Armstrong: il diario di Mariano Francesconi

Armstrong: il diario di Mariano Francesconi

Viaggiare in cerca di nuovi orizzonti:questo era il sogno di Mariano Francesconi, nato a Monteporzio, nel pesarese, il 22 ottobre 1886.
Mariano ha raccontato la sua storia in un diario inedito, rinvenuto ad Armstrong dopo la sua morte. Leggiamone alcune pagine insieme:

In quell’estate ardente, una brezza soave correva per le colline allungate, ricamate dagli ulivi del luogo. La calma regnava in quei posti poco frequentati dallo sguardo umano. Seduto per terra sopra alcuni tronchi, io canticchiavo vedendo come gli animali belavano di tanto in tanto, e nell’aria si ascoltavano le campane della minuscola chiesa del paese.
Di ritorno a casa maturavo l’idea nata in me da diverso tempo: viaggiare in cerca di nuovi orizzonti. Così trascorsi molti giorni della mia vita con poche variazioni, quasi con astio.
Ciò che avevo tanto sognato infine avvenne. Il giorno della partenza arrivò senza che quasi me ne rendessi conto, con una rara miscela di malinconia e tristezza al lasciare i miei genitori che mi davano gli ultimi consigli prima di imbarcarmi per l’America. Sì, l’America, di cui mi avevano parlato come della terra promessa, l’America che a fine secolo XV fu scoperta da Colombo con l’aiuto del re di Spagna, continente del quale avevo molte referenze.
Più precisamente il luogo di destinazione era l’Argentina […] Come un suono di tromba, iniziò a suonare con insistenza la sirena della nave.
La nave pian piano si allontanò dal molo. Le figure dei miei che agitavano i fazzoletti si facevano sempre più piccole.
La nostalgia cominciò a impossessarmi di me. Mi domandavo se sarei tornato a vedere il mio paese, i genitori, i fratelli. Mi invase un sentimento strano, tra felice e triste. Ma mi ripresi perché mi aspettavano molti giorni di navigazione.
L’ambiente era tranquillo, il mare sempre azzurro, sotto l’azzurro del cielo. Non c’erano molte distrazioni: le onde, il mare, i pesci, il sole e le stelle…
Mi annoiavo tanto che cominciai a conversare con due passeggeri ai quali raccontai la mia avventura.

Cominciò col presentarsi:

Mi chiamo Mariano Francesconi, ho 22 anni, sono nato il 22 ottobre 1886, sono di Monteporzio, provincia di Pesaro. I miei genitori sono Colomba Vegliò e Francesco Francesconi.
La mia vita fu tutta un’avventura.
Quando avevo 18 anni, andai negli Stati Uniti; volevo raggranellare del denaro perché desideravo avere un pezzo di terra mio e per questo intrapresi il viaggio. Mi fermai là due anni, il tempo necessario. Quando ebbi sufficiente denaro, lo inviai a mio padre perché comprasse la terra e mi fermai un altro po’ di tempo, fino a quando decisi di rientrare.
Lavorai duramente, giorno e notte, tutti i mesi dell’anno.
Nell’epoca del mais, dovevo prima tagliare i fiori e darli da mangiare agli animali che vivevano nella parte bassa della casa. Ne avevamo tanti: vacche, oche, colombe, tutte utilizzati per il consumo familiare.
Quando arrivava il grano, lo mettevamo insieme e lo portavamo al mulino di Oriano che ce lo pagava con la farina già elaborata. Raccoglievamo le olive e le vendevamo alla oliera più vicina. Così lavorando alacremente potei risparmiare denaro per realizzare questo viaggio.
Poco a poco ci raccontammo le nostre vite, mentre giocavamo a carte per trascorrere più velocemente il tempo. Il capitano ci annunciò che il giorno seguente avremmo toccato le coste africane per rifornirci di mercanzie…

L’impatto con la costa africana lo riempì di dubbi:

Quando vidi il porto e le persone, molto differenti da noi, mi emozionai molto.
Mi sorpresi vedendo la quantità di palme da cocco pendenti di frutti, e quell’universo di uomini di colore, carni magre con indumenti precari.
A veder questo, mi sorse un dubbio terribile: l’Argentina sarà così? Non avevo molte informazioni ma le referenze erano favorevoli. Si parlava di un territorio esteso, molto più grande dell’Italia, con fiumi, una gran catena montuosa, ricchezze nascoste nel suolo e una gran varietà di clima che serviva per qualsiasi coltivazione.
I commenti dicevano che era un paese cosmopolita e con una forte immigrazione.
Non credevo che l’Argentina fosse simile a quello che avevo visto.

