Referendum e giustizia: cos’è la separazione dei poteri

Referendum e giustizia: cos’è la separazione dei poteri
Foto di Sora Shimazaki su pexels.com

La separazione dei poteri: da Montesquieu all’Assemblea Costituente

Referendum, giustizia e separazione dei poteri: una questione di democrazia

Si deve votare no? Si deve votare si? Quali sono le ragioni del si? E quelle del no? Ma perché andiamo a votare? A cosa serve tutto ciò? Domande tutte lecite, risposte spesso poco esaustive. Riformare, migliorare, ottimizzare la struttura dello Stato.

Ecco che,  improvvisamente si bombardano i cittadini con una campagna referendaria sull’architettura dello Stato ed uno dei temi centrali della discussione politica diventa la magistratura, senza aver prima spiegato loro il perché.

Nella storia repubblicana, come accade anche in questo periodo, è successo molte volte di utilizzare strumenti di democrazia diretta e dunque il referendum, per interrogare la popolazione sulla modifica totale o parziale di articoli della Costituzione. Discussione del tutto legittima.

Le istituzioni democratiche non sono strutture immutabili, possono essere discusse, riformate, migliorate. Ma un aspetto che rimane in secondo piano nel dibattito pubblico quotidiano è che, dietro ogni equilibrio istituzionale c’è una storia politica, culturale e istituzionale che lo ha prodotto.

Il limite al potere: un’idea che nasce nell’Illuminismo

Le istituzioni non nascono per caso. Per comprendere perché la separazione dei poteri sia un tema tanto importante per le democrazie moderne è necessario aver fatto bene i compiti di storia e tornare indietro di qualche secolo.

Francia, XVIII secolo, siamo nel pieno dell’Illuminismo, filosofi e giuristi europei iniziarono ad interrogarsi su una questione fondamentale, ovvero, come evitare che il potere si concentri nelle mani di un unico uomo.

Questa necessità, nasceva dall’esperienza delle monarchie assolute allora presenti in Europa e dal crescente malcontento sempre più diffuso tra le classi popolari. In questo contesto storico, il filosofo, Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, nell’opera De l’esprit des lois (Lo spirito delle leggi), elaborò un principio semplice e rivoluzionario: per evitare l’abuso del potere, le funzioni fondamentali dello Stato non devono concentrarsi nelle stesse mani, ma devono essere distribuite tra poteri distinti.

Proprio da questo pensiero nasce uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto, la separazione dei poteri: legislativo (che approva le leggi), esecutivo (che governa e le applica) e giudiziario (che giudica quando le leggi vengono violate). L’obiettivo era ed è tutt’ora quello di garantire un sistema di pesi e contrappesi, in cui nessuno dei tre poteri abbia libero arbitrio.

Questo principio verrà poi ripreso nelle varie costituzioni moderne. Anche i nostri padri costituenti la inserirono all’interno della Costituzione italiana entrata in vigore il 1 gennaio 1948, nata dopo l’esperienza della dittatura fascista e costruita proprio per evitare nuove concentrazioni di potere.

La giustizia il tema del dibattito contemporaneo

Nel corso della storia repubblicana, il tema della giustizia è tornato più volte al centro del dibattito pubblico. Nello specifico, i tempi processuali, l’organizzazione della magistratura, il rapporto tra pubblici ministeri e giudici, tutte questioni che alimentano le discussioni pubbliche e politiche.

Una delle proposte che periodicamente torna al centro del confronto e del dibattito politico è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Come accade spesso nei temi istituzionali, il dibattito attuale si divide tra chi ritiene la riforma necessaria e chi invece, teme che possa alterare alcuni equilibri del sistema.

Il quesito referendario, nello specifico, riguarda la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti (chi richiede l’azione penale o istruttoria). In concreto, prevede la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.

Viene inoltre introdotta un’Alta Corte disciplinare, chiamata a occuparsi dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, sottraendo questa funzione al CSM.

L’obiettivo dichiarato della riforma è quello di rafforzare la distinzione tra chi giudica e chi accusa, modificando l’attuale assetto previsto dalla Costituzione italiana.

