico!

Maya Cavarra

ph agendadigitale.eu

Redazione Radici

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