Paternità: Esseri padri oggi
Paternità tra Sfide Psicologiche Nuove e Complesse per l’Uomo.
Alla vigilia della festa del papà vorrei iniziare a parlare dell’essere padre partendo dalle parole dello psicologo e scrittore americano Frank Pittman il quale affermava “La paternità non è qualcosa di perfetto che fanno gli uomini, ma qualcosa che perfeziona l’uomo. Il prodotto finale del crescere un figlio non è il bambino ma il genitore”
Come è cambiata la paternità negli ultimi decenni
Negli ultimi decenni la paternità, come dimostrano numerosi dati statistici, ha subito profondi cambiamenti. Secondo l’Istat, nel 2022 in Italia il 21% dei padri ha usufruito del congedo di paternità obbligatorio mentre nel 2012 la percentuale era del 7%, attestando una maggiore partecipazione dei padri alla cura dei figli fin dai primi giorni di vita.
Secondo una ricerca dell’Eurostat del 2021, il tempo medio che i padri europei dedicano quotidianamente ai figli è aumentato del 30% rispetto agli anni ’90, evidenziando una trasformazione culturale che vede i padri sempre più coinvolti nell’educazione e crescita dei figli. Anche se persistono significative differenze tra le diverse regioni italiane e i vari Paesi europei, a testimonianza di quanto il contesto sociale e culturale influenzi questo ruolo.
Quali sono le sfide dei padri di oggi
Diventare padre oggi significa confrontarsi con una serie di sfide psicologiche nuove e complesse per l’uomo. I padri moderni sono spesso chiamati a ridefinire la propria identità, bilanciando aspettative sociali, esigenze lavorative e desiderio di essere presenti nella vita dei figli.
Molti uomini si trovano a dover rinegoziare il proprio ruolo, passando da un modello tradizionale a uno più partecipativo e affettivo. Le aspettative su come “dovrebbe” essere un buon padre possono essere fonte di stress, soprattutto quando si discostano dai modelli familiari vissuti durante l’infanzia più legati ad una società diversa da quella moderna.
Per chi è cresciuto in contesti in cui la vulnerabilità maschile era poco valorizzata, imparare a esprimere e condividere le proprie emozioni può essere difficile. Non da ultima la difficoltà di conciliare carriera e presenza in famiglia può portare a sensi di colpa o frustrazione.
La paternità può avere un impatto significativo sulla salute mentale degli uomini e non solo su quella delle donne. Secondo una ricerca pubblicata nel 2016 su “The Lancet Psychiatry”, circa il 10% dei padri sperimenta sintomi depressivi nel periodo perinatale, una percentuale che può aumentare in presenza di difficoltà relazionali o mancanza di supporto sociale.
La nascita di un figlio comporta spesso una riduzione della qualità e quantità del sonno, che può incidere sull’umore e sulla capacità di gestire lo stress. Alcuni padri riferiscono di sentirsi isolati o poco compresi, soprattutto nei primi mesi dopo la nascita del bambino, inoltre la pressione di garantire stabilità finanziaria può aumentare l’ansia e il rischio di sintomi depressivi.
Normalizzare non scoraggiare
Questo quadro introduttivo non punta a scoraggiare piuttosto a normalizzare determinati tipi di disagi e difficoltà evidenziando come essi siano fisiologici, naturali e come accomunino i due sessi che si accostano alla genitorialità, molto più di quanto immaginiamo.
La paternità resta a tutti gli effetti un’esperienza meravigliosa che sa portare l’uomo ad un grado di consapevolezza maggiore, soprattutto per come è intesa e vissuta al giorno d’oggi.
Ho voluto porre qualche domanda ad alcuni padri appartenenti alla mia cerchia di conoscenze, le cui risposte vi lasceranno nuovi spunti e riflessioni profonde, facendovi scendere anche qualche lacrimuccia di commozione.
Il punto di vista di Andrea (28 anni)
Cosa hai pensato quando avete saputo di attendere il vostro bambino?
<<Quel giorno è stato davvero indimenticabile e la prima cosa che ho pensato è stata “quanto Dio è buono con me!”. Per molti può sembrare scontato ma per me e mia moglie non lo è.
