La sezione sud-orientale del Messico

La sezione sud-orientale del Messico

di Adele Quaranta

 

Utilizzando la strada Panamericana (la Carretera) si raggiunge l’Alto Chiapas. L’antico massiccio, incastonato da strette valli delimitate da ripide pareti e solcato da fiumi diretti verso la costa che generano cascate lungo i versanti delle montagne, è ricoperto da foreste, costituite, grazie al clima caldo-umido e al vento marino presente tutto l’anno, da specie di querce sempreverdi, pini e abeti, nonché dall’albero chicle, utilizzato per l’estrazione del caucciù, da cui viene ricavata la gomma.

Il più antico insediamento spagnolo in questa parte sud-orientale del territorio messicano è rappresentato da SAN CRISTÒBAL DE LAS CASAS, nome derivato del vescovo fondatore (prima metà del XVI secolo) e protettore delle popolazioni indigene. La città, circondata da montagne – tra le più alte ricordiamo il Tzontehuitz (2.858 m) e il Hetepec (2.717 m) – ammantate di verde e di fiori, gode di un clima fresco e gradevole tutto l’anno ed è caratterizzata da case basse (con tetti protetti da tegole e finestre abbellite da inferriate con motivi floreali o geometrici) e numerose chiese, fra cui la più importante è quella dedicata a Santo Domingo.

Fu costruita nella metà del XVI secolo e presenta una facciata del XVII tra le più grandi, per superficie, del Messico, mentre all’interno racchiude molte sculture, altari in legno rivestiti di uno strato d’oro e il pulpito del XX secolo, originale per gli intagli artistici e il basamento ricavato da un solo blocco di legno. Davanti e intorno al luogo di culto echeggiano le voci del mercato, frequentato ogni giorno dagli indios, provenienti dalla montagna per esporre la loro merce, con vestiti diversamente colorati, a mo’ di “divisa”, allo scopo di consentire l’identificazione dell’appartenenza ad una tribù o ad un villaggio.

Il principale gruppo di lingua tzotzil vive a SAN JUAN CHAMULA (a 11 km a nord-ovest di San Cristòbal de Las Casas), conserva stili di vita, usi e costumi più radicati che altrove (per le peculiarità fisico-geografiche e storiche del territorio) ed è così geloso delle proprie tradizioni da non permettere di fotografare, o di riprendere, l’interno della chiesa parrocchiale (bianca con i profili verdi e adornata con fili di bandierine colorate) – pena il sequestro della macchina (allo scopo vigila una milizia locale, riconoscibile per il bastone di legno e un gilé di pelo bianco) –, in cui si celebrano riti cattolici parallelamente a quelli precristiani.  

Procedendo verso gli insediamenti politico-religiosi maya di Palenque e Uxmal, luogo ideale di sosta si è rivelato il PARCO NATURALE DI AGUA AZUL. Il nome deriva dal particolare colore delle acque (trasparenti e blu nella stagione secca, ma torbide in quella umida a causa dei detriti trasportati), che, scorrendo tra la lussureggiante vegetazione sulla roccia calcarea e dopo aver formato numerose rapide, spettacolari cascate (con dislivelli compresi fra 3 e 30 m) e bacini naturali balneabili, si riversano nel Rio Bascàn, tributario del Rio Tulijà.

Il periodo di maggiore splendore di PALENQUE va dal 600 al 700 d.C. Adagiata sulla conca alluvionale del Rio Usumacinta, è circondata da deboli rilievi (ricoperti da flora tropicale) e nota non solo per la raffinatezza artistico-architettonica (bassorilievi, geroglifici, calendari, pilastri decorati e stele con figure di sovrani, sacerdoti e divinità mascherate), ma altresì per la sistemazione degli spazi interni delle costruzioni e per la realizzazione di un “sistema chiuso” adatto ai paesaggi collinari.

Il complesso è formato, infatti, da una zona centrale cinta da diversi edifici, rappresentati dalle Piramidi del Tempio del Sole, della Croce e della Croce Fogliata e, in posizione marginale, dal Tempio delle Iscrizioni (si raggiunge con una scalinata composta da 69 gradini, pari agli anni del regno di Pakal, il più celebre re Maya vissuto nel VII sec., la cui tomba è ubicata in una cripta) e dal Palazzo (dimora della casta dominante), edificato su una gigantesca piattaforma trapezoidale.

Insolito è anche l’acquedotto sotterraneo – unico esemplare realizzato dai Maya –, che, prelevando le risorse idriche dal fiumiciattolo Otulum, ha permesso l’alimentazione di un bagno destinato alla purificazione rituale e l’attivazione di tre latrine.

Risalendo la penisola carsica dello Yucatán, i viaggiatori si sono addentrati negli ambienti caratterizzati sia dal clima tropicale caldo-umido, sia dai venti forti e dagli uragani provenienti dal Golfo del Messico e Mar dei Carabi, i quali raggiungono, a volte, la sezione meridionale del Messico, spesso con forza 5, la massima intensità.

In seguito a tali eventi, i turisti prendono d’assalto l’aeroporto, o sono ospitati nelle scuole, dormendo nei sacchi a pelo e consumando pasti frugali. Nel periodo in cui ho visitato il Paese, sono rimasta bloccata, insieme alla comitiva, a Campeche per due giorni, in un albergo oltretutto fronte mare, richiamando alla memoria le catastrofi prodotte da simili eventi in altre parti del mondo.

