Gli italiani nella letteratura brasiliana

Gli italiani nella letteratura brasiliana

Di Paola Cecchini

Nella letteratura brasiliana la figura dell’emigrante italiano non corrisponde a cliché precisi, come invece avviene per il portoghese (bottegaio) e l’arabo (commerciante). Ma, come per quelli, la sua immagine è legata imprescindibilmente al lavoro.


L’italiano mostra una particolare capacità ad integrarsi nella nuova realtà: questo appare chiaramente in O cortiço di Aluisio de Azevedo (São Luíz do Maranhão,1857 – La Plata, Argentina, 1913) ambientato e pubblicato a Rio de Janeiro nel 1890.


Rumorosi, sporchi ed allegri, i nostri connazionali lavorano nelle fabbriche di pasta o nel commercio ambulante. Non sono i personaggi principali del romanzo né la loro presenza è essenziale per lo svolgimento dell’azione, tuttavia sono basilari per disegnare il ritratto del cortiço, e per mostrare la loro assimilazione al mondo urbano e proletario cittadino.


La loro integrazione si rivela in particolare quando molti di loro partecipano ad una rissa tra gli abitanti dell’edificio dove vivono e quelli di uno vicino a questo.


Si nota subito che non appaiono estranei, catapultati in. un pianeta ostile: sono ormai brasiliani a tutti gli effetti e molto più degli immigrati portoghesi che abitano anch’essi il caseggiato. Fanno parte di un proprio gruppo, questo sì, ma non sono isolati né in contrasto con gli altri. Si rivelano orgogliosi di essere abitanti di un nuovo mondo ed orgogliosi di sentirsi brasiliani.


ll loro carattere si rivela ancor più in A viagem maravilhosa (1929) di José Pereira da Graça Aranha (São Luis do Maranhão, 1868- Rio de Janeiro, 1931), magistrato, scrittore, fondatore dell’Accademia Brasiliana di Lettere nel 1897 ed uno dei pionieri della Semana de Arte Moderna. I cosiddetti ‘schiavi di pelle bianca’ mostrano di saper difendere i propri diritti, contare sulla compattezza del proprio gruppo e si distinguono – e lo faranno ancor più in futuro – per tenacia e laboriosità.

Ai carcamanos, appellativo dispregiativo con cui vengono chiamati, è dedicato Brás, Bexiga e Barra Funda (1927), raccolta di brevi racconti di Antônio de Alcântara Machado d’Oliveira (São Paulo, 25 maggio 1901 – Rio de Janeiro, 14 aprile 1935) pubblicata nel 1927. Uno dei tanti personaggi delle sue storie è il Cav. Uff. Salvatore Melli che vuole far sposare il proprio figlio Adriano a Teresa Rita, figlia del Consigliere José Bonifacio de Matos e Arruda, di nobile stirpe brasiliana, che si oppone al matrimonio.
Ma tanti anni sono passati dall’inizio dell’immigrazione italiana ed il Cav. Melli è diventato ricco a forza di vendere cipolle, baccalà portoghese ed olio di Lucca. Il suo nuovo status sarà il veicolo per ottenere il consenso al matrimonio, stipulando con il Consigliere una società in cui lui metterà i soldi e l’altro il terreno.


Nella novella Nacionalidade l’appartenenza alla nuova nazione è al centro del racconto. Tutti i personaggi di Alcântara Machado sono bravi lavoratori, amano la buona tavola, un buon bicchiere di vino ed hanno una moglie economa e silenziosa che però sa intervenire con autorevolezza nel momento giusto, impedendo al marito – nel caso specifico il barbiere Tranquillo Zampinetti- di sottoscrivere un prestito a favore dell’Italia in guerra, dato che ormai vivono in Brasile e quest’ultimo è diventato il loro paese d’adozione.


Secondo l’autore, gli italiani ricreano oltreoceano le abitudini d’origine ma hanno al contempo la capacità e l’elasticità di inserirsi nella nuova realtà sociale ed economica brasiliana. Saranno i loro figli- con un ruolo sociale più elevato di quello dei genitori, avendo avuto la possibilità di studiare – a diventare brasiliani nel vero senso della parola, come aveva preannunciato il Conte Francisco Matarazzo al Presidente brasiliano Washington Luís: Esta è a pátria dos nossos descendentes.


