La filosofia di “petrichor”

La filosofia di “petrichor”
                                 
                                   Di Apostolos Apostolou 

La parola greca “perichor” (περιχώρ) si riferisce al piacevole odore di terra che si produce quando la pioggia cade sul terreno, soprattutto dopo un lungo periodo di siccità. Proviene dalla parola “pietra” e dal termine “Ichor”, che era il liquido dorato che era il sangue degli dei. Nella parola di “petrichor” esiste una filosofia della vita, un pensiero che esamina la conoscenza che ci perviene dai sensi.


La filosofia di “petrichor” non ha niente con l’idealismo tedesco quello che dice Kant «Tu puoi perché devi» o con quello che dice “Tu devi perché puoi” non vede le cose come «distanza in sé» quello che dice la fenomenologia. Non è il non-detto del postmoderno che aiuta a rippropriarsi della propria identità.
E’ fuori dal pan-determinismo del terapeuta che favorisce il fatalismo della psiconevrosi ossessiva con quele incredibili attitidini che sono assolutamente superate, per via del deterioramento dei valori irreali della nostra epoca, e fuori da una pscicoterapia che si nutre dall’incertezza umana, la mancanza di sicurezza e la predisposizione a sottomettersi ed i modelli di schematizzazione artificiale dei post freudiani, esamina la personalità così come appare nell’epoca post-moderna tra il processo avanzato della relative destrutturazione della società e la destrutturazione o minore strutturazione della personalità.

E non sottolinea questo che bisogna completare il famoso “Dov’era Es, deve diventare Io” di Freud con “dove sono io bisogna che emerge Es”.
Che cosa è? E’ il sogno nella voce che dice: che non è la vita una preparazione. E’ la filosofia che tieni con forza la speranza per tenere il tempo. Anche è la filosofia che crede: che la storia deve rimanere prigioniera del nulla è condannata a servire il nulla, perché la vita si vedica della vita, ma anche perché la vita si trasforma automaticamente in requisitoria. La filosofia di “petrichor” dice che nessuna domanda non può avere un risposta perché è un interminabile processo di devastazione processo di devastazione e ricostruzione.
La nuova immagine del mondo porta il segno di una verità e di una conoscenza intuitiva superiori alla ragione.

Cosi dobbiamo superare la filosofia tipica, accademica, che nasce il “vuoto ontologico”, uno scetticismo metafisico – cosmico senza finestre. La tipica filosofica ha uno sguardo deluso e il movimento della tipica filosofica, è centripeto e, di conseguenza riducibile, destinato ad esaurirsi appena ha raggiunto il suo scopo, vale a dire il punto di arrivo.
Per superare la forma tipica morta della filsosofia, dovremmo riaprire lo spazio – tempo della poeticità e queta è il sinificante della filosofia di “petriochor”. Organizzare, se possibile un pensiero interrogativo che non sia nè positivo, cioè logico, nè scientifico, cioè funzionalità, nè psicanalitico ossia narrativa e teoria delle proiezioni, nè micro-construzioni sociologiche ossia ideologie prosaiche. Distinguere l’apertura futura, non detta e non pensata dell’uomo, capire che la nostra epoca non ci appartiene, come una proprietà nostra, ma invece che siamo noi che apparteniamo ad essa come se fossimo suoi figli, in un’apertura culturale e poetica in una produttività sociale e divergente. Per questo dobbiamo essere aperti al fascino del tutto-nulla, provando sia il tutto che il nulla. Il gioco del mondo si fa da quando il mondo è mondo e fino alla fine del mondo con questo disperante ritardo che è l’eredità delle redenzioni.

La questione che si pone è come rispondere simultaneamente alla corrente sotterranea che si muove all’ombra nello spazio-tempo e all’orizzonte degli orizzonti lontani che ci procura le sue luci. Qui si trova la filosofia di “petrichor”.


Apostolos Apostolou. Scrittore di filosofia e Docente di filosofia, corrispondente Progetto Radici Atene Grecia

Daniela Piesco

Daniela Piesco

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