La percezione del rischio e la minaccia Russa: in tempo di pace si vede la sicurezza in modo diverso?
La percezione del rischio e la minaccia Russa: perché in tempo di pace ogni nazione vede la sicurezza internazionale in modo diverso?
di Maurizio Catello Pennarola *
La sicurezza internazionale è influenzata da una serie di fattori storici, culturali, economici e tecnologici che plasmano la percezione della minaccia di una guerra in ogni nazione in modo diverso. Cerchiamo insieme di capire perché la percezione è diversa in ogni stato ed in ciascuno di noi, e cerchiamo di capire i rischi concreti attuali e nel breve futuro, guardando ai fatti, e non alle percezioni emotive oppure ai pareri di chi parteggia per uno o l’altro belligerante.
Perché ogni nazione ha una percezione diversa della sicurezza?
Ogni paese ha una visione distinta del rischio. Le nazioni che hanno vissuto conflitti recenti, o quelle che hanno subito le conseguenze di un dominio, sono più sensibili alle minacce militari di potenze vicine, mentre quelle con una più lunga stabilità oppure distanti fisicamente tendono a considerare la sicurezza da un punto di vista diverso. Si inseriscono nel dibattito alcuni che sostengono in modo utopistico, per quanto auspicabile, che la pace si possa realizzare attraverso il disarmo.
Anche i media e gli attori istituzionali giocano un ruolo chiave nel modellare la percezione del rischio. Si pensi ai paesi, spesso se distanti dal potenziale attaccante, nei quali gli attacchi informatici vengono considerati un pericolo prioritario. In altri, di norma confinanti, ci si concentra maggiormente sulla protezione dalle minacce fisiche.
E’ reale la minaccia russa?
In questo contesto, la Russia è spesso al centro di queste narrazioni, con alcuni stati che vedono Mosca come una minaccia diretta alla loro sovranità, ed altri meno convinti.
Nell’ultimo decennio, gli interventi russi in Ucraina hanno aumentato in molti la preoccupazione per un’espansione militare più ampia.
La Russia ha ragioni storiche e culturali che influenzano la propria politica estera ed è diventata un attore chiave, con politiche estere assertive, un’economia che si è trasformata in un’economia di guerra, e strategie di destabilizzazione che possono incidere sulla geopolitica globale. Attualmente utilizza strumenti di guerra convenzionale ed ibrida con disinvoltura, inclusi cyberattacchi e campagne di disinformazione, influenzando la sicurezza globale, non soltanto la sua percezione.
Nel 2025, il budget per la difesa della Russia è stato di 13,2 trilioni di rubli (~146 miliardi di dollari) che sembra a prima vista inferiore rispetto ai 350 miliardi di Euro dell’UE. Ma in termini di potere d’acquisto, la spesa militare russa è pressappoco equivalente a quella dell’intera Europa per via dei più bassi costi di acquisizione e manodopera. Questa espansione ha trasformato l’apparato industriale russo, con il settore privato ormai molto coinvolto nella produzione bellica.
La Russia ha attualmente la capacità di produrre al mese all’incirca 125 carri armati, 250 veicoli corazzati, 50 missili Iskander, 80.000 droni.
Parte di questi armamenti non viene inviata subito al fronte, ma accumulata come riserva strategica, segno che Mosca, parallelamente alla guerra in Ucraina, sta pianificando a lungo termine non solo il ripristino, ma la crescita della propria potenza militare.
Se la guerra in Ucraina dovesse terminare a fine 2026, la Russia potrebbe disporre di una potenza militare modernizzata e pronta al combattimento di tutto rispetto pari a 3.000 carri armati, 7.000 veicoli corazzati, 6.000 missili Iskander, 2 milioni di droni. Queste stime non includono munizioni, artiglieria, sistemi antiaerei e missili di precisione, che sono anch’essi prodotti in grandi quantità.
Inoltre la Russia, a fine guerra, dovrà affrontare notevoli ostacoli nel tornare a un’economia di pace per le seguenti ragioni:
- Dipendenza strutturale dalla produzione militare: l’industria bellica è diventata centrale per l’occupazione e la crescita, e la sua riconversione, dovendo reintegrare centinaia di migliaia di militari, richiederebbe molti mesi, se non anni, ed importanti investimenti.
- Inflazione e carenza di manodopera: molti dei precedenti lavoratori sono emigrati per non combattere, o arruolati, ed il loro rientro nel settore civile non sarebbe immediato, con conseguenze sulla pressione salariale e sull’aumento dei prezzi.
