ECUADOR: LA VIA DEI VULCANI (sezione meridionale)

ECUADOR: LA VIA DEI VULCANI (sezione meridionale)

di Adele Quaranta *

L’Ecuador – visitato dal 21 dicembre 2019 all’1 gennaio 2020 –, nella parte centrale, è attraversato dalla tortuosa strada Transamericana (denominata “Via dei Vulcani”), dove, nella sezione meridionale della Cordigliera delle Ande, ricade Pujili (circa 60.000 ab.), una città con molte attrattive turistiche e nota per la produzione della ceramica, che gli abitanti del posto hanno pensato di utilizzare per adornare vie e piazze con varie sculture, riproducendo scene di vita quotidiana, storia e cultura del passato, soprattutto del periodo precolombiano.

L’imbarco sul famoso Tren de los Andes – viaggio durato due ore a bordo di vagoni vetusti -, ha permesso, inoltre, di osservare paesaggi spettacolari dalla Nariz del Diablo, montagna di 199 mt s.l.m., nota per la parete quasi verticale che non consentiva di collegare Guayaquil (sulla costa) a Quito (sull’altopiano). Nel 1899, dopo 25 anni di piani e tentativi falliti, ebbero finalmente inizio i lavori per la costruzione della prima ferrovia dell’Ecuador e principale via di comunicazione e di collegamento fra le due città, grazie alla geniale soluzione ingegneristica basata sul taglio della roccia in una serie di tornanti, per consentire al treno di oltrepassare la parete. Ancora oggi, l’itinerario turistico, parte da Alausí (2.000 ab. circa), attraversa la Narice del Diavolo e arriva alla stazione di Sibambe, dove i turisti sono accolti con uno spettacolo di danze popolari e manifestazioni scaturite da complessi substrati culturali, tradizioni, generi di vita, etc. La tratta è una vera e propria avventura, in quanto, a causa della forte pendenza del monte, il treno è costretto ad effettuare un percorso a zig-zag che supera un dislivello di 800 metri in appena 12 chilometri di vertiginose e ripide salite e discese, oltre a numerose inversioni di marcia. Inoltre, la fruizione del tragitto non è garantita al 100% a causa delle frane, guasti, mancanza di carburante, inondazioni e deragliamenti, ma regala, tuttavia, paesaggi del Chimborazo, El Altar e Laguna de Colta.

Lasciata la Transamericana, si segue la capricciosa conformazione orografica della catena andina per fare tappa a Ingapirca, antica postazione militare degli Inca, situata a 3.100 metri di altitudine, le cui rovine costituiscono il più importante e famoso sito precolombiano ecuadoriano, dove la pietra è intrisa di storia e leggende, sebbene molte costruzioni siano state distrutte dagli Spagnoli per edificare vicine città coloniali. La zona archeologica presenta anche caratteristiche nicchie e porte di forma trapezoidale, risalenti al XV sec. (regno dell’Imperatore Huayna Capac), allestite con blocchi lapidei a secco, molto simili a quelle che si trovano a Machu Picchu in Perù, a San Agustin de Callo vicino a Latacunga e al vulcano Cotopaxi. La reale destinazione della costruzione resta ancora un mistero: tempio consacrato, fortezza, oppure probabile luogo di riposo lungo il Camino del Inca, da Quito a Cuenca? Il tempio più importante dedicato al Sole, è una grande struttura destinata a cerimonie.

Terza città ecuadoriana, per importanza e dimensioni, di origine spagnola, dal piacevole aspetto per le stradine ciottolate, cinte da bianche case dai tetti di tegole rosse e balconi in ferro battuto stracolmi di fiori, è Cuenca (331.888 ab. al censimento del 2010). Costruita sulle rovine dell’antica “Tomebamba”, ha conservato il ricco patrimonio storico, formato dai tesori dell’arte coloniale, custoditi in alcuni edifici, chiese e  conventi dei secoli XVII e XVIII.

Interessante anche il Museo delle Culture Aborigene, collezione privata che raccoglie circa 5.000 tesori di archeologia ecuadoriana (dal 5000 a.C. al 1500 d.C.).

La città, insignita dallUNESCO del titolo diPatrimonio dell’Umanità”, è anche centro di diverse tradizioni artigianali, tra cui la tessitura, la produzione di ceramica, lavorazione dei metalli e, soprattutto, realizzazione dei cappelli panama, da uomo, leggeri, di colore chiaro e a tesa larga. Tradizionalmente vengono intrecciati a mano e sono ricavati dalle foglie, ancora tenere, di palma toquila proveniente dall’arido entroterra della costa centrale del Pacifico, in particolare dalla zona di Montecristi, piccolo villaggio della provincia di Manabi, oggi la più celebre area di raccolta e preparazione della paglia, venduta ai produttori (il processo di tessitura, a seconda della qualità, può richiedere da un giorno a otto mesi). Le prime notizie sul copricapo risalgono al 1500, quando i conquistadores lo videro utilizzare dagli indigeni per proteggersi dal sole, ma le origini sono sicuramente molto più antiche. Divennero famosi durante la costruzione del Canale di Panama, da secoli importante scalo commerciale, dove lavoravano moltissimi Ecuadoriani e da dove, nell’Ottocento, gli imprenditori spagnoli cominciarono ad esportare questi sombreros dall’ineguagliabile qualità. I cappelli si affermarono, in seguito, come accessorio di classe e vennero indossati da Ernest Hemingway, Winston Churchill, Nikita Khrushchev, Harry Truman, Richard Nixon, Paul Newman, Humphrey Bogart, Jacqueline Kennedy, Mick Jagger, Sean Connery e molti altri. Nel 2012 la tradizionale tessitura dei manufatti è stata inserita tra i Patrimoni orali e immateriali dell’Umanità dell’Ecuador.