Le ragioni di chi sostiene il SI

Chi sostiene la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, ritiene che dividere le carriere possa rendere il sistema giudiziario più chiaro, equilibrato ed efficiente.

Inoltre, chi sostiene questa posizione reputa che, separare le carriere tra chi accusa e chi giudica, possa rafforzare la percezione di imparzialità del processo e, dunque avvicinare il sistema processuale italiano a quello di altri ordinamenti europei.

Esercizio di immaginazione: ha vinto il SI

Immaginiamo che il referendum confermativo, dunque senza quorum, si sia appena concluso e la riforma sia stata approvata. Il giorno dopo il voto. Da questo momento le carriere tra pubblici ministeri e giudici sono separate.

Da oggi, secondo i sostenitori della riforma, per la giustizia italiana si aprirebbe una nuova fase. Di fatto d’ora in poi,  il ruolo dell’accusa e quello del giudice, saranno distinti. Due carriere diverse, due percorsi di studio diversificati.

I processi potrebbero essere più equilibrati, la garanzia di un processo più equo potrebbe portare più fiducia nel sistema, un processo più veloce, non più mesi o anni di attesa, ma un processo più veloce é realmente garanzia di equità?

Nuovi equilibri, nuovi assetti, nuove dinamiche tra magistratura e politica. Le riforme, raramente producono effetti lineari. Possono migliorare qualche aspetto del sistema ed allo stesso tempo aprire nuovi interrogativi.

Le ragioni di chi sostiene il NO

Dall’altra parte del dibattito, c’è chi ritiene che la separazione delle carriere  possa indebolire uno dei pilastri della struttura statale italiana, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

Chi sostiene questa posizione, reputa che mantenere le cose come stanno, ovvero giudici e pubblici ministeri all’interno dello stesso ordine, garantisce e protegge meglio l’equilibrio tra i poteri dello Stato e assicura una maggiore distanza del potere politico.

Esercizio d’immaginazione: ha vinto il NO

Immaginiamo dunque lo scenario opposto. Tutto rimane esattamente com’è. Il referendum confermativo, senza quorum, si è concluso e la riforma non è passata. Il sistema dunque, rimane quello attuale.

Come previsto nella Costituzione, giudici e pubblici ministeri continuano a far parte dello stesso orine della magistratura. Per chi sostiene il NO, questo equivale a preservare un equilibrio istituzionale costruito nel secondo dopoguerra, pensato per garantire l’indipendenza della giustizia.

Tempi dei processi, efficienza degli uffici, organizzazione del sistema, tutto alla vecchia maniera, ma siamo sicuri che non riformarsi sia sempre la scelta migliore? Il progresso di una nazione si misura, anche, attraverso le riforme innovative ed adatte al suo tempo.

Con equilibrio, riformare è possibile

Al di là delle diverse posizioni sul referendum, di base, molti concordano su un punto, il sistema giudiziario italiano ha bisogno di essere riformato, è necessario fare interventi che ne migliorino il funzionamento.

La durata dei processi, l’organizzazione degli uffici giudiziari e la complessità delle procedure, sono tutte questioni che vengono segnalate da anni. E’ necessario intervenire su questi aspetti ma quando si mettono mano agli equilibri istituzionali, la cautela è inevitabile.

Le riforme sono legittime e spesso necessarie, ma la questione fondamentale, quella vera è come realizzarle senza intaccare l’equilibrio di pesi e contrappesi che rappresenta uno dei pilastri della democrazia costituzionale.

Quando si discute di giustizia e referendum, non si parla solo di organizzare tribunali o procedure processuali. Si parla, nel complesso, di come uno Stato democratico decide di bilanciare i propri poteri.

Ecco perché il tema della separazione dei poteri continua ad essere al centro del dibattito pubblico, anche adesso, a più di due secoli dalle riflessioni che lo hanno generato.

 

Nota: il contenuto tecnico del quesito è ricostruito sulla base di materiali del Ministero della Giustizia e dei dossier del Servizio Studi della Camera dei Deputati.

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Serena Tortorici

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