- Rischio di recessione: la crescita del PIL rallenterebbe, e la ridotta spesa militare non potrebbe sostenere l’economia se la spesa civile non venisse bilanciata presto e bene.
Moldova e Georgia: i prossimi obiettivi?
Per le suddette ragioni, alcuni analisti ritengono che la Russia possa successivamente prendere di mira altre nazioni, anche se non appartenenti alla NATO, come la Moldova e la Georgia.
- Moldova: La regione separatista della Transnistria è sotto l’influenza russa e ospita truppe di Mosca. Se la Russia consolidasse il controllo sull’Ucraina meridionale, la Moldova potrebbe essere un obiettivo strategico.
- Georgia: Già invasa dalla Russia nel 2008, conserva territori contesi come Abkhazia e Ossezia del Sud. Se la Russia percepisse una debole risposta internazionale, potrebbe tentare di estendere il proprio controllo.
In alternativa, la Russia potrebbe nuovamente aprire fronti in territorio asiatico o nell’artico.
La possibilità di attacchi russi a paesi NATO
Secondo fonti occidentali attualmente tenute in considerazione da diversi Governi, la Russia potrebbe anche prepararsi ad uno scenario che prevede un conflitto diretto con la NATO nei prossimi anni. Nel 2026 gli armamenti disponibili e la preparazione dell’esercito non lo consentirebbe, ma alcuni esperti ipotizzano una possibile aggressione tra cinque e otto anni correlando l’aumento della produzione di armamenti, l’ammodernamento tecnologico, l’addestramento delle truppe, ed una crescente cooperazione con Cina e altri alleati.
La Russia in caso di aggressione ad un Paese NATO nel breve periodo potrebbe effettivamente trovarsi avvantaggiata, principalmente per il disimpegno americano in Europa. Altro fattore che inizialmente potrebbe sembrare un vantaggio per i russi è che pur se nel 2025 il budget per la difesa della UE è stato di 350 miliardi, il risultato di questa spesa, a causa degli alti costi e del potere d’acquisto, e soprattutto per via della frammentazione in Stati Nazionali e delle conseguenti duplicazioni di spesa in prodotti di capacità similari, si traduce nella limitata produzione di armamenti. Infatti l’Europa è in grado di produrre all’anno poche centinaia di carri armati, un migliaio di veicoli corazzati, qualche centinaio di missili (meno capaci di quelli russi), decine di migliaia di droni, ed un basso numero di munizioni: pochissimo quindi rispetto alla produzione russa, tale da divenire un deterrente molto limitato in caso di conflitto. L’attuale livello di preparazione militare Europea è quindi un rischio per la sua stessa sicurezza, e questi fattori potrebbero invogliare qualche ‘oligarca’ russo a spingere il proprio Governo a tentare di ‘riprendere’ territori una volta dell’Unione Sovietica, oppure espandersi nell’artico ove la Russia controlla già la gran parte della superficie geografica, e questo rischio per la sicurezza è molto sentito da parte USA, che infatti ha recentemente manifestato interesse per la Groenlandia.
Tuttavia, a favore dello scenario più realistico, si deve considerare che nel medio lungo periodo l’Alleanza Atlantica nel suo complesso rappresenta un deterrente più che significativo: un attacco a un paese membro attiverebbe quasi certamente la difesa collettiva prevista dall’Articolo 5. Le Forze Armate Europee, pur potendo contare su un ridotto approvvigionamento annuo, sono comunque tecnologicamente molto avanzate e coese, e si addestrano da anni ad operare insieme avendo nel tempo rafforzato l’interoperabilità di mezzi e tattiche. L’Europa inoltre reagirebbe nel tempo convertendo il proprio potente apparato industriale. Infine, invocare l’Articolo 5 potrebbe causare ripensamenti sulla presenza dello “Zio Sam” in Europa, rendendo quindi una guerra su larga scala altamente rischiosa per Mosca.
In sintesi negli ultimi decenni, a causa della frammentazione in Stati ed all’abdicazione da parte della politica di alcune nazioni europee della difesa della propria sovranità militare, la deterrenza nel tempo è stata di fatto esercitata attraverso un massiccio impiego di personale ed armamenti statunitensi nel nostro territorio. E’ invece ormai fondamentale, visto il disimpegno USA in Europa, ristabilire un’adeguata deterrenza convenzionale europea in tempi brevi.
