Due popoli per due stati

Due popoli per due stati

Editoriale

L’antropologa Ida Magli in un saggio esemplare, “Il Mulino di Ofelia”, scrive: La “violenza martirizzante” che si è scatenata in un pezzetto di terra che non è “geografica” ma “trascendente”, parla da sé. La studiosa, raffinata esegeta dei testi biblici e scrupolosa storica, nella presente opera esamina le tre religioni del Libro attraverso analisi talvolta ovvie perché solo lo sguardo dell’antropologo, allenato a cogliere verità celate poiché evidenti e palesi, riesce a “vedere”. D’altra parte, siamo convinti che nell’attuale momento storico interpretazioni intelligenti e acute possano essere di grande utilità, specialmente se tese a cogliere angolature divergenti dalla miriade di dibattiti spesso improduttivi che si stanno sovrapponendo con inaudito baccano, fra schermaglie inconciliabili.

Negli ultimissimi anni infatti, in Occidente imperversa uno sterile e distruttivo pensiero binario che con crescente pervicacia riduce le opinioni, in ogni ambito e sfera di dibattito a divisioni laceranti, a una estenuante scelta fra il “con noi” e il “contro di noi”. E’ accaduto durante l’emergenza sanitaria è capitato di nuovo con la guerra in Ucraina, è poi successo con la discussione sul riscaldamento globale e la rivoluzione green, con toni altrettanto feroci si sta ancora imponendo per quanto riguarda il conflitto Medio-orientale.

Ma il pensiero duale e oppositivo è il pensiero selvaggio, quello che non prevede la dialettica, cioè l’abilità esercitata nel sostenere una discussione, che vuol dire fare uso di un metodo conoscitivo fondato sul dialogo, sul confronto fra posizioni opposte. La contrapposizione in quanto tale è fertile poiché si avvale di un procedere analitico su cui si fonda il pensiero occidentale, la conseguente elaborazione culturale che ne è seguita, la nostra forma mentis che abbiamo geneticamente ereditato e connota il particolare modo di stare al mondo e porci di fronte al sapere e alla conoscenza.

L’auspicio di noi tutti perciò è di tornare a quel peculiare logos che ci pertiene e che da circa tremila anni ci ha guidato permettendoci di cogliere la molteplicità dell’esistente, ammetterne le sfumature e osservare attraverso la necessaria distanza la realtà del divenire e i vari ordini di eventi per meglio valutarli.

Rigettiamo pertanto un uso del pensiero che non appartiene alla nostra storia, al nostro itinerario culturale, fondato su quell’arte di argomentare, lo ripetiamo ancora, che poggia sulla differenza, sulla pluralità e soprattutto sul dubbio. Tutto questo non potrà mai conciliarsi né con il pensiero “unico”, né tanto meno con quello oppositivo, binario, dunque selvaggio.

Ma se come accennato, in Occidente stiamo ormai assistendo all’inedito fenomeno per cui l’opinione pubblica è spaccata in due fronti contrapposti e inconciliabili come se tutto il “giusto” e tutto il “torto” fossero distribuiti nell’uno o nell’altro fronte, nella vicenda Israelo-Palestinese questa contrapposizione pare essere ancor più “rafforzata” perché sostenuta da una “antica sacralizzazione” di tale conflitto. Lo scontro fra il popolo israeliano e quello Palestinese infatti, per quanto possa essere lecitamente interpretato da un punto di vista strettamente economico, strategico-militare e geopolitico nel suo significato più ampio, esso è innanzitutto dominato dalle rispettive “componenti religiose”.

Più che tra due popoli, quella Terra è il coacervo dello scontro fra due religioni: l’Ebraismo e l’Islamismo. Per il primo la Palestina è la Terra la Biblica, la “Terra promessa” che appartiene spiritualmente e concretamente agli Ebrei, il luogo dove questi ultimi possono ricostituirsi come popolo dato che lì risiede la fonte della loro “identità”. Per l’Islamismo, a sua volta, la Palestina è parte imprescindibile di un mondo musulmano più ampio, dotato di un’identità religiosa che va al di là delle “barriere nazionali” tra i vari Paesi Arabi.

Nell’affermare ciò, stiamo parlando di quelle particolari implicazioni umane riconducibili alle cosiddette “strutture universali del Sacro”, che rappresentano un apparato di conoscenze attraverso le quali è possibile comprendere l’essenza di tutte le religioni e allo stesso tempo di ogni Potere. Per la stringente ragione che alla base del “Sacro” c’è il Potere, in quanto il primo è “proiezione” del secondo. Esiste ad esempio un “soggetto” agente che trasferisce all’esterno di sé, trasformandolo in rappresentazione trascendente e in “oggetto”, ciò che possiede, e che è carico della sua Potenza. Queste trame su cui è intessuto l’articolato ambito del Sacro vanno a formare il “complesso insieme” che connota il “sistema” di ogni cultura: concluso in sé stesso e significativo perché somma della integrazione dei singoli tratti.

Se con tali strumenti culturali andiamo a interpretare il significato concreto e simbolico di “Terra promessa”, notiamo che in quanto tale una terra così definita dovrebbe, anzi “deve” necessariamente rimanere “non raggiunta”. Questo il senso della parola “promessa”, e se attribuito alla terra, vuol dire che essa non potrà mai essere posseduta una volta per tutte, tanto meno su di essa sarà possibile viverci in pace.

