La nascita di Armstrong (3)

La nascita di Armstrong (3)

(Questo articolo segue quelli pubblicati il 17 e 18 giugno, stesso titolo)

Non tutti gli osimani partiti alla fine dell’Ottocento hanno però lavorato in campagna, come ci informa la La sentinella – Gazzetta delle Marche nell’edizione del 6 dicembre 1888: Ercole Marchesini, giornalista a Buenos Aires, era tornato in Italia proprio quell’anno con il proposito di dar vita ad un’agenzia di informazioni telegrafiche quotidiane tra l’Europa e l’Argentina, con l’intento di emanciparsi dalla Galveston e dall’Havas che seguono più che gl’interessi del vero, quelli della Francia e del gesuitismo.
La lettera che segue é di N. Boni di Fano; è stata scritta da Armstrong nel 1893.
Boni racconta ai genitori come le competenze tecniche di cui è in possesso (è ragioniere contabile) siano preziose per le attività imprenditoriali del luogo, dal momento che i titolari delle imprese (che chiama scarponi) sono incapaci di gestire queste ultime sotto il profilo commerciale. Anzi, Boni esorta il padre a vendere tutto quel poco che vi è ed impiantare egli stesso un’attività commerciale nella città argentina.

Armstrong, mayo 16, 1893
Carissimi genitori,
…ricco non sono, povero neppure; godo buonissima reputazione, vivo sempre in Case Commerciali e sono bastantemente pratico nel ramo di Commercio. Se per una combinazione io volessi sortire di una casa, senza ambizione, si chiude una porta e se ne apre 10, cosa che tutti non godono di questo privilegio…
Io sono in una casa di negocio di un certo Magnano Alfredo, Capitalista; è questa la 5° volta che torno sempre nella medesima casa, perché cinque volte mi fece saltare la mosca al naso e cinque volte lo piantato. Il medesimo però per ben cinque volte mi ritornò a ricercarmi offertandomi ogni volta migliori condizioni. A dire il vero tutti i negozianti di qui sono tutti riccacci sì, però tutti scarponi vale a dire sono tutti coloni che in tre o cuattro anni fanno fortuna, si mettono da una parte un 10 mila scudi e l’ambizione del colono è dopo mettersi nella via commerciale.
Senza raccontarvi frottole, qui su 100 case 99 sono negozi e tutti lavorano. Essendo come dissi il colono così ignorante abbisogna per cui forzosamente di un uomo come me per la tenuta dei libri e per i raporti commerciali con Buenos Aires – Rosario – Santa Fe; ed è per questo che godo molta stima perché sono conosciuto da tutti per un uomo istruito nel ramo di negoziazione, e honesto…io non saprei più adattarmi ai sistemi europei, essendo fino ad ora stato nell’abbondanza e nelle case di negozio.
Passiamo ad altre cose, con tutte le formalità. Essendo io qui moltissimo conosciuto, pratico nel ramo Commerciale, scrivo benissimo la lingua del paese, le garanto, caro pappà, che qui con 2000 scudi oro si potrebbe impiantare un negozio forte e fare giornalmente un diario di 50 o sesanta scudi; ora col mio padrone tengo una scrittura di socio industriale io e socio capitalista lui.
Allo spirare dei 10 mesi se vedo che mi conviene restare socio resto, se no mi faccio pagare mensuale.
Ritorniamo al discorso di prima: se Camillo con la sua signora o Lei medesimo, caro pappà, voleste venire qui, con poco capitale si fa molto.
S’impianterebbe di primo una casetta di negozio e a poco a poco si farebbe la fortuna come la fanno altri. In questi paesi, andando con mille pessi (ossia scudi) di questa moneta qui, che rapresenta 250 scudi, si ottiene tanta mercaderia per 2000 scudi, vale a dire metà al contado y metà a aspettare.
Mi sono spiegato abbastanza pappà; se loro volessero vendere tutto quel poco che vi è e venire qui in America con la vecchia esperienza che tengo nella via commerciale, sicuro parola uomo d’onore si farebbe in 3 anni una fortuna.

Anni addietro, l’autorità paterna era molto forte nei confronti delle ragazze, ricorda Teresa Carlini nel corso di un’intervista concessa cinque anni fa a Fernando M. Verstraete, che per concessione dell’autore si riporta di seguito. All’epoca aveva novantasette anni; era arrivata in Argentina diciassettenne, nel ’14.

“Dov’è nata, signora?
A Recanati.

Come era composta la sua famiglia?
C’erano i miei genitori, mio fratello e io.

Perché decideste di venire in Argentina?
Qui c’era gente del mio paese; un vicino di casa mandò a chiamare mio padre, gli disse di portare anche me, perché mi avrebbe fatto sposare suo figlio.

Lei accettò questa decisione?
Avevo diciassette anni, non ero mai uscita da casa, la mia opinione non contava nulla, contava solo quella di mio padre. Assieme a lui partii col vestito da sposa in valigia. Mia madre e mio fratello restarono a Recanati. Cercavamo un futuro migliore per tutti.

Come fu il viaggio?
Lungo e triste, con troppa gente attorno a me ed un mare che non finiva mai. Arrivammo a Buenos Aires, poi prendemmo un treno per Arequito. Qui ci aspettava il nostro amico ed il mio futuro sposo.

Si sposò subito?
Mi sposai dopo pochi giorni; andammo a vivere in campagna. Avevamo preso in affitto della terra, la casa non era comoda. Gli uomini lavoravano con l’aiuto di cavalli e buoi, io lavoravo in casa.

Le mancava la sua famiglia in Italia?
Sì, ero molto triste, era dura per me star lontano da mia madre. Poi mi mancava la mia casa di due piani con più comodità, ma così era stato deciso e dovevo accettarlo.

Tornò a riunirsi con la sua famiglia?
Per fortuna sì, dopo cinque anni ci raggiunse. In Europa la guerra era stata terribile e tutti volevano scappare da là.

Quando si stabilì ad Armstrong?
Dopo Arequito, vivemmo a Villa Eloisa e nel 1938 ci trasferimmo ad Armstrong, questa volta come proprietari di un terreno.

E’ mai tornata in Italia?
No, mai.

Le sarebbe piaciuto?
Moltissimo, ancora oggi con i miei novantasette anni partirei subito, ma non si può. Qui c’è la mia famiglia, un figlio e cinque femmine.

Emigrerebbe di nuovo oggi?
Quello che è stato, è stato, non possiamo cambiarlo, però è molto triste lasciare la terra dove sei nato e non tornare a vederla mai più”.

Paola Cecchini

Paola Cecchini

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