Il mio primo pensiero è stato un pensiero di gratitudine verso Dio perché lì dove i pareri dei medici e della scienza non erano positivi, ha compiuto un miracolo. Con la notizia dell’arrivo di Daniel, Dio mi ha ricompensato di tutte le sofferenze e rinunce fatte anni fa passati nei day hospital dell’Istituto Nazionale dei Tumori.>>
Quando hai capito di essere diventato papà?
<<Ho capito di essere “diventato” papà il 1 Giugno 2025 alle ore 14:29 quando è nato mio figlio e l’ho sentito piangere per la prima volta.
L’ “essere” papà, invece, lo sto scoprendo giorno dopo giorno con tanti sacrifici, notti insonni e anche rinunce ma soprattutto con “l’esserci sempre”, cambiare così il modo e la concezione che si aveva in passato dei padri.>>
L’esperienza di Amrinder (36 anni)
Cosa hai pensato quando avete saputo di attendere vostro figlio
<< Liam non è arrivato per caso, per noi è stata la fine di un percorso e l’inizio di qualcosa di nuovo. Non è arrivato né in anticipo né in ritardo, ma nel momento in cui eravamo decisi e consapevoli. Quando abbiamo fatto il primo controllo dalla ginecologa e qualche giorno prima il test di gravidanza, semplicemente è stata la presa di coscienza che un nuovo cammino era appena iniziato.
Che tutto sarebbe cambiato lo sapevamo, possibilmente in positivo ma in quel momento non lo sai, lo puoi solo sperare, desiderare, e forse un po’ pretendere. Senza un figlio potevi rendere conto solo a te stesso, con un bambino quella sicurezza svanisce, il perno della tua vita si sposta e ti responsabilizzi fin da subito.
Scopri una maturità celata, che probabilmente è sempre stata lì, ma alla quale hai sempre dato poco peso. Sai che qualcosa di più grande è in arrivo e che avrà bisogno di tutte le tue energie, e non puoi rimandare, non puoi dire di no. Maturi in un istante, diventi più consapevole.>>
Quando hai capito davvero di essere diventato papà?
<<È una domanda complessa che non ha una risposta semplice. Ci sono stati tanti momenti. Il primo test di gravidanza, la prima ecografia dove senti il cuore battere e capisci che c’è qualcosa di vivo e che sta crescendo.
La fase della gravidanza dicono sempre che è la mamma a sentirla di più, per ovvie ragioni biologiche, e che il papà la vive diversamente. Io però sono sempre andato a tutte le visite, al corso preparto, ho fatto il percorso accanto a Giulia e mi sono sempre sentito coinvolto.
In sala parto ero presente, ho vissuto tutto in prima persona, ho tagliato il cordone ombelicale. La somma di tutte queste esperienze, questa attesa, si è concretizzata quando dopo il bagnetto, l’infermiere mi ha praticamente messo in braccio Liam, senza che potessi dire aspetta o non sono pronto o come faccio?
In una frazione di secondo tutto è cambiato in modo semplicemente naturale, le mie braccia lo hanno avvolto e in quel momento ho capito che ero diventato un papà!>>
Diventare padre di un figlio non tuo, la parola a Domenico (37 anni)
<<Quando ho conosciuto Sara e per prima cosa che mi ha detto che aveva una figlia le ho semplicemente chiesto se il papà facesse parte della loro vita.
Alla sua risposta negativa a questa mia domanda ho deciso di conoscere la bambina piano piano, senza fretta. Il resto poi è arrivato col passare del tempo, a piccoli passi.
Ho cercato di far capire a Giorgia l’affetto che le potevo darle, il tempo che le potevo dedicare nonostante il mio lavoro molto impegnativo, ma in primis ho voluto conquistare la fiducia della sua mamma facendole capire che si poteva fidare e appoggiare su di me. Non è stata una passeggiata e ancora oggi non lo è.
Anche se non biologico, mi sento un papà, cioè una persona pronta ad indicare a Giorgia il giusto cammino di vita con l’amore e l’esempio.>>

Un’esperienza che ti cambia la vita, Davide (40 anni)
Quando hai capito di essere diventato davvero papà?
<<Il vero momento è stato poche ore dopo la nascita di R., quando si è avverato quello che da mesi mi diceva chi aveva già vissuto questa esperienza: «ti cambia la vita».
