Il Convento dei Francescani di Lequile: oasi culturale, di pace e serenità

Il Convento dei Francescani di Lequile: oasi culturale, di pace e serenità

 

di Adele Quaranta

Lequile (quasi 9.000 ab.), ricadente nella provincia di Lecce, ha origini molto antiche, attestate dalla presenza di monumenti megalitici (menhir = pietra lunga), generalmente di età neolitica o del bronzo, costituiti da una grosso monolite lapideo di forma parallelepipeda (talvolta alta fino a 20 m), conficcato verticalmente nel terreno, isolato o disposto, insieme con altri, a formare allineamenti o circoli, con funzioni, ancora oggi, non del tutto chiare. S’ipotizza fossero cippi per scandire il passare del tempo e l’alternarsi delle stagioni, segnalare la presenza di uno stagno, di un villaggio, etc.

Il nome del centro abitato, richiama l’espressione ‘ad leucum’ (dove poteva esserci un lucus, cioè una  luminosa radura), o un locus (ovvero, un limpido specchio d’acqua). Sicuramente, le origini risalgono all’epoca romana, quando nella zona si stabilì Leculo (centurione assegnatario del territorio), il quale eresse una villa, da cui sorse poi un villaggio.

Il territorio lequilese ospita numerose dimore rurali (oggi, in larga parte, disabitate), tra cui masseria  Tramacere (nei pressi dell’aeroporto militare della confinante Galatina), dove è ubicato, secondo alcuni operatori culturali locali, il “pozzo più bello del mondo”.

Lequile è situato nella “Valle della Cupa” – dista dal capoluogo provinciale 5 km –, conca pianeggiante  caratterizzata da una grande depressione carsica, cui fanno da corollario una fitta rete poleografica, costituita da Campi, Squinzano, Trepuzzi, Novoli, Carmiano, Arnesano, Monteroni, San Pietro in Lama, San Cesario di Lecce, Cavallino, San Donato di Lecce, Lizzanello, Vernole e Surbo.

Cosimo De Giorgi – scienziato eclettico e poliedrico – definì la “Cupa” la “Tivoli dei Leccesi”, in quanto, da un lato, la facilità di emungere acqua dalla falda poco profonda ed il terreno molto fertile (in particolare, erano coltivati vite, alberi da frutto ed ortaggi) e, dall’altro, la vicinanza al capoluogo, la rendevano una meta ambita dagli aristocratici e proprietari terrieri, i quali si trasferivano stabilmente, oppure trascorrevano le vacanze estive, trattenendosi fino alla vendemmia. In quest’area, vennero costruiti, pertanto, ville, cascine, masserie fortificate con torri, colombaie, neviere, trulli, etc.

In questo comune, è ubicato anche il Convento dei Francescani, edificato, tra il 1613 e il 1619, da maestranze locali e, attualmente, di proprietà della pubblica amministrazione. Dalla portineria, un corridoio immette nel chiostro quadriportico, dotato di due cisterne adibite alla raccolta delle acque piovane, convogliate dal terrazzo. Quella situata nella parte centrale, è abbellita, alla base, da un caratteristico bugnato rinascimentale a squame in pietra leccese.

I corridoi, oltre alla presenza di alcune statue risalenti ai primi anni della struttura, sono decorati da dodici affreschi (realizzati tra il 1692 ed il 1695), importanti perché costituiscono uno dei primi tentativi salentini di rappresentare la Via Crucis – “Caduta di Gesù”, incontro con il Cireneo e la Veronica, “Gesù condotto davanti al Sommo Sacerdote Caifa”, la croce portata sulle spalle di Gesù prostrato a terra, “Gesù risorto dalla tomba” etc. – precedente al decreto del 1731 di Clemente XII, il quale fissò in quattordici le stazioni canoniche.

Il chiostro immette nel Refettorio, probabilmente l’unica testimonianza lignea salentina, se non addirittura pugliese, giunta integralmente fino a noi. È ornato con scene francescane, storie di santi dipinte a “mezzo fresco” e rappresentazioni floreali, acquarellate su pannelli di legno, che illustrano temi profani (riferiti ad ambienti rurali, marini e di caccia), alludono alle stagioni e richiamano modelli artistici tipici della pittura napoletana del XVIII secolo.

Originali risultano, non solo, i tavoli “fratini”, che poggiano su sostegni realizzati in pietra leccese, finemente lavorati e diffusi nelle mense conventuali medioevali (i frati, prima di ogni pasto, lavavano le mani in un contenitore lapideo, posto all’ingresso della sala), ma altresì il pavimento realizzato in ”cocciopesto”, dove è riportata la data, ancora leggibile, in cifre romane, dell’anno 1619, cui risale  l’ultimazione dell’edificio sacro.

Tipica dei refettori conventuali è anche la rappresentazione della “Cena del Signore”, realizzata sulla parete di fronte alla porta d’ingresso, dove, oltre agli apostoli, compaiono anche paggetti in abiti d’epoca, intenti a servire i commensali, etc.

Al primo piano, infine, in un ambiente affrescato con maestria e raffinatezza (le volte, in particolare, sono ornate con decorazioni floreali), è ubicata la biblioteca (intitolata a San Francesco), autentico gioiello, realizzato nel 1695 su richiesta del Padre Gregorio Cascione, divenuto, nel frattempo, Ministro Provinciale della Serafica Riforma in Puglia.

La struttura è inserita nel circuito delle “Biblioteche di Terra d’Otranto” e conserva un fondo antico costituito da 2.093 volumi, tra cui cinquecentine, seicentine e settecentine, stampate da vari tipografi veneziani, romani, napoletani, francesi, etc. Tra le principali opere custodite, viene annoverata anche  una biografia di San Giuseppe da Copertino, vissuto nel XVII secolo.

In una società fortemente globalizzazione come quella attuale, che allarga a dismisura la forbice tra ricchi e poveri, inquina ambienti ed ecosistemi sempre più a rischio a causa dell’asservimento della natura alle esigenze degli esseri umani, esaspera il consumismo puntando su moderne tecniche pubblicitarie sempre più sofisticate e diffonde l’uso di linguaggi e modi di esprimersi sempre più volgari e poco colti, l’atmosfera ospitale ed accogliente del Monastero dei Francescani di Lequile, alle porte di Lecce (città spesso caotica ed a volte invivibile), rispecchia tutti i canoni delle strutture conventuali, incastonati in un’oasi di tranquillità, bellezza ed armonia. Altresì, la struttura si pone nella logica della destagionalizzazione dei flussi turistici e nell’ottica dello sviluppo territoriale orientato alla fruizione dei centri di interesse storico-artistico ed in grado di sostenere anche le economie locali.

 

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Redazione Radici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adele Quaranta

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