Arte come Filosofia. II. “Bayreuth Walküre e Relitti 158.aktion“ di Hermann Nitsch

Arte come Filosofia. II. “Bayreuth Walküre e Relitti 158.aktion“ di Hermann Nitsch

Di Andrea Cramarossa

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Bayreuth Festival 2021 – Die Walküre ; Singer Klaus Florian Vogt as “Siegmund”

Die Walküre, Klaus Florian Vogt as Siegmund, Bayreuth festival 2021, © Enrico Nawrath.

Questo luogo, che è, per me, luogo dell’anima, ossia il “Museo Nitsch“ di Napoli, è il luogo del ritorno, il nostos che nella ripetizione trova il suo senso, quasi fosse il tempio di un Oracolo, quasi fosse la dimora celeste in terragna forma di un qualche dio dallo sguardo ampio e lungimirante, un dio che ha saputo stravolgere le regole di un gioco consumistico pericoloso e asfissiante, regole del tempo attuale, riconducendo, noi osservatori, noi popolo, nel pieno di una sacralità palpabile e permeabile, eppure, a tratti indecifrabile, incomprensibile, per via della sua eterna bellezza.

Foto  di Amedeo Benestante.

Così, mi trovo a camminare estasiato all’interno del nuovo allestimento delle opere del grande artista austriaco Hermann Nitsch, nel museo a lui dedicato, proprio a Napoli, città dell’incanto e della contemplazione, profanando ciò che in me vibra ancora con odore di pittura fresca, odore così confortante, così familiare, così rasserenante. “Tutto è possibile“, dice questo odore. Odore che parla e che io posso ascoltare; parole che chiunque potrebbe ascoltare e vedere. Non si tratta di magia (o forse sì) ma, piuttosto, di sapienza, di quella sapienza antica e imperturbabile che non si piega ad alcuna profferta e tantomeno alla irriducibile mancanza di desiderio in chi perpetua il gesto crudo e irriverente del giudizio affrettato e del precipizio dell’ego.

Perché di “arte totale“ si tratta. Così come l’ha sognata, evidentemente, Nitsch, per poi vederla concretizzarsi nelle forme visive e sonore, olfattive e gustative, tattili, delle sue azioni del Teatro delle Orge e dei Misteri e nei Relitti, quali custodi, questi ultimi, di un tempo altro, distante, lontano dal tempo nostro appiattitosi ormai su immagini preconfezionate ma tempo ancora vibrante nell’arcaicità dell’anima.
Torno a casa, dunque, torno al tempio senza pormi domande ma in totale ascolto; non cerco risposte e ho solo voglia, semmai, di ascoltare i miei sensi.

Così, i Relitti dall’ultima messa in scena della Valchiria wagneriana che ha visto la partecipazione di Nitsch in qualità di artista in totale libera espressione e in dialogo con la musica e le parole dell’opera, nel luglio del 2021, presso il teatro Festspielaus di Beyruth in Germania (teatro e città dove “La Valchiria“ effettivamente debuttò il 14 agosto del 1876 all’interno dell’intera e famosissima Tetralogia “L’anello del Nibelungo“, che comprende i drammi musicali: “L’Oro del Reno“, “La Valchiria“, “Sigfrido“ e “Il crepuscolo degli dei“). Il teatro dell’opera in questione fu costruito proprio con l’intenzione di rappresentare solo le opere di Richard Wagner; questi contribuì alla sua progettazione. È al mese di luglio di due anni fa che risale l’ultima collaborazione di Hermann Nitsch alla messa in scena di un’opera lirica; come tutti sappiamo, l’artista austriaco è scomparso il 18 aprile del 2022. Dunque, questo allestimento nel museo napoletano, diviene un intensissimo dialogo tra i due artisti (in realtà, tre), all’insegna di una ricerca costante e mai terminata sull’arte totale, dove musica, danza, teatro e pittura si mescolano entrando l’una nell’altra, diventanto un’unica cosa, uno e tutto insieme, in aristoteliche sembianze, nell’apparire netto e preciso di essenze misteriose e profondamente ibride, forme che lasciano un canto profondo in chi le ascolta.

Nella messa in scena dell’opera, visivamente suggerita dalle immagini trasmesse nei video allestiti nelle sale museali, il colore è il padrone assoluto dello spazio scenico. Il colore è un personaggio chiaro e definito, è una volontà, è santo e solenne e compie la sua liturgia sacra facendosi trascendenza nella sua immanenza. Un paradosso, questo, che ci fa precipitare nel senso più antico – e, quindi, più moderno – del Teatro. Praticamente, un “miracolo“, un qualcosa che accade talmente di rado e del quale abbiamo ormai perso – come civiltà, come cittadini – le tracce, che non riusciamo a vederne l’ombra, il contorno, o a sentirne il respiro. Tuttavia, i Relitti, respirano, è possibile udirne il fiato accostando l’orecchio alla tela.

