Quella nuova barbarie figlia della pandemia

Quella nuova barbarie figlia della pandemia

di Salvatore Tropea

C’eravamo forse illusi di sbagliarci perché la frequenza delle notizie non era quella che oggi dalle pagine dei giornali e dai canali social ci mette davanti agli occhi l’inquietante progressione di un imbarbarimento che va ben oltre la soglia ultima dell’aggressività verbale, assumendo le caratteristiche di una violenza contro la persona che rimanda all’homo homini lupus dell’Asinaria di Plauto o per venire più in qua nel tempo al filosofo britannico Thomas Hobbes per il quale la natura umana è dominata dall’istinto di sopravvivenza e di sopraffazione.
Non passa giorno senza che si legga di un delitto consumato ai danni di un singolo o di un gruppo nelle forme più efferate e insensate. Senza distinzione di paese o continente. E’ uno scatenamento di follia che non conosce latitudini: dalle Americhe, all’Europa, all’Asia e non si hanno notizie certe di quanto avviene in Africa. La campana ha lo stesso suono nella caotica prossemicità delle metropoli e nella solitudine dello sperduto borgo di montagna. Basta un nulla e si scatenano reazioni violente e incontrollate contro chi ha la sventura di trovarsi, come si dice, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che sia un estraneo o un parente, un figlio o una madre, poco importa. Così come poco sembra importare, nella maggior parte dei casi, la ragione del gesto, quella che neppure l’infelice autore del crimine riesce a spiegarsi e per questo decide di chiudere la sua esistenza col suicidio.
E’ inutile sottolineare che la chiave di lettura di questa deriva criminale porta, almeno da paio d’anni a questa parte, alla pandemia da Coronavirus e ai suoi effetti.

Lo spiegano ormai gli esperti, collegandola a diverse cause scatenanti non tutti e non sempre riconducibili all’insorgere di latenti disturbi mentali o alla preoccupazione di scivolare nella palude di una situazione di indigenza che può travolgere se stessi e i propri cari. C’è qualcosa di più e di inedito ed è quello stato di solitudine che, per comprensibili ragioni di difesa dal mostro epidemico, ha finito col creare degli steccati, dei luoghi chiusi entro i quali ognuno è costretto a muoversi rinunciando alla socialità dei rapporti. Una condizione che, per quanto tollerata dalla maggioranza delle persone, trova sempre più spesso i suoi anelli deboli.

“Un uomo solo è sempre in cattiva compagnia” sosteneva Paul Valéry e non aveva torto quando si pensi al deterioramento che la solitudine può provocare in quanti non hanno la possibilità di uscire da questa prigione, trovare uno spiraglio che li aiuti a sperare in un futuro a tinte meno fosche, superare il tragico momento che li precipita nell’abisso della distruzione e dell’autodistruzione. Ed è triste pensare che in questa gabbia finiscano molti figli dell’ultima generazione, ragazzi che sempre più frequentemente si lasciano coinvolgere dalla socialità malata del branco per fare quello che in una situazione normale si guarderebbero dal fare.

Insomma un passaggio che più stretto non si sarebbe potuto immaginare e che rivela amaramente quanto errata fosse la convinzione che all’inizio della pandemia aveva indotto tanti a pensare che il mostro ci avrebbe reso più buoni. Perché se ciò è stato vero per un periodo in cui si ignorava la durata della pandemia non lo è più da tempo. Una ragione di più per prendere consapevolezza della necessità di combatterla con ogni mezzo. Possibilmente non confondendo le indicazioni della scienza con la scellerata baldoria della piazza.© 9Colonne 

Redazione Radici

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