L’Arma 2.0: la comunicazione politica in guerra

L’Arma 2.0: la comunicazione politica in guerra
Blogtrepreneur, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

La comunicazione politica in tempo di guerra

La guerra come narrazione: la comunicazione politica nei conflitti contemporanei

Guerra? Datemi uno smartphone e un buon team di comunicazione. Decidiamo da che parte stare, costruiamo la storia, scegliamo i buoni e i cattivi e troviamo le parole giuste. Il resto verrà dopo. La comunicazione politica in tempo di guerra è l’arma più sofisticata del XXI secolo.

Le guerre non si combattono più soltanto con carri armati e missili, esiste un secondo campo di battaglia, quello della comunicazione. Politici, governi e media combattono una guerra parallela, fatta di narrazione, immagini, messaggi strategici e consenso. In poche parole, i politici combattono per controllare il racconto, mentre i soldati combattono sul terreno, poiché proprio il racconto molto spesso è importante quasi come la guerra stessa.

Uno degli esempi più evidenti di questa realtà, è il conflitto iniziato con l’invasione russa dell’Ucraina. Parallelamente allo scontro militare, si è sviluppata una vera e propria battaglia di comunicazione tra Stati, dove il consenso e la divisione del mondo tra buoni e cattivi, sono diventati base della narrativa.

La propaganda non è una novità: è cambiata solo la confezione

Chi pensa che la comunicazione di guerra sia un’invenzione dei social media, probabilmente ha saltato qualche capitolo del libro e preso un brutto voto in storia.

I primi manifesti e giornali propagandistici vennero utilizzati già durante la Prima Guerra Mondiale.  I governi europei li adoperarono per influenzare la popolazione, rafforzare il patriottismo e alimentare l’odio verso il nemico. Di fatto, la propaganda  divenne un vero e proprio strumento di mobilitazione delle masse durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ad oggi, la logica non è cambiata, ogni guerra ha bisogno di una narrazione e di una storia che la giustifichi; quello che realmente è cambiato è il modo in cui la storia viene raccontata. La propaganda attuale, non arriva più da manifesti, ma attraverso video virali, dirette streaming e discorsi condivisi milioni di volte on line. Oggi la comunicazione politica, grazie ad un sistema mediatico globale, può raggiungere l’opinione pubblica internazionale in tempo reale.

Il nuovo fronte della guerra, i social media

Le innovazioni tecnologiche del XXI secolo hanno favorito l’avvento dei social media, aprendo nuove possibilità di comunicazione e di influenza sull’opinione pubblica. Se nel passato i leader politici dovevano avvalersi dei media tradizionali, oggi, al contrario possono parlare direttamente ai cittadini e al pubblico internazionale.

I social network, come Facebook, Instagram, X (Twitter), hanno trasformato profondamente la comunicazione politica poiché hanno ridotto il ruolo degli intermediari, permettendo ai leader e ai politici di raggiungere milioni di persone, diffondere messaggi, costruire narrazioni, orientare il dibattito pubblico e reagire in tempo reale agli eventi.

Come osserva uno studio recente di Wang & Wang: « Zelenskyy employs both textual and visual narratives to construct a war-related agenda, influencing international public discourse.» (Zelensky utilizza narrazioni sia testuali che visive per costruire un’agenda legata alla guerra e influenzare il discorso pubblico internazionale).

Ecco che, la narrazione digitale del presidente ucraino si basa quindi, sulla costruzione di narrazioni capaci di influenzare il dibattito pubblico internazionale.

Leadership e storytelling, il caso Zelensky

La strategia del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, è uno dei casi più studiati nella comunicazione politica odierna. Fin dai primi giorni dell’invasione, il presidente ucraino, ha adottato una comunicazione diretta e simbolica con video girati direttamente con il telefono, discorsi giornalieri e interventi rivolti ai politici di diversi paesi.

Questa strategia social, non è stata casuale, Zelensky ha presentato la guerra come una lotta per la difesa dei valori democratici e della sovranità dei paesi, questa inquadratura, questa nuova percezione ha trasformato la narrazione del conflitto da guerra geopolitica a battaglia tra libertà ed autoritarismo.

La pubblicazione di video informali, le registrazioni nelle strade disastrate della città, gli hanno permesso di costruire un’immagine di leader presente, vicino alla popolazione. Ha fatto appello alle emozioni: solidarietà, paura e senso di appartenenza, rafforzando il sostegno interno ed internazionale.

Parallelamente, alla comunicazione politica, si sviluppano anche numerose campagne di disinformazione, la diffusione di contenuti pubblicati per influenzare o cambiare la percezione del conflitto. Nel contesto della comunicazione politica di guerra, della comunicazione ufficiale dei governi, il controllo dell’informazione diviene quindi una risorsa strategica.

La guerra delle narrazioni

Le guerre contemporanee dimostrano che il potere politico non si esercita solo con la forza militare, ma anche attraverso il controllo della comunicazione, più precisamente della narrazione.

Leader politici, governi e piattaforme digitali concorrono a una competizione costante per raccontare gli eventi. Imponendo la propria interpretazione del conflitto si possono influenzare il sostegno internazionale, la percezione pubblica e persino le decisioni politiche.

E’ necessario ricordare sempre che, la storia migliore non è sempre quella più vera, piuttosto è quella raccontata meglio.

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Serena Tortorici

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