Il viaggio diventò molto noioso:

Passarono quasi 3 settimane e il paesaggio era sempre lo stesso: mare e cielo. L’ansia e la malinconia si impossessarono di me. Iniziai a contare i giorni che passavano, come un condannato conta i giorni che mancano per uscire di prigione. La sensazione che avevo era quella di un animale in gabbia.

I ricordi lo colsero di sorpresa:

Vidi una sera mia madre seduta nel telaio, lo faceva quando terminava i lavori di casa. Stava preparando una tela. Era un lavoro minuzioso. Metteva a seccare la pianta del lino. Quando era ben secca, toglieva con attenzione le fibre della pianta, poi le torceva a una a una fino a formare un filo da utilizzare per la tessitura, li univa per formare un gomitolo, poi finalmente lo tesseva. Quando la tela era terminata, la portava sulla riva del mare Adriatico, la metteva sopra una roccia, sotto il sole forte e così acqua e sole la sbiancavano. Quella tela era utilizzata per fare biancheria da letto, tovaglie, tovaglioli e anche biancheria intima.
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La nave arrivò infine a Buenos Aires:

Una grande emozione si impossessò di me, stavo raggiungendo gran parte dei miei obiettivi. Dopo quasi una settimana …cominciai a cercare lavoro. Alcune persone gentili mi dissero che all’interno del paese cercavano gente. Presi il mio baule con i pochi ricordi e mi diressi verso la stazione del treno. Con molta difficoltà riuscii a farmi intendere e arrivai a capire che il prossimo treno sarebbe partito dopo due ore.

L’avventura iniziò a Rosario:

Dopo tre giorni di viaggio arrivai a Rosario: stetti lì un po’ di tempo, mi feci degli amici che mi raccomandarono la famiglia Palmieri che viveva lontano da lì.. Avevo bisogno di lavorare, non ebbi dubbi e partii. A me interessava il lavoro, non mi importava la distanza.
Era un piccolo paese chiamato Arteaga, con una mescolanza di lingue differenti ma lo spagnolo e l’italiano predominavano. La famiglia Palmieri era buona, gente brava, mi insegnarono la lingua, i costumi, il lavoro.

Il desiderio di nuove esperienze fu più forte di tutto:

Dopo un po’ andai in cerca di nuove avventure e cominciai a lavorare con la famiglia Fregola con la quale fu completamente diverso, perché era una famiglia con due figli maschi dei quali diventai subito amico, avevamo quasi la stessa età. Uscivamo insieme, andavamo dovunque, ci riunivamo a raccontare storie e a giocare a carte. Passò un anno e mezzo, ero come uno di famiglia.
Poi seppi la notizia che uno di loro si sarebbe sposato, era una notizia straordinaria, poiché fino a quel tempo non avevo ricevuto notizie dalla mia famiglia. Il giorno del matrimonio mi alzai presto, il mio compito era quello di preparare i cavalli per la carrozza.
Il sole primaverile brillava furioso. Eravamo nervosi e in un momento di disattenzione, il cavallo mi tirò un calcio e la punta del ferro dello zoccolo mi entrò in un occhio.

Sembrava nulla, ma non fu così:

Mi portarono d’urgenza in ospedale a Rosario, dove si trovavano medici più capaci e informati. Ma a dispetto dello sforzo del personale medico, non potei salvare il mio occhio e lo persi per sempre.
Dovetti stare un mese ricoverato e iniziai a abituarmi a vedere con un occhio solo.
In quel tempo mi feci buoni amici tra i medici, gli infermieri, gli specialisti. Uscendo, decisi di aspettare un po’ di tempo e far ritorno in Italia e da lì tornare verso gli Stati Uniti. Quel paese aveva buona gente, terre, lavoro, però le ricompense del lavoro non erano come quelle degli Stati Uniti. Lì erano più avanzati, avevano macchine, industrie e si poteva risparmiare molto in poco tempo. Mentre qui si doveva lavorare molto e risparmiare poco.

Mariano non ci pensò due volte:

Una settimana più tardi partivo per l’Italia con sentimenti strani: avevo vissuto cose belle e brutte. Il mio arrivo fu una sorpresa per tutti. Ero partito con così tante illusioni e progetti! Quello che più mi faceva male era che loro pensavano che non sarei più tornato. Ora tornavo, non potevo dir loro nulla, mi sentivo male.
Dopo l’arrivo mi presi alcuni giorni per ispezionare la zona. In quella passeggiata vidi una casa nuova nel luogo: era molto bella e, secondo un amico che stava con me, lì viveva una famiglia con due figli maschi e due femmine. La casa aveva un giardino enorme e molti fiori. Mi fermai un po’ a guardarlo e quando cominciai a camminare mi imbattei in una bella ragazza. Aveva bellissimi occhi color caramella e nel vedermi corse verso casa.
Quella sera tornai a casa stanco per il tanto camminare e mi sedetti nello stesso luogo dove anni prima avevo deciso di viaggiare in America.

