Oggi ti presento: Paolo Parini

Oggi ti presento: Paolo Parini

di Annalisa Spinelli

Per la rubrica “Oggi ti presento”, è mio grande piacere farvi conoscere il prof. Paolo Parini. Quando ho contattato il prof. Parini per l’intervista, gli ho scritto dandogli del Lei perchè anche se siamo amici su fb, non ci siamo mai incontrati di persona. Ma la prima cosa che mi ha detto è stata << se per favore possiamo darci del tu>>. Che dirvi, la conoscenza si preannunciava interessante.

Con Paolo è stata la prima volta che ho avuto bisogno di due incontri, talmente è una persona interessante da ascoltare. Si può spaziare su qualsiasi argomento e lui ha l’abilità di fare della risposta un nuovo punto di domanda. Capirete quindi che il tempo è volato, letteralmente!!
La prima volta che ci incontriamo via etere, lui è in ufficio,  indossa un maglioncino blu scuro, il tempo fuori è grigiastro e mi parla di quanto ami Stoccolma ma che “due/ cinque gradi in piú, tutto sommato non sarebbero male”. Come dargli torto!

Ama Stoccolma per una serie di motivi che dopo leggerete ma anche perché è una capitale di grande “struttura” e che offre anche posibilitá di divertimento e  svago dopo il lavoro. Il che è assolutamente vero. Le possibilità di intrattenimento culturale sono tantissime: dal teatro all’Opera, dai concerti alle mostre passando da eventi particolari organizzati da Ambasciate o associazioni culturali, e la multiculturalità di Stoccolma si esprime molto bene in questo ambito.

Romagnolo di origine, precisamente di Rimini, Paolo frequenta l’Università a Bologna, dove si laurea in medicina e chirurgia e dove poi inizia la specializzazione. Trasferitosi in Svezia nel 91 per un PHD, Stoccolma diventerà la sua seconda casa. Mi racconta di come la città fosse diversa ( con circa 1/10  dei ristoranti e locali di oggi), ma che a piccoli passi iniziava la transizione per essere una città più ” europea”.

Questo  è uno degli aspetti che probabilmente lo hanno affascinato maggiormente, perché si è sempre sentito” cittadino del mondo”, grazie anche al tipo di educazione ricevuta per via del suo contesto familiare: figlio di Pino Parini, per dirla in breve tra i fondatori della cibernetica in Italia, Paolo è cresciuto in un ambiente super stimolante che lo portava a “non vedere più il confine della propria città o Paese”, ma a sentirsi  appunto cittadino del mondo.

Riconosce di essere stato molto fortunato e mi rimanda retoricamente la domanda perchè mai la scuola ( italiana) non riesca ad offrire le stesse opportunità? Il raffronto con la scuola svedese è inevitabile  e mi parla di come  questa  aumenti il registro culturale e mentale: ” nella vita ci sono infinite possibilità e lo stato ( svedese) ti dá gli strumenti per portare avanti i tuoi sogni”.

La nostra chiacchierata si spinge oltre, si espande, torna indietro, è in continuo divenire e in ogni sua risposta ci sarebbe una nuova domanda da fare, un nuovo argomento di cui parlare. Spero di  essere in grado di riuscire a trasmettervi tutto questo.

Parliamo di tanti temi: l’Unità d’Italia, la politica, l’insegnamento delle lingue, l’attuale condizione economica italiana e tanto tanto altro ancora. Parla francamente con me, come se mi conoscesse da tempo e le sue risposte sono sincere e frutto oltre che di un “cervello pensante”, anche dell’amore che prova per la Svezia e l’Italia, e non ci gira intorno quando si tratta di parlare anche dell’organizzazione “baronale ” e poco meritocratica che vige ancora, ahimè, in Italia.

La sua analisi è precisa, lineare, il suo dire pacato. Tuttavia, devo provare a fare una sintesi. Quando parliamo dell’Italia, mi dice chiaramente che è assurdo ( e io aggiungo ridicolo) che a “cinquant’anni ti considerino giovane e all’inizio della carriera/professione, quando  in Svezia sei quasi alla fine”.

