La chacra e la città

La chacra e la città

‘Chiarezza e dolcezza, oggi: la chacra da sola non avrebbe la forza di addolcire la pampa o di avvicinare il cielo alla terra, essa è troppo piccola e la pampa troppo grande; ma ci sono i paesi, ci sono le città, sono le oasi di questo deserto e qui i rumori confluiscono e si espandono sicuri, qui la vita trova i suoi accenti aperti, qui le creature umane si riconoscono e si sentono capaci di pensieri e segreti che nella pampa sterminata non sarebbero possibili.
Città e paesi civilissimi, dicevo: i pionieri vollero tutto e tutto dettero per averli; anche i più isolati, i più scontrosi. Ma non ci fu accordo preventivo: un giorno qualcuno tirò su una prima casa prossima ad una strada appena tracciata; qualcuno che andava laggiù sospinto da un desiderio di solitudine ma fors’anche di rapidi e facili guadagni; i poderi erano nati, le chacras già cominciavano a fumare, i nuovi coloni avrebbero avuto bisogno di tante piccole cose, la terra dava loro soltanto il grano e la carne.
Non un uomo di campi, un cittadino. Ma ivi giunto, il cittadino ebbe subito paura di quel silenzio gelato, di quelle sere che gli calavano addosso improvvise e scurissime: egli non affidava tutto sé stesso alla terra, non vi aderiva come il colono.
Così nacquero le città nella pampa: prima una casa, un emporio e poi una piazza grande, quanto più grande fosse possibile e con moltissimi alberi; infine una chiesa.
Il cittadino uccise così il silenzio e l’ombra; se non li avesse uccisi egli non avrebbe potuto vivere, resistere, durare. Città e paesi che l’altro, il colono, sulle prime non guardò con piacere, egli era geloso della sua vittoria solitaria, della sua conquista lenta ma certa, ed era avaro.
Ma la vita chiama la vita; i bisogni, finché si sa che non si possono soddisfare, si dominano ma quando basta allungare la mano ed eccoli accontentati e placati, persino i piaceri in quel momento non sono più piaceri e diventano bisogni anch’essi.
E tuttavia i due mondi si avvicinarono ma non si confusero: la città crebbe prestissimo e fu grande, bella, rumorosa; ma il contatto del colono con lei, anche se quotidiano, non fu spirituale, fu soltanto materiale: il cavallo o la macchina che lo portavano in città durante il giorno, di sera lo restituivano alla pampa. E nessun rimpianto per quello che aveva lasciato.
Contatto sempre rapido e sempre fisico: soltanto le donne recavano seco, dopo il viaggio e l’incontro con la città, una labile curiosità che peraltro il ritorno tra le cose care e familiari presto e facilmente smorzava.
Raro per questo, anche nei coloni già arricchiti, un addio definitivo alla campagna, alla chacra: qualcuno comperava magari una casa in città, ma per speculazione, non per abitarla. Come infatti avrebbero essi potuto, dopo tanti anni di pampa, adattarsi ai rumori della vita cittadina? E non solo ai rumori: dove c’è gente, subito e facilmente germogliano attriti, invidie, anche battaglie e il colono non è più fresco di forze e di spirito, gli ultimi venti anni della sua storia sono stati pieni di dramma; ogni giorno o quasi un ostacolo nuovo da vincere, un problema nuovo da risolvere. Pace, egli desidera la pace, ora, e la sua chacra gliela può dare, questa chacra che egli ha adattato così bene ai pensieri che insegue, alle necessità che la premono.
Una bella differenza da quando la costruì, con poco denaro e quasi solo con la volontà e col fiato. Chi diceva, chi pensava: Anche una capanna mi basterebbe, purché mi ripari e possa dormire dopo il lavoro, purché dal tetto io veda nascere la prima luce del giorno, purché ci sia un focolare a cui possa avvicinarmi quando tremo il freddo o sono inzuppato di pioggia.
Altro che capanna! Grandi camere ora e con mobili nuovi e moderni, comperati in città e vino in cantina, e la radio nella stanza da pranzo e il termosifone per i mesi invernali.
Pace, soltanto la pace; finché Dio gli darà vita e forza, finché Dio vorrà che i suoi occhi non si chiudano. Triste pensiero, perché si deve andar via, ma anche perché allora sì che bisognerà davvero lasciarla; il camposanto è lontano e proprio là dove il colono non ha mai voluto vivere, prossimo alla città chiassosa e popolosa. Ma tant’è, questa è la sorte di chi nasce e non c’è nulla da fare. E tuttavia attenti: il camposanto è lontano dalla chacra e dal campo che egli ha un giorno dissodato e reso fertile, ma anche dopo morto il colono vorrà esser solo: una chacra piccola, non più grande e di una stanza, ma che egli abbia un tetto, che egli abbia delle pareti intorno e vicino, che si senta separato dagli altri.
Queste le ultime volontà del colonizzatore eroico di questa terra sconfinata ed appunto perché sconfinata, paurosa. Ed i rimasti non gli hanno mai disobbedito: i camposanti della pampa non sono dei cimiteri di croci, sono come in Italia (specialmente settentrionale) dei villaggi dove ogni morto ha il suo tempietto, la sua chacra: diversi d’architettura e di colore, ma tutti ugualmente imponenti: camposanti con amplissimi recinti: la Pampa non è avara di spazio e qui non l’hanno neanche costretta…’

Tratteggiano molto bene le parole di Puccini l’amore che il colono ha nutrito per la sua terra e la sua chacra (fattoria), così faticosamente conquistate.
Chissà che sofferenza, che sradicamento, quando avrà dovuto per qualche motivo lasciarle!

Paola Cecchini

Paola Cecchini

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