La Dimensione Mitica

La Dimensione Mitica


di Rossella Cerniglia

 Il mito di Teseo   

Già nella cultura della Grecia arcaica il mito rivestiva una importante funzione, dava spiegazione di particolari fenomeni o aspetti della natura, esplorandone le peculiarità, ed esprimeva la volontà di conoscere e spiegare il mondo con un linguaggio che certo si differenzierà da quello prettamente filosofico - non ancora giunto a maturazione – mescolando nella visione pensiero e immaginazione.                         
 Dopo un periodo di tradizione orale, molti miti trovarono una formulazione assai ricca e accurata nelle opere di Omero - Iliade e Odissea - e nella Teogonia e ne Le Opere e i giorni di Esiodo, una formulazione che la storia e la prassi letteraria resero, in seguito, canonica. Da tali opere presero spunto poi i tanti rifacimenti  e le numerose rivisitazioni che si perpetuano fino ai nostri giorni.
 Il motivo di un così vivo e sempre attuale interesse, risiede probabilmente nel fatto che essi incarnano universali verità nelle loro primigenie formulazioni, venendo a rappresentare l'archetipo di uno sviluppo successivo, filogenetica acquisizione in una sorta di dna dell'anima, distillazione di un sentire il mondo nelle sue originarie radici.

Il mito racchiude, infatti, una sapienza antica e una visione germinale del mondo. Adombra significati storici, religiosi, morali, visita le segrete profondità dell’animo nel tentativo di spiegazione dei suoi fenomeni, antropomorfizza l’essenza di vizi, virtù, passioni, facendone divinità
fondatrici, sacralizza quanto pertiene alla sfera umana: leggi, ordine, giustizia, gerarchie, guerra e pace divengono istituti del divino. La presenza numinosa si estende a tutta la realtà nei suoi aspetti multiformi per l’enigma che da essa affiora. Ed è stupefacente come una tale pregnanza di senso si condensi e trovi suggello nella veste leggiadra di una favola, sacra icona di un ancestrale passato che profonde radici ha piantato nella nostra anima.
Il mito di Teseo, cui farò riferimento, è esemplare sotto molti riguardi. Ed esso, perciò, basterà a rappresentare anche gli altri nelle loro caratteristiche essenziali.
Tale mito, che narra l’uccisione di un mostro – il Minotauro – da parte dell’eroe ateniese Teseo, per la liberazione di vittime sacrificali offerte ad esso in qualità di tributo dovuto dagli ateniesi, è innanzi tutto una sintesi immaginifica del processo attraverso cui gli ateniesi sbaragliarono la talassocrazia cretese, liberandosi di un lungo vassallaggio che gli permise di far proprio, in seguito, il controllo dell’Egeo e poi di tutto il Mediterraneo.
Ma esso sta anche ad attestare – come talora avviene nei miti “eroici”- la sacralizzazione del potere monarchico, come era appunto nell’uso della Grecia arcaica, ancora ispirata alle forme ierocratiche degli imperi sumerici e mesopotamici.
Inoltre, la sconfitta del Minotauro, il cui nome riecheggia, per l’identica radice, quello del Minosse, fa pensare che, nella personificazione del Minotauro, si volesse proprio indicare il sovrano cretese, e che l’idea di un tributo umano destinato a riti antropofagi fosse tutt’altro che peregrina.
Infatti, la figura del sovrano cretese – il Minosse – doveva, con probabilità, essere associata a quella del toro, visto il grande culto di cui questo era fatto oggetto nell’isola. Nella figura del sovrano si incarnavano, verosimilmente, aspetti della forza e della possanza taurina, e il cannibalismo era forse parte di un rituale in cui il Minosse stesso veniva celebrato attraverso il simbolismo del toro.
In epoca cristiana, e soprattutto nel pensiero teologico medievale, il mito di Teseo venne a rappresentare la sottomissione dell’istinto – parte “bassa” delle facoltà umane e fonte di colpa e di peccato (Minotauro) – alla ragione, incarnata nell’eroe vittorioso.
Tale interpretazione emerge con forza nei versi danteschi della Commedia – improntati all’Etica Nicomachea e alla teologia tomista- dove il peccato di coloro che perseguirono nelle loro scelte la bestialità dell’istinto, ignorando la ragione, e che operarono accecati dalla loro ferinità, trova espressione nelle molteplici figure di peccatori e nella corposa rappresentazione delle pene – commisurate, per contrappasso, alla specifica colpa – cui viene a contrapporsi l’agire misurato e sereno di quanti scelgono come guida la ragione – e tra questi, in primo luogo, Virgilio, guida di Dante nelle due prime cantiche della Commedia.
In tempi a noi più vicini, è stata la Psicologia a prendere spunto dai miti e a fornirne nuove affascinanti interpretazioni, in considerazione soprattutto del fatto che l’inconscio mantiene la stessa capacità di simbolizzazione che un tempo rese possibile la nascita del mito.
Per quel che concerne l’avventura di Teseo, a divenire centrale, in questo nuovo orizzonte interpretativo, è stata la simbologia del Labirinto che starebbe genericamente a rappresentare il percorso dell’uomo nella sua ricerca di verità, e pertanto la vita stessa piena di travagli e pericoli da superare.
Più precisamente l’avventura del Labirinto avrebbe il significato di una morte – che avviene in noi stessi – e di una rigenerazione o rinascita. Qui, l’esperienza del Dante della Commedia, della sua discesa negli abissi del se stesso e del male – cioè in quella parte mostruosa, o secondo altra ottica peccaminosa – che è in ognuno di noi, e che noi rifiutiamo, si fa più viva e pregnante.
In essa, la dimensione simbolica del Labirinto – il cui significato, oltre a una possibile derivazione dalla parola labrys, ascia bipenne e simbolo del potere sovrano, presente nel palazzo di Cnosso, è anche quello di caverna, grotta – diviene preponderante e ci conduce all’interno di un viaggio negli inferi, in quel mondo ctonio che vive all’interno di noi, e che dopo il superamento della prova – una vittoria su noi stessi e sul male che ci soggioga- ci permette finalmente di riemergere a nuova vita e di riaffermare noi stessi.
Ma, a mio avviso, nel mito di Teseo si può anche – e forse soprattutto – ravvisare il senso di un altro più cruciale passaggio, di tipo epocale nella storia della civiltà, dove una linea di demarcazione viene a costituirsi nel momento in cui una visione primordiale della vita, legata al prevalere dell’animalità e al soddisfacimento di bisogni primari declina, e una coscienza nuova si inaugura, dovuta all’allargamento degli orizzonti umani, e non più soggetta ai vincoli esclusivi della materialità. Si tratta della conquista di uno scenario più ampio in cui facoltà nuove emergono e vengono a costituirsi, e con esse la consapevolezza del possesso di quello strumento che diverrà per eccellenza umano, cioè l’intelletto, quella capacità esclusiva di partorire realtà e di creare mondi di pensiero in continuo divenire. Siamo agli albori di una nuova era, agli albori della riflessione, a un passo dal cammino di quel pensiero che si farà interprete del mondo e che sempre tenderà a compendiare la dispersività del molteplice reale nella globalità di una visione.

Redazione Radici

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