Le Conseguenze del Referendum

Le Conseguenze del Referendum
La bandiera italiana Foto di Hongbin per Unsplash

Cosa Succede ora che Ha vinto il no?

Durante le elezioni parlamentari del 2022, la riforma della giustizia era stata al centro della campagna elettorale del centro-destra. Secondo Giorgia Meloni ed i suoi alleati, era necessario cambiare il modo in cui funziona la magistratura per garantire una maggiore imparzialità da parte di giudici e magistrati.

Dopo la loro vittoria alle elezioni, le forze del centro-destra hanno proposto come soluzione la separazione delle carriere. In base alla nuova proposta, non sarebbe stato più possibile per un magistrato cambiare carriera per diventare giudice e viceversa.

Secondo i sostenitori della riforma, la separazione delle carriere avrebbe impedito la formazione di correnti politiche all’interno della magistratura. Diversi magistrati e i partiti all’opposizione fecero notare che già ora è difficile per un magistrato o giudice cambiare carriera.

Inoltre, la riforma proposta dal governo fu criticata in quanto prevedeva la creazione di un’Alta Corte disciplinare, in parte controllata da membri selezionati dal parlamento. Per questo motivo, i critici sostenevano che la riforma proposta dal governo avrebbe indebolito l’indipendenza di giudici e magistrati.

Dato che le forze di centro-destra non avevano i voti necessari per approvare la riforma direttamente in Parlamento, gli italiani sono stati chiamati alle urne per approvare il passaggio o meno della riforma.

La campagna elettorale del referendum è iniziata il 14 gennaio 2026 e si è conclusa il 21 marzo. Secondo le prime previsioni, ci sarebbe stata una bassa affluenza alle urne, ma era difficile calcolare se avrebbe vinto il sì o il no alla riforma.

Dopo la chiusura delle urne il 23 marzo, si è però scoperto che le inziali previsioni si sono rilevati sottostimati. Più del 58% degli aventi diritto si sono presentati alle urne e il no (ossia l’opposizione alla riforma della giustizia) ha vinto contro il sì con un margine di circa 2 milioni di voti.

La Riforma della Giustizia

Le caratteristiche del voto

In totale, il sì ha vinto in sole tre regioni (Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia), mentre il no ha prevalso nel resto d’Italia.

Il voto per età mostra una minore propensione al Sì tra i più giovani (31,6%) e, in misura diversa, anche tra gli elettori più anziani (36,6%), mentre raggiunge invece i suoi livelli più alti nelle età centrali, soprattutto tra i 45-54 anni, l’unico gruppo tra cui ha prevalso (51,7%).

Anche il livello di istruzione segnala una frattura riconoscibile: il Sì è più forte tra i meno istruiti (54,6%), mentre il No sale al crescere del titolo di studio, specie tra laureati e post-laureati (71,2%).

Il dettaglio più interessante è come il voto al referendum sembra aver creato delle spaccature all’interno della base elettorale del centro-destra.  Nel Sud Italia, una quota tra il 10 e il 30% di elettori del centrodestra ha votato per il no. Inoltre, tra il 12 e il 15% dell’elettorato del centro destra in meridione non si sarebbe presentato alle urne.

Nel nord Italia, la base elettorale del centro-destra si è mostrata più compatta nelle grandi città come Torino, Genova e Milano. Tuttavia, Forza Italia, Fratelli d’Italia e la Lega hanno avuto meno fortuna nelle aree periferiche del nord (il sì al 41% per FI, al 47% per la Lega, e all’82% per FdI).

Secondo gli exit poll, la maggior parte di chi ha votato no (circa il 62%) semplicemente non voleva che fosse modificata la costituzione. Circa il 35% voleva invece dare un segnale politico contro il governo di Giorgia Meloni.

Le conseguenze

Oltre ad aver posto fine alla riforma proposta dalla Presidente del Consiglio, la vittoria del no al referendum sembra aver rivitalizzato le forze d’opposizione e causato una crisi interna nel governo.

Il PD e il Movimento 5 Stelle (noti anche come Campo Largo) si sono affrettati a dichiarare che la vittoria del no è stata merito loro. Per questo motivo, i leader di questi due partiti contano di poter ripetere questo successo alle prossime elezioni amministrative.

Tuttavia, le tensioni tra Elly Schlein e Giuseppe Conte non sembrano essere diminuite. Dato che buona parte del Sud Italia, zona dove il M5S è particolarmente forte, ha votato contro la riforma della giustizia, Conte vuole ora essere messo a capo del Campo Largo.

In vista delle elezioni del 2027, il centro-sinistra dovrà presentare un candidato premier da opporre a Giorgia Meloni. Per questo motivo, Conte ha proposto di indire delle primarie attraverso cui sceglierlo.

Per ora, i candidati includono lo stesso Conte, Schlein e la sindaca di Genova Silvia Salis.

Nel frattempo, i vari partiti di centro-destra stanno cercando di capire cosa abbia causato la loro sconfitta al referendum. Sebbene Giorgia Meloni abbia dichiarato che il fallimento della riforma non influenzerà in alcun modo il suo governo, le sue recenti azioni sembrano raccontare un’altra storia.

A meno di una settimana della vittoria del no, alcuni membri del governo hanno già dato le dimissioni. Il primo è stato il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, accusato di possedere quote di una società legata alla figlia di un boss della mafia.

Assieme a Delmastro, si è anche dimessa Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della giustizia. Bartolozzi si era distinta per i suoi numerosi attacchi contro la magistratura, incluso paragonarla ad un plotone d’esecuzione pochi giorni prima del voto per il referendum.

Anche Daniela Santanchè è stata costretta alle dimissioni, dopo che Giorgia Meloni ha minacciato di farla sfiduciare dal Parlamento se non se ne andava di sua spontanea volontà. La Ministra al Turismo era ben nota per essere coinvolta in numerosi processi legali, ma per anni la Presidente del Consiglio aveva sostenuto la sua innocenza.

Meloni non è l’unica che sta cercando di trovare i responsabili della sconfitta al referendum. Il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri è stato costretto a dimettersi, dopo essere stato criticato da 14 dei 20 senatori di Forza Italia presenti in Senato. Nel frattempo, sta crescendo il malumore anche contro il capo di partito Antonio Tajani.

Nel frattempo, il ministro della giustizia Carlo Nordio ha escluso l’idea di dimettersi anche se era stato uno dei maggiori sostenitori della riforma della giustizia. Tuttavia, durante il suo discorso in Parlamento, molti suoi alleati e compagni di partito non erano presenti ai loro seggi.

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Raffaele Gaggioli

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