Francesca Di Cara: da Edimburgo al Canada, il viaggio di una vita

Francesca Di Cara: da Edimburgo al Canada, il viaggio di una vita
Francesca Di Cara, Ph.D. Associate Professor Tier 2 Canada Research Chair in Human Immunology and Host Pathogen Interactions.

Intervista a Francesca Di Cara, ricercatrice italiana all’estero

Dalla provincia di Napoli ai laboratori di ricerca internazionali, passando per Edimburgo e il Canada. Francesca Di Cara racconta a Radici il suo percorso di emigrazione, tra scelte obbligate, crescita personale e identità sospese. Una storia che riflette le sfide e le opportunità vissute da molti italiani all’estero.

Le origini del viaggio

Cosa ti ha spinta a lasciare l’Italia per trasferirti a Edimburgo?

Durante il dottorato a Napoli era chiaro che continuare a fare ricerca in Italia sarebbe stato estremamente difficile. Le prospettive erano assegni di ricerca precari, stipendi bassi e nessuna garanzia di una posizione stabile. Le alternative erano abbandonare la ricerca o partire. Se volevo continuare a fare ciò per cui avevo già lottato tanto, l’unica soluzione era andare all’estero. Edimburgo è stata una scelta naturale: avevo già lavorato lì come summer student dopo aver conosciuto una professoressa a una conferenza europea. Era un ambiente solido, meritocratico e stimolante.

È stata una scelta pianificata o un salto nel vuoto?

È stata una scelta pianificata. Avevo già trascorso del tempo nel laboratorio e conoscevo l’università. Non è stato un salto nel buio, ma una decisione maturata nel tempo.

Com’era la Francesca che ha lasciato l’Italia e com’è cambiata negli anni?

Quando sono partita ero più insicura, con una visione del lavoro e della vita molto condizionata dal contesto italiano. A Edimburgo ho cambiato prospettiva: ho riscoperto il valore della formazione, del merito e del sacrificio. Vivere in un ambiente internazionale ti porta a guardare il mondo con meno confini e meno categorie. Non ti senti più completamente “di un posto solo”.

Vivere a Edimburgo

Cosa ti ha colpito di più della vita in Scozia, nel bene e nel male?

La necessità di costruirmi tutto da sola: relazioni, routine, stabilità emotiva. È stato difficile, ma formativo. Edimburgo è una città internazionale, ma i locali tendono a restare tra loro. Così, tra stranieri, abbiamo creato vere e proprie famiglie, diventando supporto reciproco.
Quali sono state le principali difficoltà di adattamento culturale?
Il modo di comunicare. L’enfasi emotiva tipica italiana viene spesso percepita come eccessiva o aggressiva. In ambito professionale è stato ed è ancora difficile adattarsi a una comunicazione molto controllata e indiretta, dove spesso non ti dicono apertamente cosa pensano.

Hai mai pensato di tornare in Italia?

Sì, soprattutto alla fine del contratto a Edimburgo. Avevo persino valutato un master alla Bocconi. Poi ho rinunciato. Successivamente ho partecipato a un concorso del CNR, ma la gestione è stata talmente inefficiente che non sono nemmeno stata informata delle convocazioni. Quello è stato un momento molto rivelatore.

Foto di Logan Gutierrez su Unsplash

Il Canada: il salto oltre l’Europa

Perché hai scelto il Canada dopo la Scozia?

Volevo cambiare e uscire dall’Europa. Conoscevo già il Canada per viaggi precedenti e c’era una continuità scientifica con il mio lavoro. In questo caso, però, è stato davvero un salto nel buio.

Come sono stati i primi mesi?

Molto duri. Sono arrivata a gennaio con meno trenta gradi e un sistema universitario estremamente competitivo. Qui sei completamente responsabile di te stessa: nessuno ti guida. È stato necessario ricostruire tutto da capo, ancora una volta.

Se dovessi descrivere il Canada con tre parole?

Amichevole, indifferente, stancante.

Amore, identità e integrazione

In Canada hai trovato anche l’amore. Com’è nato questo incontro?

In modo molto poco romantico. Lavoravamo in laboratori che collaboravano e per mesi abbiamo condiviso lo stesso spazio di lavoro. Poi, tra uscite con colleghi, concerti e birre, è nato tutto. Oggi siamo sposati.