Decise infine di partire per gli Stati Uniti dove lo attendeva una sgradevole sorpresa:

All’arrivo andai a presentare la documentazione richiesta e lì osservarono che mi mancava un occhio.
Dopo avermi fatto aspettare, mi comunicarono che non potevo lavorare in quel paese. Sbalordito, comunicai loro che ero già stato a lavorare lì e domandai: perché? Mi dissero che non solo non potevo lavorare lì, ma neppure restare nel paese perché ero un invalido. Cercavo di spiegar loro il mio incidente e dimostrar che nonostante quello, potevo lavorare perfettamente. Non ascoltarono ragioni.
Senza poter sopportate tanta umiliazione, dovetti tornare. Era tale la vergogna, pensavo ai miei genitori, al sapere di avere un figlio rifiutato da un paese. Odiavo tutto il passato, i miei viaggi, il mio incidente, il rifiuto, tutto.

Il tempo curò pian piano le sue ferite:

Poco a poco uscii da quel pozzo nero e scuro nel quale ero caduto. Ricevevo costantemente appoggio dagli amici medici che mi raccontavano la situazione del paese. Prima mi avevano informato di una rivoluzione da parte dei radicali che a Bahía Blanca, Rosario e Mendoza dominavano la situazione e a Córdoba presero il governo. Risultava che l’ordine, il rendere omaggio dell’esercito al potere civile, la disciplina militare, tutto quello che le dava superiorità sopra il resto dell’America latina era solo un’apparenza; la realtà era militari in sommossa, giunte rivoluzionarie, morti e feriti, disordini e confusione, a soli quattro mesi dalla nomina di Quintana come presidente. Qualcosa nel paese funzionava male dato che dalla maggior tranquillità era sorto quel fulmine. In piena prosperità cresceva un paese giusto e rispettabile…

Proseguendo la lettura, sappiamo che Mariano si sposò con la ragazza con la quale si era imbattuto di fronte a casa. Si chiamava Anna Landini, aveva sedici anni, ed era nata a Mondavio. I suoi genitori, Antonio e Annunziata Cavastinelli appoggiarono incondizionatamente il loro amore. Anna convinse Mariano a tornare in Argentina che, incidente a parte, era il paese dove meglio lo avevano trattato.
Tre giorni dopo il matrimonio, partirono verso la nuova vita. Si istallarono nel terreno di alcuni medici conosciuti durante l’incidente, ad Armstrong.
Mariano lavorò all’inizio come bracciante ed Anna, quando poteva, lo aiutava lavorando nelle case vicine. Il sogno di Mariano era quello di avere una famiglia numerosa: nell’anno di arrivo nacque Dante, seguito da Luisa, Ada, Hilde, Mario.
La casa dove vivevano si faceva sempre più piccola, così si trasferirono. Lavorarono come affittuari nella proprietà dei Corsetti dove nacquero gli altri figli: Victor, Josefa, Osvaldo e Dario.
Durante quel periodo, risparmiarono molto, così poterono comprare cento ettari di terreno dove costruirono una casa di fango col tetto di zinco.
Dal diario sappiamo altresì che Mariano e Anna erano molto esigenti e severi per quanto riguardava il lavoro, il rispetto e l’educazione dei figli. E siccome volevano che questi ultimi potessero studiare, oltre ad allevare gli animali, costruirono una piccola scuola assieme ad altri vicini.
Il tempo passava e la vita diede loro diverse prove da superare, tra cui la perdita del raccolto di un anno per siccità e l’invasione di cavallette. Poco a poco costruirono una casa bella e, a mano a mano che i figli si sposavano, cominciarono a pensare di tornare in Italia. Quando era tutto già deciso, furono costretti a restare perché un nipote, Miguel Ángel, si ammalò. Aveva nove mesi ed una malattia molto grave. Risolto questo problema, si ammalò sua madre, Hilde. Risolsero pure questo problema ma, diventati ormai vecchi, passò loro la voglia di viaggiare e non ci pensarono più.
Mariano morì nel febbraio 1957, la moglie lo seguì poco dopo.

Paola Cecchini

Paola Cecchini

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