Pensavo prevalentemente dal punto di vista delle emozioni -effettivamente molto forti- ma ovviamente si riflette anche in numerosi aspetti pratici, soprattutto all’inizio.
Non sono del tutto sprovveduto e sapevo che ci sarebbe stato un impegno non indifferente, però quello che mi hanno insegnato i primi mesi di vita è che i neonati sono creature completamente indifese e necessitano di continua cura e assistenza per qualsiasi cosa, altrimenti sono persi.
L’impatto delle prime ore è stato piuttosto intenso, è lì che ho capito veramente di essere diventato papà.>>
Cosa hai pensato quando avete saputo di attendere il vostro bambino?
<<È stata quasi una liberazione perché era da alcuni mesi che provavamo ad avere un bambino e dopo due falsi allarmi ci eravamo un po’ demoralizzati, sebbene consapevoli che ci siano coppie che affrontano percorsi ben più lunghi.
Accanto alle normali preoccupazioni che comporta il periodo di gravidanza e il parto, c’era la felicità per la nuova vita che andava concretizzandosi e il desiderio, maturato negli anni, di avere qualcuno a cui tramandare “tutto e qualcosa”.>>
L’amore di un padre affidatario nelle parole di Marco (61 anni)
Quando hai capito di essere diventato papà?
<<Mi hai fatto una domanda che mi fatto pensare molto. Non so se posso dire che ci sia stato un momento preciso o definitivo in cui “ho capito di essere diventato davvero papà”, quanto piuttosto un percorso, da diventare papà e a capire “davvero” di esserlo.
Un essere padre che si è trasformato, maturando nel corso degli anni perché messo alla prova, nelle varie fasi della vita. Certo ci sono stati dei momenti di conferma, come il giorno in cui Sara, anziché chiamarci per nome, come da quando ci siamo conosciuti, ci ha chiamati “papà e mamma”!
Nel mio (nostro) caso di genitori affidatari, non potendo avere figli “nostri”, la scelta di questo tipo di genitorialità è maturata insieme, da un discernimento che ha fatto emergere e renderci consapevoli di una nostra disponibilità ad accogliere un figlio “non biologicamente nostro”, nella nostra famiglia.
È stato così che, al termine di un percorso con il centro affidi del comune, abbiamo conosciuto Sara, che allora aveva dieci anni. Abbiamo offerto una disponibilità non limitata alla scadenza temporale dei due anni, come prevede l’Istituto dell’affido temporaneo, ma che, come è stato nel caso di Sara, sarebbe potuto proseguire oltre, sino alla sua maggiore età.
Ho (abbiamo) pensato ed eravamo consapevoli che non sarebbe stato un percorso facile, e così è stato, anche se non immaginavamo quanto. Ricordo alcuni momenti davvero complicati ma nulla mai ci ha davvero scoraggiato.
Sentivamo in cuor nostro che altre scelte possibil i quali restare senza figli, prendere un cane, dedicarci solo a lavoro o viaggi non ci appartenevano, non le sentivamo nostre, volevamo donarci a qualcuno.
Alla maggiore età di Sara insieme a lei, abbiamo scelto di far diventare questo lungo affido una definitiva adozione. Ed ora oltre che papà e mamma ci sentiamo chiamare anche “nonni” da una bellissima nipotina, che tra poco compirà proprio l’età che aveva Sara quando è venuta a vivere con noi.>>
La parola al mio papà, Giovanni (65 anni)
Cosa avete pensato quando avete saputo che aspettavate me?
<<È stato guardarsi negli occhi con tua madre e sapere che cosa meravigliosa sarebbe stato essere in tre. Un figlio ti fa immaginare un cerchio che si chiude con lei/lui al centro che tiene unite due persone e tanti sentimenti e rende la vita “nuova” e con tante speranze e la certezza che l’amore sarà sempre capace di trionfare. Quel cerchio che si chiude ma non si chiuderà mai.>>
Quando hai capito di essere diventato papà?
<<Non si finisce mai di comprendere quando davvero si diventa papà. Ci si pensa papà prima che un figlio venga al mondo ed in quell’attesa carica di emozione si prova a diventare altro.
Si capisce che tutto sarà diverso, con un prima ed un dopo, un prima egoistico e un dopo altruista, un prima dove si cerca uno scopo e un dopo dove quello scopo prende forma.