E poi sulla politica esprime un concetto che io condivido e cioè che in Italia ” l’altro ha torto a prescindere”. È vero! Questo però impedisce una sana collaborazione per la crescita del Paese. E io aggiungo i politici non esprimono una visione di come dovrebbe essere il nostro Paese tra dieci/venti/trenta anni. Qui in Svezia la visione esiste!

La seconda volta che incontro il prof. Parini (Paolo) è  di sabato mattina. Ho dovuto annullare l’intervista durante la settimana e molto gentilmente si è offerto di offrirmi un pò del suo tempo libero. È paziente quando non riesco a raggiungerlo con teams e uso, infine, il classico Skype. Non fa una piega, non si mostra scocciato.  È gentile e sorridente, questa volta indossa una T- shirt sempre blu con tuta, perchè è appena tornato dalla palestra.

Inizio le mie domande in modo più sistematico e procediamo tutto sommato velocemente perchè non voglio rovinargli l’intero sabato.  Ma  parliamo anche  di sua figlia di sette anni e mezzo e delle lingue che parla ( quattro) e di come lui le parli solo in italiano ( bravo!). Ne sono contenta, una fetta della nostra cultura le sarà trasmessa e accanto alle sue radici svedesi, tedesche, avrà quelle italiane. Il suo papà la sta preparando per essere una cittadina del mondo proprio come lui.Voglio ringraziarlo per la sua cortese disponibilità, gentilezza e per la sua sincerità.

L’intervista


Dott. Parini vuole parlarci un pò di lei e del suo percorso professionale che lo ha portato fino a Stoccolma?


Sono cresciuto a Rimini fino all’età di 19 anni , poi mi sono trasferito a Bologna dove ho conseguito la laurea in medicina e chirurgia e durante la specializzazione, poiché non c’era  obbligo di frequenza, in accordo con il mio professore Enrico Roda, decisi di frequentare uno stage a Stoccolma dove arrivai il 24 agosto 1991. Io dico sempre ho perso poi il biglietto di ritorno, perché poi successivamente alla specializzazione ho iniziato il progetto di dottorato di Ricerca all’Ospedale Karolinska, dopo il quale sono stato negli States per il post doc e poi sono tornato in Svezia come Professore Associato, poi professore Ordinario e ho preso una seconda specializzazione e  quindi praticamente  non sono più tornato in Italia professionalmente. Prima del Covid ci tornavo 8/10 volte all’anno sia per andare  a far visita alla mia famiglia sia per ragioni di lavoro.

Come si lavora con gli svedesi o meglio in Svezia, perché  immagino l’ambiente sia molto internazionale e consiglierebbe a un giovane neolaureato (ovviamente italiano) di trasferirsi qui?


Parliamo di come si lavora in Svezia, perchè sia il Karolinska Institutet che il Karolinska University Hospital dove lavoro, hanno un ambiente internazionale e di conseguenza è un ambiente stimolante ma anche molto complesso in senso positivo. L’internazionalità  del sistema svedese, e qui c’è una grande differenza con l’Italia perchè io stesso sono nel management del Karolinska e titolare di una cattedra da ordinario all’Istituto e non sono di nascita svedese, é evidente… se si va in Italia  quanti top manager o primari/titolari di cattedra non sono nati in Italia?Per un italiano lavorare in Italia è decisamente molto piú facile perchè da un punto di vista multiculturale ha meno dimensioni di una realtà come quella del Karolinska.  Ovviamente anche in Italia ci sono realtà universitarie/ ospedaliere così, ma piú nel privato. La cosa particolare di vivere in un ambiente internazionale è quello di capire che la stessa parola o lo stesso gesto può essere interpretato in modo diverso e quindi bisogna cercare di capire… io stesso evito di tradurre battute dall’ inglese/svedese in italiano e viceversa. Riguardo i neolaureati io consiglierei di smettere di pensare che la propria dimensione di vita è legata al proprio Paese, perché oggi si lavora nel Mondo! Anche Paul Young diceva ” la mia casa è dove appoggio il mio cappello”.

