L’Emergenza nei Balcani

L’Emergenza nei Balcani

Di Laura Mirakian

“L’interesse prioritario dell’Italia e dell’Europa è la stabilità democratica del nostro estero vicino. I Balcani sono il nostro estero più vicino. Ci separa un breve tratto di mare, ci unisce un’intensità speciale di relazioni umane e di connessioni storiche e sociali”.

Inizia così l’editoriale che l’ambasciatrice Laura Mirakian, già Ambasciatrice a Damasco e Rappresentante permanente presso l’Onu a Ginevra, affida alle pagine online di “Repubblica”.

“Ce ne siamo accorti negli anni ’90, quando una grande crisi ha investito la regione. Abbiamo allora mobilitato l’intera strumentazione disponibile, nazionale, europea, internazionale, per aiutare i nostri vicini a superare una fase buia della loro storia. L’Italia ha avuto un ruolo di prima fila. Un impegno senza precedenti, la cui chiave di volta è stata la prospettiva di integrazione nella grande famiglia europea, sancita fin dal giugno 2003 al Vertice Ue di Salonicco. L’opera rimane incompiuta, mentre i traumi delle guerre, pulizie etniche, violenze continuano a pesare sulla vita politica.

Le riforme tardano, e la stessa Europa pare affetta da una sorta di Balkan fatigue. Restano irrisolti in particolare i seguiti degli Accordi di Dayton per la Bosnia (1994), che ebbero il merito di porre fine alle ostilità ma sancendo una complessa architettura istituzionale che mostra tutti i suoi limiti e non ha attenuato le tensioni secessioniste dei serbo-bosniaci; e la questione Serbia-Kosovo, dominata dal contrasto sull’indipendenza del Kosovo (2008) che i serbi considerano la culla della propria identità spirituale sottratta loro con i bombardamenti Nato su Belgrado nel 1999. Ad oggi, Serbia e Russia (come anche 5 Stati membri della Ue) non riconoscono il Kosovo come Stato indipendente.

Il rallentamento del processo di integrazione in Europa non fa che esacerbare le conflittualità e determinare una graduale disaffezione delle opinioni pubbliche locali. In Bosnia, la tensione è palpabile nelle scelte del leader Dodik di dissociarsi dalle componenti croate e mussulmane, e in Serbia il 3 aprile Aleksander Vucic, che pratica un difficile equilibrio tra Russia e istituzioni euro-atlantiche, ha vinto il suo quarto mandato presidenziale oltre che elezioni parlamentari e amministrative.
Questo precario equilibrismo trova conferma nell’adesione di Belgrado alla Risoluzione dell’Onu di condanna dell’aggressione di Mosca il 3 marzo, ma senza applicare le sanzioni sancite dall’Unione Europea, e nella analoga posizione della Bosnia nel contesto di vistose manifestazioni di dissenso. Una volta collassata l’Unione Sovietica, il ruolo della Jugoslavia di Stato-cuscinetto tra Patto di Varsavia e Nato viene meno, e a fronte di incontenibili istanze indipendentiste, la Serbia di Milosevic si imbarca in una serie di guerre per recuperare le minoranze serbe rimaste tagliate fuori dalla madrepatria nonché la provincia del Kosovo.

L’idea sottostante è la “Grande Serbia”, molto simile a quella praticata oggi dalla Russia, ‘Ruskij Mir, il Mondo Russo sotto un’unica bandiera. In qualche modo Milosevic è stato antesignano di Putin.
Ricordiamo i 1.740 giorni dell’assedio di Sarajevo?
Oggi, che appena oltre i Balcani è esplosa la crisi ucraina, non possiamo non scorgere la vulnerabilità cui sono esposti i Paesi non ancora integrati nell’Unione Europea. Nel mentre si affacciano in area altri grandi protagonisti. In primis la Russia, che negli anni ’90, pur con difficoltà, non contrastò l’Occidente e che ora coltiva assiduamente le istanze più radicali dei serbi di Belgrado e di Bosnia: non va in principio escluso che le iniziative di Mosca si estendano a questi Paesi, fomentando turbolenze e frustrazioni mai sopite.
Non a caso, l’intervento Nato per il Kosovo viene citato da Mosca come argomento per giustificare la sua politica egemonica in Ucraina. Né va sottovalutata la Cina, che con il progetto della Via della Seta penetra nel territorio finendo per creare un’imbarazzante dipendenza finanziaria: valga per tutti il caso del Montenegro, che ha rischiato di indebitarsi al punto di cedere a Pechino il controllo di infrastrutture finanziate con fondi cinesi.

E non va nemmeno sottaciuta l’ambizione di Ankara in nome del passato ottomano, e la sua abilità nel reperire compromessi con Mosca come fatto in Siria o in Libia.
Tutto ciò spinge a che l’Europa torni urgentemente a concentrarsi sui Balcani.

La crisi aperta da Putin in Ucraina dovrebbe schiudere una nuova pagina di rinnovato impegno europeo a partire da un’accelerazione del processo di adesione, prima che altre violenze investano l’area. Priorità alla sicurezza del vicinato europeo è peraltro il tema ricorrente nella consultazione sul futuro dell’Europa avviata da Bruxelles con lo scopo di dare voce ai cittadini europei. Emerge un’opinione largamente condivisa che l’Europa, pur sempre generosa negli aiuti umanitari e nell’elargizione di fondi, non riesca tuttavia ad incidere nei processi politici e di sicurezza, non riesca cioè ad esprimere tutte le sue potenzialità per una proiezione esterna efficace.

La crisi degli anni ’90 nei Balcani fu gestita, va riconosciuto, anche grazie alla leadership americana e all’acquiescenza della Russia di allora.

Ma ora? Ora che Washington affida sempre più all’Europa la sicurezza del suo vicinato, ora che la Russia è animata da un forte revanscismo antagonista, ora che le guerre tornano ad infestare il nostro Continente e che le insidie si moltiplicano, sono in molti a ritenere imperativo dotarsi di una politica di Sicurezza e Difesa idonea a fronteggiare la sfida. Uno sviluppo che deve necessariamente poggiare su una strategia di politica estera condivisa – abbozzata nella “Bussola Strategica” delineata dalla Commissione Europea e intesa come rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza transatlantica – sostituendo la regola dell’unanimità con il voto a maggioranza qualificata, e auspicabilmente puntare a un livello di maggiore integrazione dell’Europa stessa.

Un modo per scongiurare che i Balcani vengano travolti da una nuova devastante ondata di violenza e di esodi, rilanciando il processo di adesione. E riconoscendo che consolidamento delle istituzioni europee e allargamento dell’Unione sono parte di un unico progetto”.

Redazione Radici

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