Propositi per il 2023: il mondo sta cambiando e l’Iran ne è la prova

Propositi per il 2023: il mondo sta cambiando e l’Iran ne è la prova
Fonte immagine: VOX

di Donatello D’Andrea

Ogni anno, in corrispondenza degli ultimi giorni di dicembre, è buon uso tracciare un resoconto dell’anno appena trascorso e cercare di delineare speranze e obiettivi futuri per i successivi dodici mesi. Definiti “buoni propositi” e inseriti in una lista, tali aspirazioni finiranno al centro dell’ennesima riflessione alla fine del prossimo dicembre. Sulla scia di questa intramontabile tradizione, ho deciso di fare la stessa cosa ma utilizzando argomenti ricorrenti in politica, come l’ascesa della Cina, l’Unione Europea e il suo futuro, nonché l’annoso problema dei Balcani – che, negli ultimi giorni, è tornato alla ribalta a causa delle tensioni tra Serbia e Kosovo, anche se il gelo tra Ankara e Atene non è da sottovalutare – senza dimenticare quanto importante sia, per il futuro, quello che sta accadendo in Iran.

In questo terzo articolo, di una brevissima serie di scritti che ho appositamente denominato “Propositi per il 2023”, ho deciso di occuparmi delle proteste in Iran e della conseguente ondata di sdegno e disobbedienza “civile e religiosa”, la quale sta mettendo a dura prova la tenuta del regime. Il fatto che in Iran si stia verificando la più grande protesta dal 1979 è la prova che nel mondo qualcosa stia cambiando e che il 2023 potrebbe essere l’anno – o soltanto l’inizio di un effetto domino – in cui gli schemi salteranno. Anche in Cina sta succedendo la stessa cosa, anche se in misura minore, con le restrizioni pandemiche e il governo costretto ad allentare le misure, nonostante le centinaia di migliaia di contagi giornalieri, a causa della grande e, a tratti incontrollabile, ondata di proteste a Pechino e in numerose città del regime.

Le proteste in Iran: un breve riassunto

A innescare questo incredibile ciclo di proteste, che preoccupa il regime iraniano, il quale seppur la dura repressione ad opera delle forze di polizia, non riesce a controllarlo,  è stata l’uccisione, lo scorso settembre, a Teheran di una ragazza di 22 anni, Mahsa Amini, mentre si trovava in custodia in una caserma della polizia morale che l’aveva arrestata perché indossava male il velo.

L’incredibile onda di sdegno che l’evento ha sollevato ha funzionato come un catalizzatore per l’ingiustizia quotidiana a cui tutti gli iraniani sono soggetti. Il celeberrimo casus belli che arriva dopo tanti soprusi e che scatena le rivoluzioni emotivamente più sentite e profonde. In varie città del paese le donne si sono tolte il velo o lo hanno bruciato in pubblico gridando “morte al dittatore” in riferimento alla guida suprema Ali Khamenei. Anche a Qom, centro spirituale sciita e baluardo dell’autorevolezza morale della Repubblica islamica, i video sui social mostrano scene mai viste prima: giovani donne a capo scoperto che cantano slogan contro l’Ayatollah definendolo “vergogna della nazione”.

In Italia si è parlato pochissimo – e male – di quanto sta accadendo in Iran. A parte casi sporadici, i politici e i giornalisti non hanno fatto molti riferimenti a quanto sta accadendo. Alcuni si sono limitati ad etichettarla come una rivolta puramente religiosa, ignorando il sostrato culturale e politico sotteso alla rivoluzione. Alcuni insistono nel definirla una “rivoluzione pro-scelta” e non puramente religiosa. A prescindere da ciò che è, il solo fatto che stia mettendo in seria difficoltà un regime ferreo e rigido come quello iraniano, vuol dire che non è assolutamente da sottovalutare e, ovviamente, non sono da sottovalutare nemmeno i suoi effetti e le ricadute che, in caso di una – ancora difficile – vittoria dei rivoluzionari, il precipitare degli eventi provocherà nel Medio Oriente.

Il mondo sta cambiando…

Appare chiaro che uno degli eventi che sicuramente ha colpito di più l’opinione pubblica mondiale sia sicuramente la gigantesca protesta contro il regime in Iran, sia per il casus belli che ha innescato il tutto – la morte di una giovanissima ragazza i cui video continuando ancora oggi a circolare in rete e funzionano da richiamo e da fonte di motivazione per migliaia di donne iraniane – sia per il fatto che si tratti di un regime religioso, legato ancora alla legge coranica e il quale in un momento di debolezza sta rischiando di farsi sopraffare dagli eventi e da un’ondata di indignazione covata da molto tempo.

SI credeva che con il passare delle settimane il governo avrebbe efficacemente gestito le forti proteste ma è chiaro, a questo punto, che la situazione rischia seriamente di sfuggire di mano. Come scritto mesi fa, la mediazione non è possibile: le proteste si concluderanno con il successo dei rivoluzionari. Oppure con un bagno di sangue che avrà il sapore di una vittoria di Pirro. La polizia e le forze di sicurezza da tempo cercano di reprimere con violenza le proteste. I video sui social ne sono la prova. Si spara sulla folla, arresti ed esecuzioni in massa, torture e confessioni forzate. Il regime è in evidente difficoltà. Nonostante ciò, le persone ci credono e continuano a scendere in piazza a farsi picchiare, arrestare e uccidere.

Questa è la più grande manifestazione di dissenso dal 1979, anno in cui l’Ayatollah Khomeyni guidò l’Iran verso la rivoluzione islamica. Qualcosa vorrà pur dire. Altri episodi di protesta ci sono stati nel corso degli anni ma mai hanno raggiunto queste dimensioni.

Se un regime schivo, chiuso e fortemente conservatore come l’Iran è in subbuglio, qualcosa sta cambiando. E le conferme arrivano anche da Pechino dove la Cina, nel tentativo di bilanciare consenso ed esigenze sanitarie – in seguito a delle forti proteste popolari – sta per arrivare ad un milione di casi di Covid al giorno che, se da un lato certificano il fallimento della politica “Zero Covid” attuata da Xi Jinping, dall’altro aprono scenari mai visti a Pechino, cioè quello in cui un regime che basa la sua attività sulla comprovata efficienza si arrende a proteste di popolo facendo marcia indietro su una misura apparentemente “perfetta”.

Il mondo sta cambiando, e quanto accaduto a Teheran e, in misura minore, a Pechino ne sono la prova.

Redazione Radici

Donatello D'Andrea

Donatello D'Andrea

Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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