La medicina dei disastri al servizio dell’umanità

La medicina dei disastri al servizio dell’umanità

L’emergenza climatica con i suoi sconvolgimenti ambientali sta provocando uno sconcertante quanto preoccupante aumento dei disastri naturali. La rottura di quel delicato sistema su cui si poggiava l’equilibrio della natura di fatto è ormai saltato a causa dei comportamenti scellerati , irresponsabili e criminali di quanti usano e sfruttano il territorio a proprio piacimento ed a tutela ei propri interessi egoistici e  che non si sono peritati di  impedire che gas e sostanze velenose e fortemente inquinanti si propagassero nell’aria con tutte le ben note conseguenze sulla salute dell’uomo.

Se a questo aggiungiamo la irresponsabile lentezza con la quale le potenze e le superpotenze vanno attuando i rimedi più volte concordati per cercare di fermare, prima che sia troppo tardi, la progressiva distruzione della terra non c’è da stupirsi se assistiamo ad un aumento esponenziale dei disastri, che si verificano  talvolta inattesi, nelle loro più diverse quanto rovinose manifestazioni.

Nonostante la situazione sia veramente grave, se non addirittura tragica, registriamo quanto sia grande la nostra incoscienza nel momento in cui sui media  e sui  social non si da vita ad un tam tam continuo ed assordante per svegliare le coscienze e stimolare interventi rapidi e necessari per salvare il salvabile. C’è veramente da chiedersi: quale futuro vogliamo consegnare ai nostri figli ed ai nostri nipoti?. La “medicina dei disastri” è ancora sottovalutata, per la tutela del pianeta; della stessa e della sua importanza se ne parla poco, troppo poco e per formare medici esperti specializzati in medicina dei disastri si spendono solo poche risorse. Negli ultimi anni alcuni centri di ricerca stanno organizzando esercitazioni realistiche per insegnare al personale sanitario come rispondere ad alluvioni, terremoti, uragani, gravissime siccità, pandemie o incidenti su vasta scala, ma sono poche e sporadiche iniziative  a fronte di quelle che sono le  necessità a livello planetario.

Bellinzago Novarese è un piccolo comune a venti minuti da Novara, circondato da ampie distese pianeggianti e risaie, come tutta la zona. In una di queste distese, accanto a un centro sportivo, a fine maggio l’esercito italiano ha allestito un  ospedale da campo, con circa una dozzina di ambienti climatizzati e protetti, tra cui un laboratorio di analisi, uno di radiologia, una sala operatoria e un deposito di farmaci. Sono gli stessi ospedali che vengono installati in contesti assai diversi da Bellinzago, come per esempio l’Iraq (dove l’Italia partecipa a una missione militare) e fino a poco tempo fa l’Afghanistan. L’ospedale e l’area sono serviti per ambientare una delle simulazioni di intervento sanitario più grandi in Italia.

L’ha organizzata CRIMEDIM, un centro di ricerca dell’Università del Piemonte Orientale che fa formazione ed organizza Master di I° livello in  medicina dei disastri, specializzazione di cui si parla da circa quarant’anni ma che di fatto non viene insegnata nelle università né negli ospedali, e che solo di recente sta cominciando a ottenere più attenzione e riconoscimento.

L’esercitazione è, ovviamente, la parte pratica di un master in medicina dei disastri che l’università organizza assieme alla Vrije Universitet di Bruxelles. E’ un corso con un forte appeal ed interesse, a cui ogni anno partecipa personale sanitario proveniente da tutto il mondo (su 32 iscritti quest’anno c’erano solo 4 italiani) Durante la simulazione, che è stata molto realistica, i masterizzandi si sono dovuti confrontare con uno scenario di disastro di cui non sapevano nulla, un incidente stradale con più mezzi, tra cui un camion che trasportava profughi.

Un’esplosione, una guerra, o un’alluvione sono forse le prime cose a cui si pensa quando si parla di disastri. Tendiamo a pensare che un disastro, che sia naturale o causato dall’uomo, sia qualcosa che porta devastazione su una scala relativamente vasta, il cui presupposto è la violenza intensa e improvvisa, ma non è necessariamente così. Gli esperti di CRIMEDIM definiscono un disastro come un evento straordinario che provoca da una parte un aumento considerevole e repentino di pazienti da curare, e dall’altra una riduzione o un cambiamento forzato delle risorse con cui curarli.

