La Crocifissione di Memling a Milano
La Crocifissione di Memling in esposizione al Museo diocesano di Milano fino al 17 maggio vuole insegnarci a dire tutto è compiuto e a vedere oltre il dolore l’alba della Resurrezione.
Cristo Crocifisso al centro, circondato sulla sinistra da San Giovanni Evangelista, che sorregge la Vergine addolorata, e dalla Maddalena, inginocchiata ai piedi della croce; mentre dall’altro lato appaiono San Giovanni Battista, che regge un agnello, e San Bernardo di Chiaravalle, santo protettore del committente, l’abate cistercense Jan Crabbe (1426-1488), nel dipinto inginocchiato in primo piano.
Questa è la scena davanti alla quale si troverà chi andrà al Museo Diocesano di Milano dal 19 febbraio al 17 maggio di quest’anno per visionare La Crocifissione di Hans Memling, capolavoro del Rinascimento fiammingo databile intorno al 1467-1470 e che vede un’artista molto maturo di esperienza nonché di età.
Breve spiegazione dell’opera
Tutta la scena è resa con meticolosità tipicamente fiamminga. Non maestri della prospettiva come i nostri pittori italiani, i fiamminghi fanno dei dettagli anche apparentemente insignificanti il fulcro della nuova consapevolezza dei mezzi dell’uomo e della sua potenza che determina il Rinascimento in sé.
Sullo sfondo della scena si apre un paesaggio collinare rappresentante la Bruge di quei tempi, come ad indicare che quell’Uomo che è morto sulla croce continua a salvare tutti noi anche nel presente.
In basso incontriamo subito la Maddalena che abbraccia la croce e quasi ci sembra di sentire sotto le nostre dita il velluto del suo vestito in decori rossi alternati ad un tessuto velato e delle maniche blu sulle sue braccia mentre si avvinghiano all’unica speranza della sua vita.
Lei che era stata liberata dai sette demoni, sette come numero di completezza, e che da allora lo aveva seguito e non lo aveva mai abbandonato, ora lo vede lì, appeso alla croce esanime e non può credere che sia tutto finito.
Alla sinistra il pathos di altri due personaggi è palpabile: il discepolo amato sorregge Maria che si abbandona al dolore e alle lacrime che sono così chiaramente visibili che viene quasi istintivo volerle asciugare.

Sulla destra il committente in ginocchio, l’abate cistercense Jan Crabbe con i suoi riferimenti spirituali, San Giovanni Battista e San Bernardo di Chiaravalle, l’uno che gli poggia la mano sulla spalla come per rassicurarlo che quello è il posto giusto, l’altro che lo spinge verso la croce come ad indicargli che quella è la via da percorrere.
Al centro, il legno della croce con un Cristo ormai morto, labbra livide e sguardo all’indietro, pallido. Sullo sfondo un bagliore, una luce che squarcia le tenebre del cielo e sovrasta l’oscurità del sole e della luna oscurati raffigurati a destra e sinistra del paesaggio. Quella luce annuncia la Resurrezione, la Pasqua, la vittoria della vita sulla morte.

<<È compiuto>>
Ad accogliere i visitatori un portale col versetto del Vangelo di Giovanni “Gesù disse: <<È compiuto>> e chinato il capo, emise lo spirito”. Una frase lapidaria che sembrerebbe non lasciar spazio alla speranza come a dire: È finita!
Se ci si ferma al corpo esanime del Cristo sì, tutto sembrerebbe concluso e irrimediabilmente finito, ma se ci si sforza a guardare oltre la croce si vedrà il chiarore intenso dell’alba di un nuovo giorno e lì sì che invece a vincere è la vita.
Quando tutto gira nel verso contrario, le prove dell’esistenza sono insormontabili muri, quando muore qualcuno che per noi è molto caro, quando le nubi della nostra vita sembrano non voler lasciare spazio alla luce allora si è tentati fortemente di dire “È finita”.
Se ci si ferma a pensare con la sola ragione interviene il meccanismo di difesa della paura che ci blocca in un sepolcro di pietra fredda e indistruttibile.
Quel silenzio di Dio che, inevitabilmente abbiamo sperimentato almeno una volta nella nostra vista, sembra volerci dire di rimanere immobili lì, sotto quella croce per sempre. Perché la nostra speranza è morta, la nostra vita non sembra più poter ricominciare, ci sentiamo persi, soli e impotenti.
Ma è proprio da quella croce che nasce l’alba del nuovo giorno, del giorno di Pasqua. È attraversando quel dolore, vivendolo nonostante ci sembri di non riuscire a sopravvivere avendo il cuore spezzato, lo stomaco accartocciato e il magone in gola che quasi non fa passare nemmeno l’aria, proprio in quel momento si può dire, come ha fatto Gesù, con il cuore dell’uomo giusto, “E’ compiuto” e non “E’ finita”.
Vai, vivi! Il debito è pagato
Davanti alla morte, davanti alla sofferenza e all’impotenza, al tradimento, agli insulti, alla diffamazione, all’ingiusta condanna, alla solitudine, al non trovare un proprio posto nel mondo, alla rabbia e a tutte le situazioni peggiori della vita si dovrebbe provar a dire un “E’ compiuto”.
Offrire quella sofferenza per un bene maggiore. Non occorre capire, occorre confidare che, di fronte ad un qualcosa di così immenso, troppo più grande di noi, bisogna mollare, abbandonarsi, gridare e lasciare andare.
Τετέλεσται è l’ultima parola pronunciata da Gesù sulla croce nel Vangelo di Giovanni, dal greco teleō significa portare a termine, pagare, saldare e nel tempo perfetto ad indica un’azione conclusa nel passato con risultati duraturi. Significa che il debito del peccato è pagato per intero, così come veniva scritto sui documenti del tempo per certificare che un debito era stato completamente saldato e nulla era più dovuto. La salvezza è realizzata, la morte non ha l’ultima parola. Vai e vivi, perché non “È tutto finito” ma “È tutto compiuto”.
Buon Sabato Santo, in attesa dell’alba della Pasqua.

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