Incremento al Budget della Difesa UE
Considerando la recente riluttanza da parte degli Stati Uniti di ‘gestire a distanza’ la sicurezza Europea visti gli alti costi sostenuti dalla fine della seconda Guerra Mondiale, e considerando gli alti costi di produzione, le limitate quantità di materiale bellico prodotte annualmente rispetto a quello russo, le sfide poste dalla sicurezza internazionale, e considerando la percezione del rischio da parte di diverse nazioni europee, specie quelle più prossime al confine con l’orso russo, si spiegano le recenti decisioni europee di investire in ‘deterrenza’, alzando la percentuale del PIL delle nazioni al 3.5%, che raggiungerà il 5% se sommato ad un 1.5 % di spese ‘collegate’ alla Difesa.
L’intento di tale crescita negli investimenti nella Difesa è ridare quindi credibilità al sistema di difesa collettivo NATO, da un lato impedendo l’eventuale attacco incrementando il personale e l’arsenale convenzionale quale deterrente, con una possibilità di reazione più credibile nel breve/medio termine, e dall’altro predisponendo un apparato di ‘difesa’ comune che possa resistere per il tempo necessario all’Europa a riorganizzare la propria economia. Si aggiungano le spese necessarie alla difesa comune in ambito internazionale, considerando gli imprevedibili scenari futuri.
E’ evidente che tale incremento di spesa possa essere mal visto da molti settori della società civile in quanto sottrae risorse ad altri settori vitali, ma la situazione, critica da decenni, richiede di assumere decisioni difficili.
Tali pur buone intenzioni a carattere meramente finanziario non raggiungeranno il fine prefissato se, nel contempo, non si giungerà all’auspicata nascita degli Stati Uniti d’Europa, unico modo che consentirà di disporre di una unica politica unica estera e di Sicurezza e Difesa, e di conseguenza la razionalizzazione delle spese militari, oggi oggetto di duplicazioni insostenibili ai fini dell’efficacia dello strumento militare europeo.
Tecnologia e innovazione
Le nazioni più distanti fisicamente dalla minaccia, specie se maggiormente digitalizzate, temono i cyberattacchi, mentre quelle più vicine e con infrastrutture meno avanzate si preoccupano maggiormente delle minacce fisiche. La Russia, con sofisticate operazioni informatiche, rappresenta da questo punto di vista una delle principali fonti di rischio per i paesi tecnologicamente avanzati.
La domanda da porsi nella realtà è: quanto seriamente la Russia prende la minaccia occidentale di reagire ad attacchi cibernetici con una guerra convenzionale? Probabilmente poco considerando che continuano senza sosta, e per questa ragione sono spiegabili le recenti dichiarazioni di Alti Ufficiali della NATO che parlavano proprio della necessità di difendersi da questo tipo di attacchi anche attraverso azioni di attacco cibernetico preventivo tese ad annichilire i server attaccanti. Tali azioni, se condotte in modo mirato, sono tese proprio a rispondere colpo su colpo dimostrando credibilità, e quindi diminuendo il rischio di ritorsioni sul piano convenzionale.
Impatti dell’incremento degli investimenti in Difesa sull’economia delle nazioni europee
Una temporanea allocazione del 5% del PIL nazionale sino al raggiungimento di un adeguato livello di prontezza delle nazioni europee non sarà nocivo. Anche perché, come si diceva, si tratta nella realtà di incrementare la percentuale effettiva dal 2% al 3,5% del PIL, poiché il rimanente 1,5% in spese correlate è facilmente raggiungibile ‘contabilmente’ assegnando a tale % diverse spese in infrastrutture critiche, comunque necessarie. Inoltre da sempre le spese nel settore della difesa corrispondono in parte ad investimenti per il futuro del settore civile, vedasi ad esempio i ritrovati tecnologici che hanno avuto ritorni importanti, quali il radar oppure il GPS. Al contrario, la nazione che non lo facesse, rischierebbe l’emarginazione in taluni settori industriali rilevanti, in seguito impossibili da recuperare. Fondamentale in temporanea assenza di una Politica Europea unica Estera e di Difesa (come detto auspicabile), sarebbe invece procedere ad accordi tra Nazioni europee al fine di sviluppare congiuntamente requisiti militari e capacità mancanti, come ad esempio la Difesa Aerea e Missilistica Integrata, oppure trovare accordi che evitino duplicazioni in termini di sviluppo e produzione in Europa, distribuendo quindi il lavoro alle varie industrie nazionali affinché si concentrino ciascuna in specifici domini e settori chiave importanti per l’Europa (esempio: massimo due o tre aziende che sviluppano navi, due/tre che sviluppano aerei, due/tre che sviluppano carri armati etc).
