L’araldica emblema del Sapere della nobiltà

L’araldica emblema del Sapere della nobiltà
Storia di dinastie, arte, mistero e potere, racchiusi nel simbolo.
A cura del Critico d’arte Melinda Miceli
Il termine araldica, originario dal greco ἀσπίς (aspís) arma o scudo, da cui il sinonimo aspilogia, indica quella nobile scienza, ausiliaria della storia, che studia i blasoni. È un settore del Sapere che attraverso lo studio e la creazione di elementi grafici, ovvero gli stemmi, ha lo scopo di individuare, riconoscere, e catalogare le stirpi aristocrastiche, un singolo individuo, un’istituzione e persino determinare la committenza di un’opera d’arte.
Aspilogia sinonimo di araldica, significa studio delle armi o araldica. Il termine fu coniato da Sir Henry Spelman 1564 come titolo per il suo trattato, scritto in latino, sugli stemmi. Il Dictionary of National Biography e il Revised Medieval Latin Word List segnalano il primo comparire della parola al 1595 circa, forse poco prima. Sir Anthony Wagner nel suo Catalogue of Medieval Arms del 1950 sostiene, su basi etimologiche, che la forma migliore sarebbe stata “Aspidologia” ma volle mantenere, in rispetto alla tradizione, il neologismo dello Spelman.
La nascita dell’Araldica coincide con la comparsa dei tornei cavallereschi (sec. 11°-17°) e con la figura dell’araldo che li presiedeva. Durante le sfilate e i cortei che precedevano la sfida, l’araldo d’armi aveva la funzione di identificare il cavaliere di turno, reso irriconoscibile dall’armatura ed occultato persino in viso dalla visiera, esclusivamente dall’insegna dipinta sullo scudo e ricamata sulla sopravveste e sulla gualdrappa del suo cavallo, e di annunciarne al pubblico il nome, il titolo e la dignità. L’Araldica fu utilizzata dai membri dell’aristocrazia e del clero, la cosiddetta nobiltà di spada, ma è stata anche avanzata l’ipotesi che essa sia nata durante le Crociate, quando i cavalieri cristiani nei vari Ordini, avrebbero imitato l’usanza islamica di distinguere i cavalieri per mezzo di emblemi, colori e disegni simbolici applicati sugli abiti e sulle bardature dei cavalli, sugli scudi e sugli stendardi, al fine di riconoscere alleati e avversari. Dopo essersi diffusa in tutta la società occidentale, si estese alle Alte famiglie ebraiche che avvertirono la necessità di adottare gli stemmi di famiglia. Al British Museum è conservata la più antica immagine dell’araldica ebraica 1383 appartenente a un manoscritto di un certo Daniele di Samuele, proveniente da Forlì.
 Prima della nascita dei regni romano-barbarici (circa nel VI sec. d.C.) un sistema molto simile a quello feudale fu istituito in Danimarca, abitata da un popolo vichingo che darà, successivamente, il proprio nome alla Normandia, regione nel nord-ovest della Francia. A seguito di questa recente scoperta alcuni storici attribuiscono la nascita della “rete vassalla” ai Normanni.
Bisogna chiarire che in un’epoca di scarsa alfabetizzazione, non sarebbe stato efficace scrivere il nome o le iniziali del cavaliere sullo stemma, e anzi ciò è vietato dalle regole araldiche. Nasce dalla pratica dei tornei anche la necessità di costituire annuari affidabili (gli stemmari) con la funzione di raccolta di identità e la blasonatura che sviluppa un proprio vocabolario e sintassi, recanti rigore e precisione, a descrivere senza alcuna ambiguità anche i blasoni più complessi.
I segni distintivi individuali degli stemmi dovevano mantenere l’univocità di individuazione. I vari araldi si scambiavano, quindi, le descrizioni, ovvero la “blasonatura” , ricorrendo tutti allo stesso insieme di regole che confluivano in un linguaggio comune:l’ Arte del Blasone o descrizione degli stemmi.
Lo scudo, accompagnato dai suoi ornamenti, è la rappresentazione grafica dello stemma, la blasonatura è la sua rappresentazione verbale. La rappresentazione grafica dello stemma è comprensibile a tutta la popolazione.
La creazione dei blasoni per rendere l’identificazione efficace impiegò colori forti che spiccano gli uni sugli altri, motivi di grande dimensione dai contorni semplificati e facilmente riconoscibili, e soprattutto unicità degli stemmi. Gli araldi, non sono solo in grado di leggere, ma conoscono anche il vocabolario tecnico dell’araldica, spesso usato in francese.
Il desiderio di identità delle famiglie si esprime nell’utilizzo di emblemi, ricordi di fatti notevoli, traduzione di tratti legati al possessore “armi alludenti”, rappresentazione del patronimico e perfino attraverso il gioco di parole “armi parlanti”.
Il blasone non è mai statico, esso può evolvere in vari casi e in  funzione: di un’alleanza, quando i blasoni degli alleati si riuniscono per formarne uno solo, unione codificata da regole che specificano il tipo di unione  o partizione di un’eredità che talvolta impone all’erede una modifica detta “brisura” del blasone originale, in funzione del grado di parentela. Di una distinzione onorifica accordata da un signore feudale, per aver dato a un vassallo il diritto di aggiungere sul suo blasone un elemento distintivo tratto dal proprio; di una sostituzione se disonorato il blasone originale dal suo possessore o da un suo antenato.
