La politica italiana è pronta per il dopo-Draghi?

La politica italiana è pronta per il dopo-Draghi?
Fonte immagine: Banca centrale europea/Flickr

di Donatello D’Andrea

Da mesi i giornali si pongono una domanda che mette in discussione l’intero futuro della politica italiana: siamo pronti per il dopo-Draghi?

Negli ultimi giorni, sempre sui giornali, è possibile leggere gli interventi di alcuni leader di partito che auspicano che l’ex BCE resti a Palazzo Chigi anche oltre il 2023. Ce ne sono alcuni che, addirittura, prefigurano coalizioni o “campi larghi” che si pongono questo obiettivo.

Quando l’attuale Presidente del Consiglio si insediò a Palazzo Chigi, i giornali salutarono la sua ascesa al governo con grande giubilo, associando il suo intervento a una mossa salvifica di Mattarella, il quale pose rimedio agli indicibili errori del governo Conte bis attraverso un’imposizione presidenziale di grande livello. Furono in pochi quelli che, attuando un’analisi più profonda di una parabola biblica, inchiodarono la politica italiana alle proprie responsabilità, sottolineando come ci sia voluto l’ennesimo intervento di un tecnico per attenuare le conseguenze della crisi di governo.

È una storia che l’Italia conosce bene. Dai governi tecnici come quelli di Monti e Dini agli esecutivi tecnico-politici come quello guidato da Ciampi. Quando il gioco si fa duro, il fermento politico è alle stelle e si deve parlare di riforme, la politica italiana – quella attuale in particolare – preferisce affidarsi ai tecnici.

Ora, in pieno periodo di PNRR e con soldi che arrivano in tranche da 25 miliardi di euro, è obbligatorio portare a casa delle riforme per continuare ad ottenere il denaro europeo. E la politica non vuole farle, o meglio, non vuole prendersene la responsabilità.

Poniamoci, però, un altro quesito. Cosa vuole fare Draghi? E soprattutto, cosa farebbero i partiti se lui si tirasse indietro?

D’altronde sono gli stessi giornali a riportare quotidianamente i suoi malumori e la sua insoddisfazione dovuta alla tragica complessità di una macchina burocratica zoppa e ingolfata. Chi garantisce a questi partiti che l’ex BCE si presterà ancora ai loro giochi politici?

Nessuno discute le qualità di Draghi, il quale, dal canto suo, sta cercando di destreggiarsi con estro in politica estera sfruttando il suo nome e soprattutto il fatto di non essere vincolato da nessun partito (essendo un tecnico).

Qui, però, il discorso è più ampio. Può la politica italiana delegare il suo dovere a un tecnico, coinvolgendolo addirittura in campagna elettorale, proseguendo la sua opera di de-responsabilizzazione? Come può una classe dirigente che si rifiuta di fare politica presentarsi davanti agli elettori per ottenerne il suffragio?

Ventilare la possibilità di “estendere” il mandato di Draghi dopo le prossime elezioni è l’ennesima prova di quanto la politica italiana stia faticando a superare la dipendenza dai tecnici, cioè da quelle persone incaricate di prendersi le responsabilità al posto loro.

Dunque, la domanda non è se l’Italia sia pronta per il dopo-Draghi bensì se la politica italiana sia pronta a fare a meno di Draghi, tornando a fare ciò che ci si aspetti che faccia, cioè – appunto – politica.

Redazione Radici

Donatello D'Andrea

Donatello D'Andrea

Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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