Quando quella forma diventa suono e ti chiama per la prima volta capisci che un incontro diventa legame che nessuno potrà mai spezzare, indissolubile. Poi il tempo che passa lo rende speciale perché il figlio porta con sé una nuova ricchezza fatta di sorrisi, carezze, stare insieme, fare cose in empatia, e anche nelle divergenze una crescita reciproca.
Il tempo che passa in realtà rinnova lo spirito dell’essere padre e lo adeguar al presente nient’ altro che un passato che guarda al futuro, un “mapapi”>> -lo chiamavo così da piccola- <<che ti risuona e non ti abbandona mai. In fondo non esiste un momento in cui si capisce di essere padre, ma ci sono tanti momenti in cui si cresce nella consapevolezza di esserlo in una continua ricerca dell’amore che ci unisce.>>
Don Giovanni Salatino, essere padri nella fede
Cosa significa per te essere padre nella fede?
<<Faccio una premessa. Come per la paternità biologica, radicalmente diversa dalla maternità, non ci si improvvisa padri. Devi fare costantemente memoria di cosa significhi essere figlio nella fede di qualcuno e, possibilmente, se hai la fortuna che il tuo riferimento spirituale sia ancora vivo, devi continuare a rimanere figlio. È in questo rapporto sperimenti la paternità di Dio.
La paternità spirituale ha a che fare con la generatività che non è generare alla fede qualcuno, non credo sia nelle nostre possibilità anche perché Gesù ci raccomanda di non chiamare nessuno padre e lui, solo lui, nello Spirito, sa accendere percorsi autentici di fede.
Si tratta piuttosto di farsi compagno di strada di qualcuno che, per affinità o elezione, riconosce in te una figura o che ha permesso lo scoccare di una scintilla, o che ha saputo interpretare quanto lo Spirito gli sta suggerendo, a riconoscere gli spiriti secondo la tradizione ignaziana, aiutandolo a restare su un cammino coerente con l’insegnamento della Chiesa.>>
Ti sei mai sentito padre pur non essendolo biologicamente?
<<Sì, ci sono diverse occasioni in cui mi sono sentito padre. Con i ragazzi del mio oratorio e nel veder nascere in loro cammini autentici di ricerca vocazionale magari proprio a partire da esperienze che avevi ritenuto fondamentali per il loro processo educativo.
Con giovani e meno giovani che ti chiedono di farti accanto a loro nel proprio cammino di fede. Con minori i cui genitori biologici sono venuti meno nella loro responsabilità totalmente o anche solo parzialmente e in un certo senso ti vengono affidati, senti su di loro una responsabilità.
Ho in mente nomi, volti e storie di cui sono grato al Signore perché mi hanno fatto sentire questa responsabilità e quindi sentire padre>>
Per concludere
Un piccolo excursus di voci di padri di tutte le età e provenienze che mi ha fatto comprendere quanto l’universo della paternità sia complementare all’universo femminile della maternità.
Avere un figlio trasforma profondamente entrambi, esteriormente e internamente la donna e strutturalmente nonché psicologicamente l’uomo. La costante è il passaggio da un sentirsi isola a comprendere di non essere più soli, il prendere coscienza di essere responsabili di un’altra vita.
L’amore di un padre non cambia se biologico o meno. Sono ugualmente padri anche coloro i quali non hanno concepito biologicamente quella creatura che è stata loro affidata o chi, come Sebastiano e Giorgio, non è riuscito a diventarlo a tempo debito e che, ad oggi, sentono tanto il rammarico di aver commesso degli errori il primo o di non averci provato l’ultimo.
Entrambi sanno, in cuor loro, di poter essere padri di chi va a chiedere consiglio o di chi vedono più debole e indifeso perché essere padre per loro è sapersi prendere cura dell’altro.
Padre può essere anche un prete che non ha figli suoi ma che sa di avere la responsabilità su tanti giovani che incontra, una responsabilità di salvezza.
Una cosa è certa, mentre una madre è tale dal momento del concepimento, un padre diventa tale nel momento della nascita del figlio, quando il pensiero si fa concretezza, quando il suo bambino o la bambina è per la prima volta tra le sue braccia e i suoi occhi gli ricordano che da quel momento non è più soltanto un’isola.
Auguri a tutti i papà, a tutti gli uomini che si prendono cura di qualcuno.
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