Israele, Iran e guerra nucleare
Abbiamo assistito di recente al conflitto Israeliano contro i terroristi nei territori del Libano e della Palestina oltre che all’attacco all’Iran, che hanno sconvolto il panorama mediorientale operando in assenza di risoluzioni ONU e quindi in conflitto con il Diritto Internazionale. E’ vero che già in altre occasioni in passato il Diritto Internazionale è stato disatteso, ma tali circostanze, indipendentemente dalle ragioni e delle colpe specifiche delle parti, causano maggiore incertezza, hanno un forte impatto sulla percezione di sicurezza dei cittadini. Si portano ad esempio l’intercettazione da parte del Sitema BMD (Ballistic Missile Defence) della NATO di tre missili balistici lanciati dall’Iran verso l’Europa, fatto mai accaduto nella storia dell’Europa e dell’Alleanza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ed il lancio da parte dell’Iran di un missile a circa 4.000 Km, dimostrando di avere la capacità di colpire obiettivi in Europa. La percezione della minaccia è cambiata improvvisamente.
Una considerazione a parte merita la percezione del rischio di una guerra nucleare. Vero che la dottrina di nazioni come la Russia consente l’impiego di armi atomiche qualora sia posta a rischio la sicurezza nazionale, ma si deve considerare che lo stesso avverrebbe, nella pratica, da parte delle nazioni occidentali. Per tale ragione, considerando il vasto armamento nucleare dispiegato nel mondo, la deterrenza attuale è tale da rendere il pericolo non immediatamente concreto.
Gli ultimi sviluppo evidenziano quindi quanto sia necessario perseguire il rinnovo dei trattati internazionali che in passato ne hanno limitato la proliferazione, così come allo stesso tempo sia necessario impedire che Stati, che dichiarano l’intenzione di usarle, ne entrino in possesso, anche perché si è dimostrato che avrebbero la capacità di impiegarle ben fuori dei teatri regionali.
Percezione del cittadino occidentale
Al termine di tale disamina, prolungata per assicurare chiarezza, e si spera per questo non noiosa, possiamo affermare che il vero problema della differenza nella percezione della realtà da parte del cittadino occidentale rispetto ad altri nel mondo è la mancanza di un servizio pubblico di informazione credibile e ‘neutro’ dal punto di vista politico, che possa fornire solo numeri, circostanze, fatti, prove, evidenze, che consentano al singolo di farsi una propria idea. Troppo spesso infatti il cittadino, avvolto nella nebbia della disinformazione o peggio dell’informazione di parte, parteggia per una o per l’altra corrente politica solo per ‘senso di appartenenza’, a volte purtroppo demonizzando a turno le forze armate e le forze dell’ordine, oltre che l’approvvigionamento di mezzi di difesa, spesso senza rendersi conto che talune decisioni, specie quelle relative alla sicurezza nazionale, devono essere responsabilità di tutti. E questo dovrebbe essere spiegato a tutti con chiarezza. Ad esempio le nazioni che si professano neutrali sono in grado di coinvolgere maggiormente i cittadini dal punto di vista della sicurezza tanto da sottoporli annualmente a programmi di addestramento difensivi.
A dimostrazione della disinformazione che si annida nel nostro paese, si porta l’esempio dei 5 Stelle che inizialmente erano convintamente contrari al programma F35. In seguito ne sono invece divenuti i principali finanziatori, proprio quando hanno compreso l’effettiva realtà della situazione della difesa nazionale ed internazionale, ed i ritorni di tale programma.
Conclusione
La percezione del rischio varia da paese a paese, e la Russia è uno degli attori che maggiormente la influenzano nel mondo occidentale. L’ impatto delle sue scelte si estende oltre i confini ucraini, coinvolgendo strategie militari, cyberattacchi e questioni energetiche, influenzando la recente strategia di riarmo in Europa a fini di deterrenza. Un appello alla Politica, quella vera, affinché comprenda che divulgare correttamente questi fattori, dissociandoli dall’appartenenza politica, è essenziale sia per sviluppare politiche efficaci di Difesa e cooperazione globale sia per assicurare una corretta percezione della realtà da parte del cittadino. E’ altresì auspicabile che la Politica, sempre quella vera, comprenda l’importanza storica della creazione degli Stati Uniti l’Europa, che interporrebbe tra Stati Uniti d’America Russia e Cina un importante e potente colosso economico e militare, prima che sia troppo tardi.
Maurizio Catello Pennarola
Generale della Riserva
Lauree in Ingegneria e Scienze Politiche
Master in Relazioni Internazionali e Difesa Cibernetica
Precedente Direttore del Programma BMD NATO
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