Sono italiani anche alcuni dei personaggi dell’opera di Érico Veríssimo (Cruz Alta, 1905- Porto Alegre, 1975) dal titolo ‘O tempo e o vento’, distinta in O continente (1949),
O retrato (1951), O arquipélago (1961), un’opera corale sulla storia dello Stato di Rio Grande do Sul. L’affermazione sociale degli italiani, al pari di quella degli altri immigrati, è lenta ma progressiva, e l’autore la identifica nell’ingresso al Clube
Comercial di maggior prestigio della comunità: se l’ingresso è appena tollerato per
Arrigo Cervi nel 1910, nel 1945 sarà proprio il figlio di un italiano analfabeta, tale

Morandini, a diventare presidente dell’associazione ed a decidere conseguentemente chi può o non può farne parte. Docente di letteratura brasiliana negli Stati Uniti, si contraddistinse per lo stile lineare ed il modo cinematografico di raccontare le storie. La sua tematica è considerata prettamente brasiliana, o più esattamente, gaucha.


E’ quasi impossibile distinguere gli italiani nei romanzi di Jorge Amado (Itabuna, 1912 – Salvador de Bahia, 2001): appaiono così integrati da non avere un carattere proprio. E’ possibile riconoscerli perché i loro nomi evidenziano la terra di provenienza ma sono ormai brasiliani, al pari degli oriundi tedeschi, portoghesi e dei mulatti che popolano i suoi romanzi. E’ altresì autore di Il paese del Carnevale (1931), Cacao e Sudore (1933), Jubiabá (1935), Mar Morto (1936), Capitani della spiaggia (1936), I padroni della terra (1944), I sotterranei della libertà (la storia delle lotte del partito comunista in Brasile) del 1952, Gabriela, garofano e cannella (1958), tanto per citarne alcuni.


Diversa situazione si vive leggendo i romanzi di sua moglie, Zélia Gattai (São Paulo, 1916 -Salvador de Bahia, 2008). Anarquistas, graças a Deus (1979) narra le vicende della propria famiglia, arrivata dall’Italia all’inizio del secolo scorso. Le storie narrate evidenziano una caratteristica dell’italiano in Brasile: la coscienza di classe, l’impegno politico e sindacale. Gli italiani in questo senso colmano una lacuna nel panorama politico-sindacale del paese che li ospita.


Il loro ruolo politico e sociale è anche al centro del romanzo Teresina e seus amigos (1996) dello scrittore Antônio Cândido de Mello e Souza (Rio de Janeiro, 1918- São Paulo, 2017), attraverso cui l’autore narra la storia della Sinistra in Brasile, dell’anarchismo, del giornale ‘Avanti!’, fondato da un italiano e scritto in italiano.


Diverso ed oltremodo interessante è il recente romanzo A cocanha (2000) di José Clemente Pozenato (São Francisco de Paula, 1938) che racconta le traversie e le difficoltà delle famiglie italiane giunte nel Paese, ponendo l’accento sulle difficoltà di adattamento alla nuova realtà (alcolismo e suicidi).


In Os admiráveis italianos de Poços de Caldas (1989), Mário Seguso (un veneto di
Murano emigrato nel 1984 nella cittadina brasiliana sopra citata (Minas Gerais) dove ha aperto una vetreria) racconta la storia dei connazionali nell’importante centro del

caffè e dimora finale anche di Teresina del romanzo di Antônio Cândido, mentre O anarquismo experimental de Giovanni Rossi (de Poggio al Mare à Colônia Cecília) di Cândido de Mello Neto (Ponta Grossa 1933-2000) pubblicato nel 1989 ci fa partecipi delle vicende degli anarchici italiani stabilitisi nel Paraná per fondare la colonia Cecilia, tra il 1890 e il 1894.
Della stessa colonia ci parla anche Zélia Gattai in Città di Roma (2000), ricordando la partenza dei suoi nonni da Genova, assieme a centocinquanta compagni.

Paola Cecchini

Redazione Radici

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