L’arte calda di Banksy e dei maestri della Street Art, visti da Daniel Buso

L’arte calda di Banksy e dei maestri della Street Art, visti da Daniel Buso

di Luisa Muttin

Si è appena conclusa l’acclamata e affollata mostra dedicata a Banksy e ad altri grandi protagonisti della Street Art a Palazzo Sarcinelli, a Conegliano, curata da Daniel Buso con Artika, in collaborazione con Deodato Arte e la città di Conegliano. A partire da questo successo, ho intervistato il curatore, che racconta la sua profonda passione per l’arte e per quei linguaggi capaci di parlare a tutti.

 C’è un momento di verità, quasi tagliente, quando ci si trova davanti a un’opera di Banksy: una lama che attraversa, ma che allo stesso tempo rivela un amore incondizionato per la realtà. La coerenza che si percepisce sui muri di Palazzo Sarcinelli sembra arrivare da lontano, da un percorso che Daniel ha scelto di raccontare con attenzione ai dettagli e con un impianto tematico che evita ogni rigidità accademica.

La mostra, attualissima e aperta a numerose scuole, trova nei più piccoli i visitatori più attenti e ricettivi. Si vede Daniel chinarsi alla loro altezza, spiegare con semplicità la forza di Banksy, di Haring, di Obey: il poster rivalutato, lo stencil seriale, gli omini che hanno portato il graffitismo nelle istituzioni. E i bambini, incantati, ascoltano questi racconti come fossero storie nuove.

Come è nata la sua passione per l’arte contemporanea e quale percorso l’ha portata ad avvicinarsi in particolare al lavoro di Banksy?

La mia passione è nata all’università, a Venezia, dove mi sono avvicinato all’arte contemporanea, alle avanguardie e soprattutto al Novecento. Da lì il passaggio alla Street Art è stato breve: la ricerca e la novità mi hanno sempre affascinato, e l’idea di condivisione che porta con sé l’ho trovata da subito molto interessante.

Quali criteri ha seguito nella costruzione del percorso espositivo e quali aspetti del linguaggio di Banksy ha ritenuto fondamentali da mettere in evidenza in questa mostra?

I criteri seguiti sono stati soprattutto tematici. Una mostra cronologica sarebbe risultata troppo accademica, quindi abbiamo scelto quattro temi: ribellione, costumismo, guerra e pacifismo, controllo sociale, politico e religioso. Questo permette di far convivere, nella stessa sezione, artisti degli anni ’80 come Haring e autori degli anni ’90 come Tvboy.

Così il percorso resta leggero e mai monotono. Se avessimo separato gli artisti per autore ,tutto Obey da una parte, tutto Banksy dall’altra , il risultato sarebbe stato molto meno dinamico rispetto al mescolare le loro opere.

L’anonimato di Banksy è una scelta identitaria e un valore da rispettare. Come incide sulla lettura della mostra e sulla percezione del pubblico?

Il fenomeno Banksy è inseparabile dal suo anonimato: è ciò che lo rende intrigante e, paradossalmente, gli garantisce una visibilità enorme. Da un lato è un artista molto attivo, anche politicamente; dall’altro mantiene un riserbo assoluto sulla sua identità, e questo alimenta il mistero.

Se pensiamo a un artista come Blu, nell’underground molti sanno chi è, ma non si è mai creato lo stesso interesse popolare. Banksy invece è diventato un’icona globale, e questo cambia tutto. Alla fine, ciò che conta davvero è il suo messaggio e la sua forza sociale, che arrivano ovunque indipendentemente da chi si nasconda dietro il nome.

Secondo lei, l’evoluzione del mercato ha cambiato la coerenza stilistica di Banksy o l’umanità del suo messaggio resta predominante?

Secondo me la sua coerenza resta intatta. Il mercato è un elemento necessario: garantisce a un artista le risorse per continuare a lavorare, altrimenti rischia di restare nell’underground senza la possibilità di agire davvero. Il messaggio di Banksy, invece, non cambia: è lo stesso da sempre.

Gli interventi urbani di Banksy, anche quando crudi e diretti, sono sempre un atto di libertà e un gesto d’amore verso la verità. In un mondo che chiede continuamente la sua identità, quanto è difficile preservare questa dimensione di libertà che è parte integrante del suo linguaggio?

Banksy non si fa condizionare. Il suo messaggio resta contro le istituzioni, anche quando queste lo assorbono e lo normalizzano. Lo si vede bene con le opere da lui attaccate illegalmente nei musei: prima respinte, poi accolte nelle collezioni quando lui diventa famoso. Così la ribellione perde un po’ della sua carica, ma allo stesso tempo rinnova l’istituzione. È un processo reciproco che funziona per entrambi.

Negli ultimi anni il mercato della contraffazione legato a Banksy è cresciuto molto. In che modo un collezionista può verificare l’autenticità di un’opera prima dell’acquisto?

Per verificare l’autenticità di un’opera di Banksy è necessario rivolgersi a Pest Control, la società inglese che da anni certifica ufficialmente i suoi lavori. Finché la sua identità è rimasta sconosciuta, Pest Control si è imposto come unico ente autorizzato e il mondo dell’arte ha accettato questa prassi. Ora che forse la sua identità è stata individuata, potranno cambiare altri aspetti del sistema, ma la certificazione resta fondamentale.

Banksy è noto per interventi improvvisi e azioni spontanee nelle città. Su quali canali può fare affidamento chi desidera restare aggiornato sulle sue iniziative più ricercate ?

Con Banksy è semplice restare aggiornati: pubblica tutto sulla sua pagina Instagram ufficiale, dove condivide solo murales appena realizzati o nuove opere. Seguirlo lì è il modo più diretto e autentico per sapere cosa sta facendo.

È stato emozionante per lei avvicinare il pubblico al mondo di Banksy attraverso questa mostra? Che tipo di riscontro ha percepito dalle persone?

Ho percepito entusiasmo raro con altri artisti . Altri hanno anche loro tanto successo di pubblico ma con Banksy tanti condividono le sue frasi commuovendosi in alcuni casi ed è molto piaciuto lo mescolamento con altri autori . Perché Banksy non è un fenomeno isolato ma parte di un movimento molto più ampio .

Redazione

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