Lei e’ Direttore della Ricerca e Sviluppo, Istruzione e Innovazione del tema Infiammazione e Infezione presso il  prestigioso Ospedale Universitario Karolinska, può spiegarci in modo semplice in cosa consiste il suo lavoro? E quali sono i punti di forza e di debolezza che ha potuto rilevare nell’ambito del suo lavoro e quali le differenze con ” l’ambiente italiano”?

La mia posizione al Karolinska e’ molteplice. Io sono professore ordinario al Karolinska Institutet (università) e in quel ruolo dirigo un gruppo di ricerca, CardioMetabol Unit, sono coordinatore accademico e rappresentante del Karolinska Institutet all’interno del Network Medicine Institute and Alliance, un’alleanza di 22 università nel mondo per la promozione della Network Medicine nella ricerca, e siedo nel comitato esecutivo della European Atherosclerosis Society. Inoltre io lavoro anche al Karolinska University Hospital dove visito i pazienti con dislipidemie, e dove come Direttore della Ricerca, Sviluppo, Istruzione ed Innovazione del Tema Infiammazione e Invecchiamento,  sono responsabile per la definizione delle strategie che portino ad una migliore qualità della ricerca medica ed alle migliori condizione sia strutturali che di processo affinchè questa si espandi. Inoltre da circa un anno io rappresento il Karolinska University Hospital all’interno del Research Lead della European University Hospital Alliance (EUHA), un’ alleanza tra nove tra i piu’ grandi ospedali universitari europei. In questo mio ruolo lavoro molto sullo sviluppo di strategie e di politiche che portino ad un miglioramento della qualita’ dell’assistenza ospedaliera, della ricerca medica, e dell istruzione professionale dei nostri colleghi. L’obiettivo finale a lungo corso della EUHA è quello di creare una sistema sanitario europeo ad altissimo livello, imparando gli uni dagli altri, e con grande umiltà.


Potrei dire che lei appartiene alla categoria dei cervelli in fuga dall’Italia, condivide questa mia opinione? E sarebbe disposto a tornare in Italia? Eventualmente a quali condizioni?


Non mi sento di appartenere alla categoria dei cervelli in fuga…ma una persona che amando un certo tipo di lavoro è rimasto  dove le condizioni per portare avanti quel lavoro erano migliori. Ricordo che i primi 15 anni di esperienza in Svezia non avevo mai fatto venire studenti dall’Italia, poi successivamente mi sono adoperato per  cercare di aiutare a cambiare il sistema-Italia. Nel senso che in Italia si investe, ma bisogna anche investire con dei criteri ferrei e validi che portino a chiudere realtà non produttive. Il problema dell’Italia non è quello dei cervelli in fuga, perché è fisiologico per Paesi come l’Italia che ci sia un flusso di persone che vanno via…anche in Svezia è cosí, come negli Stati Uniti…semmai il problema che il bilancio netto è negativo, perché nessuno vuole venire in Italia. Ad esempio io sono riuscito a collocare solo due post doc in Italia perchè erano gli unici due che parlavano un pò di italiano. Al Karolinska si usa in tutti i documenti la doppia lingua per attirare le persone che hanno un’esperienza, non per attirare i cervelli! Perchè se riesci a mettere intorno  a un tavolo diverse esperienze di vita, produci dei sistemi che sono dieci volte piú efficienti.Ma se in un sistema complesso hai ancora la struttura rigida ed antica del Baronato Universitario è ovvio che quel tipo di persona che viene da fuori viene visto come una minaccia e nemmeno accettato!Bisogna dire che anche la legislazione italiana impedisce l’internazionalizzazione attraverso la chiamata di persone dall’Estero. Bisognerebbe togliere una serie di regole per Aprire…E ripeto mettere intorno a un tavolo competenze, esperienze e sensibilità culturali che vengono anche dall’esterno. Non possono solo essere nazionali e bisogna avere il coraggio, come in Svezia, di dare il timone di comando anche a chi non é nato in Italia se ha le migliori competenze specifiche. Ad esempio io rappresento il Karolinska Institutet in certe alleanze internazionali perché hanno avuto fiducia di darla a una persona non nata in Svezia.