Quanto ha influito questa relazione sulla tua integrazione?

Molto. Vivere con una persona del posto ti aiuta a capire davvero la società. Ma non ha cambiato la mia identità italiana: resto critica verso il Canada come lo sono verso l’Italia.

Cosa significa oggi per te “casa”?

È difficile dirlo. Non è più solo l’Italia, ma nemmeno il Canada. Forse casa è più una dimensione emotiva che geografica.

Sfide e conquiste

Quali sono state le sfide più grandi come donna e come migrante?

Costruire un curriculum senza una guida. Tutto è stato fatto per tentativi. Come donna, la discriminazione esiste ovunque, anche se oggi si cerca più equità. Come migrante, la lingua e l’essere “non locale” influenzano molto la percezione professionale.

C’è stata una vittoria che ti ha fatto capire di “avercela fatta”?

Sì: ottenere una posizione accademica stabile. Solo una minima percentuale di chi ha un dottorato ci riesce. È una posizione che ti dà libertà intellettuale e voce, persino la possibilità di dialogare con le istituzioni.

Una delusione che ti ha insegnato qualcosa di importante?

Capire che non sempre la bontà viene ricambiata. Esistono persone che agiscono con cattiveria, senza una vera ragione.

Guardando avanti

Pensi di tornare in Italia un giorno?

Mi piacerebbe, ma solo a condizioni professionali dignitose. Altrimenti immagino un futuro diviso tra due Paesi.

Cosa ti manca di più dell’Italia? E cosa non ti manca affatto?

Mi mancano gli amici, la famiglia, il tempo condiviso e il cibo. Non mi mancano la corruzione, la prepotenza e il pettegolezzo continuo.

Che consiglio daresti a chi sogna di partire ma ha paura?

Non c’è nulla da temere. Si può sempre tornare indietro. Non è una condanna, è una scelta.

C’è un motto che rappresenta il tuo viaggio?

“Just do it”. E un’altra frase: nella vita bisogna abbracciare le sfide e dire sì, anche quando sembra troppo difficile. Perché se non inizi, non saprai mai se ce l’avresti fatta.

Ci sono partenze che non fanno rumore.
Una valigia chiusa in silenzio, un aeroporto all’alba, un “ci vediamo presto” che nessuno sa davvero quando diventerà realtà.

La storia di Francesca Di Cara è fatta di queste partenze. Non fughe, ma scelte. Non rotture, ma trasformazioni.
Da un piccolo paese della provincia di Napoli ai laboratori di Edimburgo, fino alle distese innevate del Canada, il suo cammino racconta cosa significa crescere lontano, costruire da zero, cadere e ripartire.

Racconta la solitudine delle prime settimane, il freddo che entra nelle ossa, le telefonate a casa che accorciano le distanze solo per pochi minuti. Ma racconta anche la determinazione, le opportunità conquistate, la libertà di poter dire: “Ce l’ho fatta”.

E forse la parola più difficile da definire resta proprio quella più semplice: casa.
Non più soltanto un luogo sulla mappa, ma un intreccio di affetti, sacrifici e scelte coraggiose.
La sua storia è la storia di tanti italiani nel mondo.

Persone che non hanno smesso di amare il proprio Paese, ma hanno scelto di inseguire il proprio talento oltre confine.
Perché a volte partire non significa allontanarsi dalle radici, ma trovare il terreno giusto per farle crescere.
E, come ripete Francesca, alla fine conta una cosa sola: avere il coraggio di provarci.

Per un’informazione completa

Consulta anche gli articoli pubblicati su:

Giovanni Merone

Articolista che racconta gli italiani nel mondo attraverso il turismo delle radici, le storie dei borghi e le vicende culturali legate alla memoria migratoria. Realizza reportage, interviste e approfondimenti che intrecciano territorio, identità italiana e nuove forme di mobilità globale. Ha perfezionato competenze su scrittura ottimizzata per il web e responsabilità pubblica nella divulgazione informativa, grazie a corsi avanzati in SEO e comunicazione digitale (ANIM e CorrierePL, 2025-2026).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.