Perché l’Italia non riesce a concepire una politica estera efficace

Perché l’Italia non riesce a concepire una politica estera efficace
Il Segretario di stato americano Blinken e il Ministro degli Affari Esteri italiano Di Maio (fonte immagine: Freddie Everett/Wikimedia Commons)

di Donatello D’Andrea

A distanza di circa 50 giorni dallo scoppio delle ostilità, il conflitto sembrerebbe essere giunto in quella che è stata soprannominata come la fase della normalizzazione, cioè quella in cui gli spettatori assistono agli eventi bellici con minor attenzione rispetto all’inizio. Le notizie che si susseguono sui telegiornali sono accolte con implicito distacco, come sta accadendo con quelle sul virus, dove i numeri non provocano più quello scalpore e quella preoccupazione che suscitavano nella popolazione circa un anno fa. Si tratta di una conseguenza naturale, la quale deriva in parte dal modo in cui i media trattano le notizie relative alla guerra e alla monopolizzazione del dibattito pubblico da parte di un unico argomento. Scavando più a fondo si potrebbe scoprire che anche le strategie di comunicazione adottate dai leader hanno le loro responsabilità, saturando lo spazio di apprendimento dell’opinione pubblica. Si tratta di un passaggio obbligato durante un conflitto. L’attenzione dell’opinione pubblica vira su altri argomenti – come il caro energia – lasciando il solo governo a vigilare su ciò che accade fuori dai confini.

É naturale che l’occhio degli italiani cada prima sui rincari dei prezzi dell’energia, sui problemi delle sanzioni alla Russia e all’export italiano e sulle stime del PIL al ribasso. Sono tutti elementi che hanno una ricaduta immediata sulle famiglie e sulle spese dei cittadini. Non è la prima volta che uno stravolgimento in politica estera ha avuto un effetto negativo e destabilizzante sulle finanze del nostro Paese. Altri esempi noti sono: il calo di investimenti che ha portato la guerra civile libica del 2011, il rallentamento degli scambi con l’Iran dopo le sanzioni americane del 2018 e le sanzioni alla Turchia nel 2020.

Inoltre, a giudicare dall’approccio della politica italiana alle controversie internazionali – alle quali si avvicenda con ritardo e impreparazione – sembrerebbe che la maggior parte delle decisioni prese dai grandi consessi internazionali a cui Roma partecipa, come l’Unione Europea e la NATO, siano subite e non partecipate. Quest’impressione trova conferma nell’approccio iniziale alla questione ucraina da parte dell’Italia: da una sostanziale neutralità a una partecipazione quasi attiva e consapevole. Semplice sciatteria oppure problemi strutturali? Forse entrambi.

Un’altra opinione diffusa è che ogni crisi internazionale abbia un costo superiore per l’Italia rispetto a quello pagato dai suoi partner europei o d’oltre oceano e che le nazioni incriminate di qualcosa dalla comunità internazionale siano spesse quelle con cui Roma coltiva i rapporti migliori. Una sensazione quasi veritiera.

Perché quando l’Italia decide di muoversi all’estero lo fa poco, male e soprattutto in colpevole ritardo? Perché sembra che le sanzioni danneggino più l’economia italiana che quella degli altri partner? Si tratta di due domande fondamentali per comprendere quanto una politica estera coerente ed efficace sia forse la cosa più importante da “dare” all’Italia. Più di qualsiasi altra cosa.

Innanzitutto, il motivo per cui l’Italia è sempre danneggiata dall’instabilità internazionale risiede nel tipo di economia che Roma ha costruito, dipendente dall’import di materie prime e dall’export di quelli che sono classificati come “prodotti finiti”.

La prima dipendenza porta l’Italia a siglare accordi con Paesi produttori di materie prime ma spesso governati da regimi instabili o poco democratici, mentre la seconda porta a cercare la penetrazione in mercati non saturati da prodotti provenienti dai rivali manifatturieri di Roma. Nel primo caso si tratta di una scelta obbligata: Roma è sprovvista di materie prime – a parte qualche giacimento di petrolio e di gas sparso qua e là del tutto insufficiente a garantirle la sopravvivenza energetica.