È una definizione che allarga il campo e che può essere applicata a molti più contesti: la pandemia da coronavirus è un esempio perfetto in questo senso, e infatti ha avvicinato moltissime persone a concetti etici (“scegliere” chi curare per primi) che chi si occupa di medicina dei disastri conosce e insegna da tempo. «C’è un gap generalizzato nella formazione in medicina dei disastri», spiega Luca Ragazzoni, coordinatore scientifico di CRIMEDIM. Ragazzoni è anestesista ma non fa più il clinico e da anni si occupa di formazione e sviluppo di progetti, dopo aver avuto varie esperienze per esempio ad Haiti, quando ci fu il terremoto o in Sierra Leone per contribuire a organizzare la risposta all’epidemia di Ebola. «In Italia siamo gli unici come centro accademico che cerca di colmare questo gap, in Europa ce ne sono pochi e siamo tra i sette in tutto il mondo designati come centro collaborativo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ci occupiamo di disastri naturali ma anche di quelli causati dall’uomo, come il crollo di un ponte, un incidente aereo o il terrorismo» continua Ragazzoni. Il nostro compito è aumentare le competenze dei sistemi sanitari e la loro capacità di adattamento, formando sia il personale sanitario già esperto, sia gli specializzandi e gli studenti universitari». Il centro, inoltre, interviene anche in maniera più mirata: ad esempio con riferimento alla guerra in Ucraina  l’Italia ha  attivato il Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari.

La Regione Piemonte ha incaricato il CRIMEDIM di scrivere il piano a livello locale che sarà attuato acquistando equipaggiamenti come tende di decontaminazione e contatori Geiger Muller, ma anche di formare il personale per questo specifico rischio. Il punto è che il personale sanitario è abituato a lavorare in tempo di pace, ossia ordinario, dedicandosi a un paziente per volta. Nessuno insegna loro ad adattare le competenze a una situazione straordinaria, più complessa in cui il carico di pazienti aumenta tutto insieme.

Va preso atto che anche l’ambiente che li circonda può cambiare; lavorare in una tenda è una cosa molto diversa rispetto al lavoro in ospedale. E gli stessi ospedali cambiano durante un disastro, una parte può crollare, ci possono essere cali di tensione. Senza contare che bisogna istituire una catena di comando e controllo di tipo militare, a cui medici e infermieri non sono abituati. Un altro esempio è il cosiddetto “triage di maxi emergenza”, che è stato applicato nelle fasi più critiche della pandemia in Nord Italia.

Gestire l’accettazione dei pazienti durante un disastro non è una procedura standard che si insegna nelle università, comporta una serie di scelte etiche che variano a seconda delle risorse e del tempo a disposizione. Scelte che peraltro sono umanamente pesanti da prendere, ed è per questo che si consiglia di condividerle, di parlarne in gruppo anche per avere un parere tecnico a cui magari nessuno ci aveva in precedenza pensato.

Dato che le competenze che il personale sanitario deve avere durante un disastro possono variare moltissimo, la preparazione passa anche attraverso una valutazione del rischio, per scegliere su cosa prepararsi e quali specifiche competenze sviluppare. Ragazzoni, a tal proposito, fa l’esempio del novarese, che non è una zona di terremoti e quindi non ha senso che gli ospedali si attrezzino per rispondere a quel disastro; è però una zona ad alta concentrazione di industrie chimiche e a rischio di alluvioni, di conseguenza gli ospedali della zona devono concentrarsi su queste eventualità. Un altro elemento, di cui abbiamo fatto cenno, perlopiù nuovo per gli studenti – anche per i molti con tanta esperienza alle spalle – è la catena di comando e controllo.

Le persone in situazioni di stress reagiscono in modo diverso, a qualcuno può capitare di andare in tilt e immobilizzarsi. Soltanto in un confronto diretto con un disastro ci si rende conto di come si reagisce, bisogna imparare a capire le persone e in primis a capire  capire se stessi per sapere quale ruolo assumere all’interno della catena. È anche a questo che servono le esercitazioni, è un modo per prepararsi psicologicamente».

Le persone iscritte al master compongono un insieme molto eterogeneo, sono tendenzialmente adulte ed esperte e accomunate dalla volontà di migliorare la loro formazione sulla questione. Ciascuna è interessata alla medicina dei disastri per motivi diversi, ma tutti concordano sul fatto che si tratta di una materia assai importante che però non viene insegnata da nessuna parte e a nessun livello. Tra i partecipanti all’attuale Master in Medicina dei disastri incontriamo Cristina Castellano, un’anestesista rianimatrice pugliese che attualmente lavora in ospedale, ma ha avuto esperienza all’estero con Medici senza frontiere ed Emergency. «Nel mio ruolo mi sento un soldato, un ingranaggio» dice la Castellano, che invece vorrebbe assumere un ruolo dirigenziale all’interno di missioni in luoghi di disastri. «Dalla mia posizione non ho idea di come si prendono le decisioni, come si decidono le risorse.

Nessuno ti insegna queste cose». Le imparerà nel corso del master che segue con il massimo impegno ed interesse. Cristina Castellano con il suo coraggio e la sua forza d’animo non disgiunti da un caratteriale bisogno di conoscere e fare sempre nuove esperienze fa onore alla nostra Puglia ed all’Italia nel mondo.

Giacomo Marcario

Redazione

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