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Bayreuth Festival 2021-Die Walküre

Die Walküre, Bayreuth festival 2021, © Enrico Nawrath.

Il colore, dicevo, il colore che cola dalle tele immense sullo sfondo del palco, coi cantanti e le cantanti che recitano vestiti di nero e l’opera stessa rappresentata in forma di concerto per via della pandemia da covid-19, sembrano monumenti che si stagliano nelle processioni di famelici fedeli che bramano colore, colore e ancora colore. E più il colore cola dall’alto della tela e più esso raggiunge il cielo (e noi, con esso); e più il colore diventa azione pura, lanciato sul palco del teatro e più il soffitto diviene pavimento, il cielo, terra e la terra, mare. Onde di colore puro si inerpicano tra le note e si è resa grazia alla purezza del colore, finalmente, anelando la sua sacralità come a volersi ritrovare nel temperamento artistico di Caravaggio o di Van Gogh.

Quanto tempo è passato da allora? Da quando Vincent guardava i campi di grano e i corvi svolazzarci sopra? Quanto tempo?

L’opera d’arte totale è legata alla metafisica e, da questa, condizionata e si apre al mondo intero, tuttavia, si fa mondana attraverso il culto. L’arte diventa religione. L’arte diventa filosofia. L’arte non è più strumento edificante o introspettivo o di evasione ma si fa esperienza mistica. La materia che Wagner utilizza, ad esempio, prende la forma del mito ma inteso come sogno collettivo dell’umanità. Nitsch va oltre questa visione, pur assimilandola, per concetrarsi sul gesto e sul rituale dionisiaco orgiastico quale evento a sé che si congiunge con l’esperienza wagneriana. Il colore diventa voce. Il colore diventa musica. E viceversa. Lo scambio è continuo ed è visibile; è ineluttabile. Nulla possiamo di fronte a questa magnificenza; nulla possiamo di fronte a questo colore che è totalmente sé stesso; nulla possiamo mentre ci caliamo in questo crogiuolo di essere che è, nella sua ovvietà, certo, ma anche nella sua semplicità paralizzante, poiché assoluta.

Ecco perché l’arte si fa religione, perché l’arte è lo spazio del sacro e nel sacro riconosco ciò che solitamente definisco dio o senso del divino o della deità e, in essa, scopro il perché del mito e il suo culto e un senso ancora un volta totale che pervade tutto il mio essere; ecco perché l’arte come filosofia, perché solo attraverso l’amore per il sapere, posso riconnettermi con l’assoluto e scoprire che anche io sono, ossia sono uno e sono anche tutto, nello stesso tempo e nello stesso spazio.

E fortemente, follemente, di tempo e senso del tempo si parla con forza, anche del senso del tempo, nell’opera di Wagner, un tempo passato che torna continuamente ed un presente enormemente ambiguo che si connette sempre con un futuro che ha ancora a divenire. Così scopro che l’opera si apre con un Preludio del I Atto la cui ouverture è il trampolino dinamico dell’azione, un tempo di 3/2 in re min. con i violoncelli e i contrabbassi eccitati in un crescendo nel tema della Tempesta, suonando note regolari e distaccate.

E, poi, il rombo dei violini e delle viole, tremolanti sulla tonica di re e per la durata di sessanta battute. In questo, l’incedere del colore, la meraviglia, lo stupore, tutto entra in me, il corpo è terra di conquista. Nella prima Scena del primo Atto, il tema della Tempesta si trasforma e diventa, sui violoncelli, quello di Siegmund (o della Stanchezza di Siegmund). La prima nota è tenuta lungamente prima di curvarsi e di risollevarsi dolorosamente in un appoggio di settima diminuita. È da sottolineare la somiglianza di questo motivo con quello del Patto (Das Rheingold).

Ma come non considerare il tema della famosa Cavalcata? I tre intervalli di Quinta degli accordi principali, sebbene ingentiliti dall’arpeggio e da alcuni intervalli di Terza minore, aprono ad una visione molto vicina all’estasi, perché tutto sentiamo in quel momento, il vento e il galoppare dei cavalli, il loro candido, affannato, respiro e la forza che è la stessa dei germogli quando fuoriescono dalla terra o dalla pietra.