Negli ultimi anni la ricerca in Italia è stata molto trascurata, qual’è la sua opinione a riguardo?


Non sono aggiornato su quanto viene investito in Italia, lavoro con l’Italia ma non analizzo quel tipo di dati. Però posso dire che ad esempio in Svezia la ricerca viene vista non solo come un momento di crescita nazionale ed un elemento di educazione dei cittadini ma anche come un’attività per creare ” Business”. La Svezia è il Paese che per numero di abitanti ha il più alto numero di brevetti. Vedere, quindi, la ricerca come attività che crea posti di lavoro come conseguenza dello sviluppare Brevetti. In Italia c’è, ma a macchia di leopardo dovuta non tanto a ” colpe” dei colleghi italiani ma più della classe dirigente politica che non ha un programma credibile di sviluppo dell’Italia in queste ottiche, indipendententemente dal credo ideologico che ci sia dietro. Tranne pochi casi non ho visto politici che hanno lavorato assieme per svuluppareun Modello d’Italia Bipartisan, un modello che non venga distrutto ogni volta dalla coalizione che prende le redini del Paese! La ricerca richiede investimenti strutturali che danno frutti dopo 15/20 anni. Ad esempio L’Italia ha il 30/40 % del patrimonio archeologico ed artistico mondiale, qual è il piano di ricerca ventennale  per sviluppare quest patrimonio? Non parlo di progetti su un arco di 2-3 anni e di commercializzazione del patrimonio. Un tale piano dovrebbe essere elaborato da tutte le forze politiche assieme e dovrebbe essere fattore di aggregazione di tutte le competenze umanistiche e scientifiche più avanzate in Italia. Nessuno ci farebbe concorrenza mondiale perchè l’Italia è unica.


Cosa le manca dell’Italia?


L’Italia è uno dei Paesi più belli che ci siano. Dico anche che io amo Stoccolma, ma la Svezia è solo Stoccolma e niente più… quello che mi piace fare è la gita fuori porta dove in Italia puoi andare nel borgo, nella Pieve romana, qui invece ti trovi a mangiare da MCDonald’s dal benzinaio in mezzo al nulla. L’italiano che nasce, cresce e resta in Italia non sa quanto sia fortunato perchè l’Italia non è solo uno dei Paesi più belli ma possiede una varietà e densità di cose, dalle Dolomiti ai templi di Agrigento per dirne una.


A Stoccolma è presente una considerevole comunità italiana, quali sono i suoi rapporti con gli italiani in Svezia e in particolare con quelli di Stoccolma?E invece con gli svedesi?


Quando sono arrivato in Svezia 30 anni fa, erano pochi quelli della mia età ma c’erano tanti italiani arrivati negli anni ’60/70 chiamati come artigiani. L’emigrazione degli italiani in Svezia, quindi, è sempre stata un’emigrazione di competenza e non legata alla necessità. Io ho sempre vissuto come uno stoccolmese perché ” le riserve” non mi piacciono, però ho sempre avuto rapporti normali con gli italiani. Ad esempio ho sempre cercato di creare dei network di ragazzi italiani e di aiutare dove possibile come ad esempio nella costituzione di Comites. Quindi siamo tutti uguali ma in modo diverso.


Infine non posso non farle  una domanda sulla situazione Covid qui in Svezia.Quale è la sua opinione a riguardo?


La gestione è stata simile in tutto il mondo, cioè con l’inizio della seconda ondata si doveva chiudere molto di più di quello che si è fatto, ma per salvare il periodo natalizio si è chiuso il meno possibile.E siamo tutti riesposti alla terza ondata che sarà probabilmente più grande della seconda. Ma il problema che riguarda tutta l’Europa è il ritardo dei vaccini. In realtà già si sapeva che il grosso dei vaccini sarebbe arrivato a fine marzo/inizio aprile per via dei contratti stipulati dall’unione Europea e questo crea un problema grosso perché  più siamo vaccinati meno forte srà la terza ondata.

Annalisa Spinelli corrispondente Progetto Radici-Stoccolma

Redazione@progetto-radici.it

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