Nel secondo caso si tratta di una politica commerciale coraggiosa e intraprendente, del tutto incompatibile con il tipo di politica estera che sta conducendo l’Italia. Un Paese come l’Italia, sia per posizione geografica che per importanza economica, avrebbe bisogno di una politica estera attiva, orientata alla costante partecipazione alle controversie internazionali. Durante la Prima Repubblica l’Italia coltivò sapientemente il ruolo di mediatore tra il Medio Oriente e l’Occidente americano, arrivando a intavolare trattative e accordi commerciali con la stessa Unione Sovietica. I tempi sono cambiati, questo è certo, ma il declino della classe dirigente italiana e della sua preparazione ha impedito al Belpaese di vincere l’agguerrita concorrenza dei Paesi che hanno beneficiato della globalizzazione per ritagliarsi un proprio ruolo nel mondo. Dalla Turchia di Erdogan che insidia l’Italia nel Mediterraneo a Francia e Germania, leader europei legati da un’amicizia/inimicizia che determina gli equilibri continentali.

Ad esempio, Angela Merkel, cancelliera federale della Germania per ben 15 anni, ha guidato uno stato a vocazione commerciale come l’Italia, ha promosso per anni una politica estera di dialogo e influenza economia dentro e fuori l’Unione Europea. Ha aumentato il peso diplomatico di Berlino, estendendo l’influenza nell’Europa orientale a discapito di Francia e Italia. In alcuni casi ha dovuto anche mediare con alcuni Paesi per evitare danni permanenti all’economia del suo Paese. Questo è il caso della Russia nel 2015 o quello della Turchia nel 2016. Anche l’avvicinamento della Germania alla Cina è merito suo ed è avvenuto in un periodo molto particolare, cioè quello dello scoppio delle repressioni a Hong Kong. Non c’è dubbio che in alcuni casi la politica estera tedesca sia stata cinica e spregiudicata, ben lontana dai canoni umanitari a cui l’Occidente è abituato, ma non si può negare che sia stata espressione di una ferma volontà politica orientata dalla necessità di garantire una certa stabilità alla Germania.

La politica estera francese, invece, si basa sulla continuità. L’obiettivo è quello di far valere le ragioni di Parigi in aree strategiche considerate vitali per motivi economico-culturali, prima fra tutte l’Africa nord-occidentale e il Medio Oriente. Tra le operazioni compiute in questo senso c’è sicuramente la detronizzazione del colonnello Gheddafi in Libia e l’intervento, ormai terminato, in Mali. Negli ultimi tempi, però, anche la Francia ha visto la sua influenza ridursi considerevolmente, insediata dalla Turchia nel Libano e nel Mediterraneo e dalla Cina in Africa. Macron ha cercato di rifarsi in Europa, facendo leva sulla naturale vocazione all’Europa dei francesi.

E l’Italia?

Messi da parte per un attimo le ragioni derivanti dall’appartenenza a un’alleanza militare con un leader chiaro e definito – il che si traduce nell’assenza di una politica estera del tutto indipendente – l’inefficacia della politica estera italiana, contrapposta a una vivace politica commerciale, è imputabile soprattutto a due ragioni: la prima è la scarsa credibilità internazionale mentre la seconda è l’assenza di un quadro di alleanze a livello europeo.

Nel primo caso, gli esempi si sprecano. Le istituzioni sono deboli e marginali: la stabilità politica è un prerequisito fondamentale per sedersi a tavolo con l’intenzione di “contare qualcosa”. Più di sessanta governi in meno di cento anni di storia certificano la cronica debolezza dei partiti politici che si susseguono al governo, una debolezza che si ripercuote sulla credibilità degli esecutivi agli occhi degli interlocutori esteri. Inoltre, non esiste alcuna cura dell’interesse nazionale. Le forze politiche si sabotano, e al contrario di Francia e Germania in cui, a prescindere dalle divisioni interne, la cura dell’interesse nazionale è comune e prioritaria, in Italia la politica estera è strumentalizzata contro il governo o l’opposizione.