In rapida discesa lungo la costa del Pacifico, si arriva nella vivacissima, città di Guayaquil, che con 2.291.158 abitanti (censimento del 2010), diffusi nell’area metropolitana, è la più grande e popolata del Paese, grazie anche all’impulso offerto dalle attività collegate al porto, che l’hanno trasformata nel centro commerciale più rilevante del Paese. Situata sulla riva destra di uno dei fiumi più importante del Sud America (il Guayas), si sviluppa, in gran parte, su un territorio pianeggiante (appena 4 mt s.l.m.) e su un litorale con tratti di spiaggia pulitissimi, dove si praticano molti sport acquatici. Oltre ai numerosi giardini, parchi giochi, sculture, panorami sul fiume e quartieri coloniali, sono presenti il Museo di Antropologia e Arte Contemporanea (MAAC), teatri utilizzati per concerti, film e spettacoli, molteplici mostre di autori contemporanei e interessanti laboratori di tagua – vegetale molto simile all’avorio, proveniente dai semi di una palma, la Phytelephas macrocarpa che cresce nella foresta amazzonica –, facilmente lavorabile dopo l’essiccazione. Viene utilizzato per la preparazione di rivestimentimosaicipavimentibottoni, gioielli, perline ed alcuni particolari di strumenti musicali, come le cornamuse. Dalla città è possibile raggiungere le Galápagos, un complesso di tredici isole vulcaniche maggiori (oltre a numerosi isolotti), situate nell’Oceano Pacifico, note con il nome di Arcipelago di Colombo e, designate, nel 1589, Isole Incantate. Successivamente, i naviganti cambiarono il nome, così come le conosciamo oggi, ispirati dalle tartarughe giganti presenti in grande quantità.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

L’Ecuador, Repubblica Presidenziale, con un’estensione territoriale di 283.561 kmq ed una popolazione di 17.037.000 ab. (secondo i dati del 2019), si suddivide in 4 regioni ben distinte: la Costa del Pacifico, la Cordigliera delle Ande, la Conca Amazzonica e l’Arcipelago delle Galápagos. Grazie alle dimensioni ridotte, che hanno diminuito al minimo i lunghi spostamenti, è stato possibile fruire di una notevole varietà paesaggistica e naturale: dai territori ammantati di boschi ai centri storici di Quito e Cuenca ricchi di beni culturali ed artistico-architettonici; dalla lussureggiante foresta amazzonica ai vulcani sormontati di neve; dai remoti insediamenti di pescatori alle foreste tropicali della costa (dove le mangrovie ostacolano l’erosione dei litorali, danno rifugio e sostentamento alle numerose specie di molluschi, pesci, crostacei ed uccelli); dalle incontaminate distese di sabbia dorata ai panorami mozzafiato; dalle rilassanti città (precolombiane e coloniali) ai villaggi sperduti in cui la cultura indigena è ancora molto viva e si riflette nei caotici mercati dalla straordinaria quantità di prodotti (oggetti tradizionali, opere d’arte popolare, tappeti e abbigliamento dai colori vivaci, cappelli di paglia di ottima fattura, utensili di legno, etc). Gran parte dei visitatori è attratta dagli abiti tradizionali di lana, dalla relativa cromaticità, sfoggiati con orgoglio dalle donne indigene, le cui gonne, pieghettate, scendono un po’ sotto il ginocchio, hanno l’orlo ricamato con motivi identitari (consentendo di individuare le comunità di appartenenza) e gli scialli ornati di frange realizzate con l’antica tecnica di tessitura precolombiana.

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*  Adele Quaranta è anche l’autrice del corredo fotografico, realizzato con il cellulare. Già Ricercatrice di Geografia economico-politica presso l’Università del Salento e Presidente dell’Associazione Culturale  G.ECO.S. («Geografia Ecosostenibilità Sviluppo»), è impegnata sia nella progettazione e realizzazione di un’ampia gamma di attività scientifico-culturali (incentrate su tematiche geo-economico-sociali), sia nella promozione e salvaguardia, in ambito nazionale e globale, delle specificità e complessità storico-geografiche e architettonico-paesaggistiche, nella convinzione che la “geografia” non è solo scienza dei luoghi, ma degli uomini e che nessun intervento di carattere operativo può essere intrapreso senza una preventiva lettura e analisi dell’organizzazione del territorio e delle vicende dell’habitat (si veda: www.gecos40.it). L’Autrice opera, inoltre, nell’ambito del volontariato coinvolgendo le scolaresche di ogni ordine e grado nella tutela delle “eredità” della società contadina (ormai quasi completamente scomparsa), puntando su numerose attività laboratoriali in grado di rafforzare le identità e tradizioni. Collabora, infine, con riviste e associazioni rivolte alla conoscenza, salvaguardia e valorizzazione del Salento, nonché con emittenti televisive locali (in particolare, Telerama e Terre del Salento, attive nelle province di LecceBrindisi e Taranto).

Adele Quaranta

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