Placate le forze della natura, si sono potuti visitare i centri archeologici, tra cui il Tempio dell’Indovino (alto 35 mt e dalla insolita base ovale, anziché solitamente rettangolare) che emerge, in tutta la sua maestosità, a UXMAL (il nome vuol dire “costruita tre volte”), ripulito da foglie e rami degli alberi abbattuti dal forte vento, dagli operatori turistici locali intervenuti con tempismo. Ubicato su un’area pianeggiante occupata da una fitta boscaglia, è stato realizzato da una tribù immigrata nel VI secolo (epoca classica dei Maya), anche se non si esclude un insediamento precedente.

L’importanza della risorsa idrica viene attestata, oltre che dai fregi impressi sulla facciata della maestosa Piramide dell’Indovino e lungo la scalinata di accesso riccamente decorata, anche da quelli presenti sul cornicione centrale del Palazzo del Governatore e sui portali degli edifici (risalenti al 900-1000) riproducenti la divinità della pioggia Maya (Chaac), il quale con la sua ascia fulminante, colpisce le nuvole e produce tuoni e pioggia. 

Se il tempio è la struttura più imponente di Uxmal, il Quadrilatero delle Monache – denominato così dagli Spagnoli per la presenza di numerose “celle” disposte intorno ad un ampio atrio di 60 x 40 mt – è, senz’altro, il più elegante, per le decorazioni particolarmente ricercate e le maschere di Chaac (dio della pioggia). Attualmente, è adibito allo svolgimento di spettacolari rappresentazioni di luci e suoni di tamburi e di flauti.

È stata proprio la possibilità di reperire l’acqua a indurre le tribù dei Maya, emigrate dal sud, a fondare nel V secolo CHICHÉN ITZÀ (“vicino al pozzo degli Itzaes”, gruppo etnico Maya originario della regione di Péten nel nord del Guatemala e di alcune parti del Belize), dove sono ubicate sorgenti naturali (il più grande dei cenotes ha un diametro di 60 mt, profondità di 82 e pareti di 24), ritenute luoghi di sacrificio e di culto per il ritrovamento di scheletri e numerosi manufatti in ceramica, rame, giada, ossidiana. Intorno all’XI secolo ai Maya si sono uniti i Toltechi, i quali hanno apportato nuovi elementi stilistici nelle costruzioni, integrandoli o sovrapponendoli a quelle dei predecessori.

Rigorose leggi astronomiche sono state rispettate anche nella costruzione della piramide di Kukulkàn (El Castillo), al pari di quasi tutti gli edifici precolombiani. Il complesso si compone di 9 terrazze e 4 scalinate di accesso ai templi (simboleggiano, infatti, i 9 cieli e i 4 punti cardinali), che, complessivamente, hanno 364 gradini (ogni esemplare ne possiede 91) e rappresentano, con la piattaforma finale, i giorni dell’anno, mentre l’ingresso principale è dotato, ai lati, di due colonne serpentiformi (tipicamente tolteche).

Nell’equinozio primaverile e autunnale, dal calare del sole fino al tramonto, le ombre delle logge si stagliano sulla parete nord-occidentale della scalinata e proiettano una linea verso le teste del rettile, formando l’immagine di un unico grosso serpente che scende dalla cima per annunciare la fine della stagione delle piogge e l’inizio di quella delle semine.  

Intorno  all’edificio si trova il Tempio dei Guerrieri, il porticato delle Mille Colonne (ruderi di saloni o spazi ipostili), il Muro dei Teschi dove probabilmente venivano eseguiti i sacrifici umani e il Campo del gioco della palla. Quest’ultimo, lungo 170 mt e largo 50 – il più grande tra quelli visitati –, presenta due muri laterali alti 8 mt (adornati con bassorilievi che riproducono scene di gioco e di sacrificio) e, ad un’altezza di 7,5 mt, vari cerchi di pietra (abbelliti con motivi ornamentali serpentiformi) in cui i giocatori lanciavano la pelota.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE. Il viaggio messicano, dopo circa quattordici giorni, è terminato a Cancùn – rinomata località di villeggiatura (ricadente sulla fascia costiera nord-orientale dello Yucatán) per le magnifiche spiagge bianche, i palmeti, i banchi corallini e il clima sub-tropicale –, tra bagni nelle varie piscine degli alberghi (disposte a sbalzo in posizione decrescente verso il mare) e passeggiate lungo la battigia, alla ricerca di conchiglie, ciottoli e gusci di chiocciole deposte sulla riva dalle onde.

Il viaggio ha consentito a un gruppo di appassionati viaggiatori, di realizzare un’esperienza conoscitivo-culturale nella complessa sezione meridionale nordamericana e di entrare in contatto – attraverso siti archeologici e religiosi e un’ampia varietà di paesaggi e attività umane – con il “mondo” messicano, fino a scoprire gli elementi essenziali della mexicanidad, un modello di vita molto diverso da quello elaborato dalla cultura occidentale.

Adele Quaranta

Adele Quaranta

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