L’assenza di una cultura delle relazioni internazionali contribuisce a peggiorare il clima di incertezza, confusione e ostilità presente in Italia quando si affronta un tema “desueto” come la politica estera.

I limiti più grandi, però, l’Italia li palesa sul secondo punto. Negli ultimi anni la politica nazionale sembrerebbe essere sempre più tentata di rispondere alle sfide poste dai partner/rivali strategici come Francia e Germania pescando dal sorvranismo più estremo, senza capire che il loro successo si basa soprattutto sulla comune capacità di costruire alleanze europee e non distruggerle. Ciò ha permesso a Berlino e Parigi di farsi portavoce dei diversi governi del continente. Ad esempio Berlino raccoglie le istanze dei Paesi del Nord e dell’Est, la Francia quelle del Sud (Italia compresa).

Entrando nello specifico, nel 2015 Angela Merkel ebbe successo nella sua opera di mediazione con Putin, evitando una escalation con Mosca che avrebbe coinvolto l’Europa, grazie al suo prestigio personale e presentandosi come rappresentante di tutta l’Unione Europea (un incarico che, in realtà, non le è mai stato conferito de iure). Anche Emmanuel Macron, appena insediato all’Eliseo nel 2017, si recò a Mosca con questo obiettivo, cioè presentarsi come diretto interlocutore di Putin con l’Unione Europea, con risultati diversi rispetto alla cancelliera. Inoltre, entrambi i Paesi presentano il loro intervento all’estero o nei confronti di stati terzi come un’iniziativa europea. Questo è il caso dell’apertura alla Cina da parte della Germania o dell’intervento francese in Mali.

L’europeizzazione della politica estera di Francia e Germania è avvenuta – e avviene tuttora – senza che ci sia sempre un’intesa tra i due Paesi. Ad esempio, durante la crisi libica del 2011, la Francia forte del sostegno inglese e americano, poté superare le resistenze di Germania e Italia sull’intervento. La Germania, al contrario, contò sul sostegno di Roma per trattare con la Turchia di Erdogan, nonostante l’opposizione dei francesi. La scarsa credibilità dell’Italia finora le ha impedito di fare la stessa cosa sui dossier che le interessano. L’assenza di una lungimirante e coerente politica estera ha fatto il resto.

Se Berlino e Parigi si spartiscono l’influenza sull’Europa, all’Italia manca un vero e saldo rapporto di alleanza con cui modellare un fronte inclusivo che arrivi a coinvolgere le istituzioni europee, come la Commissione. Diversi sono stati i tentativi di costruire un fronte con la Spagna in nome di una comune appartenenza al fronte meridionale del continente. L’insediamento di Draghi e le elezioni tedesche, che hanno sancito la fine dell’era Merkel, hanno rinvigorito i sogni di gloria italiani di poter strappare un accordo credibile con la Francia. Si tratta però di un’alleanza “à la carte“, troppo effimera per essere considerata strutturale come il solido rapporto franco-tedesco.

Come affermato più volte, non bastano la reputazione e il curriculum del banchiere per risolvere la sciatteria di decenni di malgoverno e di debolezze strutturali. L’autorevolezza di Mario Draghi deriva da trascorsi economici, non politici. Politica ed economia sono cose distinte. La reputazione di un Paese si costruisce con anni di duro lavoro, le relazioni internazionali hanno bisogno di una lungimirante tessitura e di continua cura. Il Presidente del Consiglio italiano è un tecnico prestato alla politica, sostenuto da una coalizione eterogenea di governo, instabile e senza un futuro.

Al di là delle opinioni che si possono avere in merito, per concepire una politica estera efficiente e credibile occorrono strumenti quali lungimiranza, competenza e consapevolezza del ruolo e della posizione dell’Italia nel mondo. La chiave europea non va respinta o sottovalutata, così come vanno considerate le intese pratico-strategiche in un mondo dagli equilibri sempre più labili e sull’orlo del precipizio.

Redazione Radici

Donatello D'Andrea

Donatello D'Andrea

Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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