Lo stemma che la stirpe imprime sullo scudo è sempre lo stesso a prescindere dal tipo di scudo su cui veniva disegnato. I colori sono ritenuti solo nella loro essenza astratta e non nella singola tonalità.
La storia degli Stemmi è affascinante, anche perché ci rivela attraverso gli Scudi Personali riletti in chiave ermetica ed alchemica i simboli araldici di alcuni Casati che sottendono molteplici significati nascosti. Spesso il “Cabalista Ermetico” era un “Cavaliere” che argomentava una lingua incomprensibile ai più, trasportando le sue conoscenze alchemiche su di un Cavallo, un nobile destriero mercuriale equiparabile a Pegaso, ma anche a un Ippocampo, cioè un Cavallo marino. Il Cavallo Marino ha la particolarità di essere una Creatura Androgina, come il Rebis Alchemico. L’ Ippocampo rappresenta in alchimia la materia prima nello stato di trasmutazione e dunque l’inizio della creazione della Pietra Filosofale. L’araldica è tutt’oggi a torto considerata arte esoterica e sconosciuta al volgo per l’utilizzo degli stemmi di atavica appartenenza alla nobiltà. Tuttavia gli stemmi non sono prerogativa di una certa classe sociale in quanto qualunque individuo, gruppo o famiglia ha avuto sempre, e ovunque, la libertà di adottare “un’arme” a sua scelta e di farne l’uso privato che preferisse, alla condizione di non usurpare o arrogarsi stemmi di altrui persona. Tuttavia la nobiltà, il patriziato, i ceti più alti dei magistrati e dei mercanti, sono le classi e le categorie sociali nell’ambito delle quali l’utilizzo degli stemmi è considerato il biglietto da visita dei nostri giorni.
Il disegno araldico attraversa l’arte, passando dallo stile sobrio e stilizzato, fedele agli stemmi cavallereschi del gotico, che dura fino al Rinascimento, a quello baroccheggiante e fantasioso del Seicento con scudi e ornamenti pieni di ricci e volute. Giunge infine al neoclassicismo in cui si evince il ritorno a un disegno più stilizzato e a uno scudo di tipo sannitico.
Anche la toponomastica fu influenzata dall’araldica, basti pensare che per esempio a Roma lo stemma dei Medici (che raffigura sei palle) è ricordato dal vicolo delle Palle, tra via Giulia e l’antica via papale, oggi Corso Vittorio Emanuele, dove si trovava la residenza del cardinale Giulio de’ Medici.
Un appropriato uso dei colori sugli stemmi delle città comunali contribuiva a manifestare l’appartenenza a fazioni politiche e il cambiamento si palesava attraverso la loro inversione; nelle città toscane e lombarde, sugli stemmi delle porte e delle contrade veniva usato il bianco per rappresentare il popolo, il rosso per i nobili; la croce d’argento in campo rosso indicava le città di parte ghibellina e quella rossa su campo d’argento le città di parte guelfa. I titoli propri degli appartenenti alla nobiltà più antichi, sviluppo di istituzioni romano-barbariche, risalgono ai secoli X-XIII, epoca in cui a essi era ancora connesso l’esercizio di diritti e poteri feudali. Dalla nascita o rinascita delle città derivarono i titoli nobiliari del patriziato delle repubbliche aristocratiche (Genova e Venezia) o dei decurionati delle città minori e, nell’epoca delle Signorie, i titoli nobiliari conferiti dai grandi vassalli dell’impero e dai Vicari imperiali.  I titoli onorari conferiti per diploma o lettera di nobilitazione da imperatori, papi, re, principi e città, si diffusero nel XV sec.
Bartolo da Sassoferrato, uno dei famosi pittori giureconsulti italiani, fu anche uno dei primi, a conferire all’araldica, un abbozzo iniziale di interpretazione e di razionalizzazione giuridica. Fra gli stemmari, il prezioso manoscritto del XVII secolo, Stemmi gentilizi delle più illustri famiglie romane, raccoglie 922 stemmi disegnati a penna e acquarellati con notevole perizia araldica e una ricca collezione di Blasones, (secc. XVI-XVII) ne raffigura oltre cinquecento, dipinti con vivaci colori, appartenenti a sovrani, città, regioni e nobili famiglie spagnole di cui si forniscono anche numerose notizie storiche e genealogiche. Il “De Nobilitate”, saggio sulla nobiltà attribuito a Leonardo Bruni, è un codice del XV secolo, impreziosito da rubriche e iniziali in inchiostro rosso e azzurro, acquistato dalla Biblioteca Casanatense. Innumerevoli le storie genealogiche familiari a carattere monografico.
Goffredo di Crollalanza, (Fermo 19 febbraio 1855 – Bari, 17 gennaio 1905), genealogista, giornalista e araldista italiano, scrisse l’ Enciclopedia araldico-cavalleresca (1876-77) . Per tale Opera magistrale è considerato “lo storico dell’ araldica” per come definito anche nel suo libro da Saverio La Sorsa, Roma URBS, 1942.
L’anello del cavaliere impresso sulla ceralacca cremisi, inizialmente usato per autenticare lettere, editti e volontà che tutti riescono a capire, villani compresi, è la rappresentazione iconografica della storia di famiglia. Un monile personale e unico che col tempo finisce col tramandare la Casata di padre in figlio.
Lo stemma di famiglia attribuito ad un cognome rappresenta il sigillo grafico che accompagnerà nel tempo la memoria delle gesta magistrali della “Nobilitas”.
Redazione Radici

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