Allora, la battaglia con i musulmani potrebbe magari servire, pur se “inconsapevolmente” a nascondere il “tragico” significato di “fine della storia” che assumerebbe il tranquillo possesso di una “Terra” su cui viverci in pace dopo il tanto desiderato “rientro” e la successiva costituzione dello Stato di Israele. Questa condizione rappresenterebbe un paradosso, una specie di “conclusione” della storia ebraica, cosa che ovviamente non può essere accettata e quindi non deve, non può succedere. La “contesa” rappresenta allora l’esatto significato di “promessa”, vale a dire una terra in “perenne conquista” in grado perciò di assolvere e preservare il dettame biblico, ossia la “sacralizzazione” di un precetto.

Ecco così spiegato con maggiore respiro analitico il significato già accennato di inaudita “violenza martirizzante” scatenata in un pezzetto di Terra che non è “geografica” ma “trascendente”. Ma tutto questo richiama un tratto intrinseco quanto tragico della cultura ebraica: non si può essere “vittime”, non si può desiderare di esserlo, senza che esista un “sacrificatore”. Discorso complesso, difficile non solo da risolvere, ma addirittura da affrontare; oggi però va più che mai esplicitato e considerato come un aspetto cruciale per vagliare una questione che contiene così tante controverse implicazioni storiche, culturali e religiose da sembrare irrisolvibile. Ma sarebbe un paradosso anche il perdurare di tutto questo. Se gli Ebrei si sono esclusi dalla storia di tutti degli altri uomini, come potranno essere aiutati a gestire una realtà concreta, inserita però nell’ambito della Trascendenza?

Nel persistere ad interpretare la propria storia come “storia” di un “popolo necessariamente perseguitato” è implicita una “assolutizzazione” che “elimina” ogni possibilità di storicizzazione. La storia reale viceversa, quella vissuta concretamente  dagli uomini, dai singoli popoli è fatta di persecuzioni, tribolazioni, stermini che non di rado si sono perpetrati fino all’annientamento di intere comunità. Per rimanere solo nell’età moderna, senza elencare quelli accaduti nell’antichità, primeggia fra tutti il genocidio compiuto da Fernando Cortés e i conquistatori spagnoli nei confronti degli Amerindiani. Con il loro arrivo sono state cancellate intere popolazioni e civiltà nel Centro America. Per arrivare a episodi più recenti, non possiamo dimenticare il dramma vissuto dai rifugiati che durante la prima e soprattutto nella seconda guerra mondiale ha riguardato molti popoli.

Più di un milione e mezzo di armeni nel 1915 furono massacrati dai Turchi e deportati nel deserto per poi morire di stenti e di fame attraverso sofferenze atroci.  Secondo le stime dello storico svedese Bo Rothstein, più di mezzo milione di Finlandesi dovettero lasciare la Carelia nel 1944 perché conquistata dai sovietici. Un milione e più di rumeni furono espulsi dalla Bulgaria nel 1941; circa un milione di Polacchi finirono sotto il controllo Sovietico nel 1945. Più di un milione di Italiani subirono l’atroce destino di finire infoibati e i superstiti, costretti a lasciare i territori dell’Istria e della Dalmazia già a partire dal ’43. Circa 12 milioni di tedeschi furono espulsi dai territori divenuti parte della Polonia e dell’allora Cecoslovacchia tra il ’45 e il ’46. Qui ci fermiamo ma l’elenco potrebbe allungarsi se solo ponessimo lo sguardo oltre il nostro Continente. Ebbene, nessuna di queste catastrofi ha prodotto nei rispettivi popoli alcuna rivendicazione del “diritto al ritorno” sacralizzandone di conseguenza gli eventi, come è avvenuto in Palestina!

Ma nonostante si tratti della terra dell’inaudita “violenza martirizzante”, a maggior ragione siamo qui per dichiarare con profonda convinzione la necessità di vedere superati i fallimenti dei tanti, troppi mancati accordi. Quello del 23 dicembre del 2000 ad esempio, ma soprattutto quello inerente la soluzione dei due Stati delineata ad Oslo nel 1995 tra Rabin, primo ministro israeliano, poi ucciso da un fondamentalista ebreo e Arafat, allora presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Per citare solo i più emblematici, che parevano possibili, certi, ma furono puntualmente disattesi.

Non va dimenticato che a Gaza ad esempio, il 7% della popolazione, circa tremila persone è cristiana (prima del 2006 erano esattamente il doppio), di cui i cattolici sono una componente minoritaria. La comunità cristiana ha sulle spalle il 40% degli ospedali, delle scuole, dell’assistenza agli anziani, disabili, rifugiati e persone in difficoltà. Il 95% degli allievi delle scuole cristiane sono Musulmani. Insomma, i Cristiani rappresentano il cuore pulsante della comunità palestinese presente a Gaza, anche se raramente se ne parla.

Chiediamo la pace anche per loro, fiduciosi nel pensare che la realizzazione di Due Popoli e Due Stati sia necessaria, possibile e più che mai indispensabile. Non c’è una sola Palestina, chi si trova a vivere lì “deve” accettarlo. Il conflitto Israelo-Palestinese deve essere innanzitutto liberato dalla sua “radicalizzazione” religiosa. IL  “messianesimo” che configura il modo di agire di coloro che  vivono in quella regione, pur se inteso in maniera diversa per l’una e per l’altra parte, deve lasciare il posto a soluzioni fondate sulla ragionevolezza, sulla grandezza spirituale del perdono se necessario, affinché il raggiungimento di un adeguato compromesso sia accolto da entrambe le parti. La realtà storica lo esige. All’interno di Israeliani e Palestinesi vanno pertanto rafforzate quelle posizioni in grado di riconoscere la “realtà effettuale” come diceva Machiavelli, per abbandonare gli “assoluti”, come ad esempio la “giustizia assoluta” che non può produrre altro se non “assoluti mali”.

“Occhio per occhio E dente per dente finirà per rendere tutto il mondo cieco e sdentato”, profetizzava il Mahatma Gandhi.

Rosaria Impenna

Redazione

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