Per Nitsch, tutto avviene con e nel colore. Tutta questa meraviglia, intendo, questo incanto che, per me, è metodo e volontà di quel famoso Velo da strappare. La complessità di queste opere musicali e visive si risolve nella trascendenza o, come vorrebbe Nitsch, nel silenzio della contemplazione. Ecco che il temporale (la Tempesta) avrà i colori del blu, del violetto e del verde; il matrimonio di Sieglinde e Siegmund, farà fluire il colore dell’incesto, il rosso. Nel secondo Atto, il bianco e colori radiosi evocheranno l’annuncio della morte di Siegmund per bocca di Brunilde e quando Siegmund verrà ucciso, ancora il rosso e anche il nero. Nel terzo Atto, le sfumature dell’arancio, del giallo e del rosso per il motivo del Fuoco.

Hermann Nitsch, Schüttbild 2021, malaktion walküre, courtesy Galerie Sommer, Graz.

Nella totalità dell’essere, avverto che ogni illusione svanisce, attraversando l’arte, l’etica e l’ascesi, le tre tappe obbligate per l’agognato “risveglio” di cui Schopenhauer ci ha svelato la comunione con il nostro gramo esistere-insistere su questa Terra, il cui pensiero tanto importante fu per Wagner – il quale fu anche “apostolo” del filosofo tedesco, il quale, a sua volta, chiamava “apostoli” i suoi seguaci – e fonte di lunga sosta nella realizzazione dell’immensa opera “L’Anello dei Nibelunghi”, ove, come sappiamo, ritorna il tema centrale tanto caro anche a Nitsch, quello della Natura madre e maestra, dalla quale Wagner trae personaggi e ambienti del suo dramma. La sosta – estate 1857 (cioè dalla metà del Siegfried) al 1865 – fu determinata, quindi, sia da questioni personali che da questioni ideologiche, cioè la rilettura wagneriana della filosofia di Schopenhauer.
Grazie all’arte, posso vivere la vita contemplandola svincolando l’oggetto da qualsiasi condizione che lo individua in un determinato contesto rendendolo universale e liberando i nostri desideri dalle preoccupazioni ma, una volta terminata la visione artistica, si sprofonda nuovamente nel mondo fenomenico (cioè delle illusioni), luogo dei vizi della volontà di vivere. Attraverso l’etica, mi svincolo dai mali del mondo, applicando la giustizia e la carità alle mie intenzioni e alle mie azioni. L’ultima tappa è quella dell’ascesi che nega qualsiasi tipo di esistenza, voglia o godimento che sia e si realizza nella castità che impedisce la perpetuazione del dolore scaturito dalla volontà.

Così squarcio il Velo di Maya per poter approdare a un’altra vita, una vita non più fenomenica ma noumenica, una vita senza false illusioni che ci fa sprofondare nel Nulla, annullando la nostra volontà, privandoci di piaceri materiali. Rinasco come nuova persona nuova, forte di un rinnovato leitmotiv.
In questo esser nuovi, in questo colore santo, posso perdermi e raggiungere il punto di massima essenza dell’Ente, posso, ad esempio, toccare il Teatro nel suo cuore pulsante, nella sua verità. Questa verità ha un suono preciso; quando mi calerò nuovamente nella realtà fenomenica, riconoscerò quanto di più illusorio vibrerà accanto a me, compresi i miei gusti personali, e quanto invece, l’assoluto, non sia altro che il frutto costante di una beatitudine del vivere che è lascito di ciò che abbiamo potuto o voluto sacrificare. Ma è bello, almeno per qualche istante, poter toccare quella verità (così come farà Sieglinde quando, nel I Atto, svelerà a Siegmund di essere sua sorella e, nonostante ciò o forse proprio per questo, diventare sua amante e anche adultera poiché già sposata con Hunding) perché sarò di fronte ad un bivio e potrò decidere liberamente se trattenere sul mio volto quel Velo o rinascere sotto altra forma. Avere la possibilità di decidere è sempre un grande privilegio. Questa mostra incandescente di colori santi ne è la prova tangibile.

Andrea Cramarossa

“Bayreuth Walküre e Relitti 158.aktion“ di Hermann Nitsch, presso il “Museo Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee Hermann Nitsch” di Napoli.
A cura di Giuseppe Morra.

Visto da Andrea Cramarossa il 22 dicembre 2022. In allestimento fino a settembre 2024.

Testi di riferimento:
“Essere“ di Hermann Nitsch (Ed. Morra);
“La virtù del silenzio“ di Michel Maffesoli (Ed. Mimesis);
“Il mondo come volontà e rappresentazione“ di Arthur Shopenhauer (Ed. Laterza).

Foto di Amedeo Benestante, Enrico Nowrath, Gallerie Sommer (Graz).

Redazione Radici

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