Oltre la mimosa: le donne nei luoghi del potere

Oltre la mimosa: le donne nei luoghi del potere
Union Europea En Perù, CC BY 2.0 , via Wikimedia Commons

Oltre la mimosa: la forza silenziosa delle donne nei luoghi di potere

Tra una mimosa ed un tavolo di trattative internazionali: le donne nei luoghi di potere

Tra una mimosa ed un tavolo di trattative internazionali c’è una distanza che per anni è sembrata naturale, come è sempre sembrato naturale confinare le donne ai lavori domestici o a mansioni ritenute marginali e prive di reale valore, poco importanti, riconoscimento sociale.

Per decenni i luoghi in cui si prendono le decisioni, si decidono gli equilibri politici, economici e diplomatici globali sono stati unicamente o prevalentemente maschili. Certamente non per assenza di competenza femminile, ma per un sistema di base maschilista e costruito su consuetudini consolidate.

L’8 marzo rischia spesso di fermarsi alla superficie della celebrazione, ad un rituale. Ma se vogliamo continuare a dargli un senso senza sviscerarlo della sua reale importanza dobbiamo guardare avanti, altrove, fino ai luoghi dove il potere non si mostra, ma si esercita.

L’obiettivo dovrebbe essere, celebrare, conoscere e far conoscere figure chiave, come Federica Mogherini, che oltre alla mimosa ha portato la forza silenziosa delle donne nei luoghi del potere e nei tavoli delle trattative internazionali.

Dal simbolo alla responsabilità

Federica Mogherini, Ministro degli Esteri nel governo Matteo Renzi, poi Alta Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di Sicurezza. Mogherini, ha rappresentato l’Unione Europea nei più delicati contesti diplomatici della scena internazionale.

Non era una presenza decorativa, non era un’appendice, era la voce istituzionale di 28 Stati membri. Il suo ruolo prevedeva negoziazione, equilibrio, gestione delle tensioni, costruzione di convergenze tra interessi divergenti.

Quando si parla di leadership femminile, bisogna partire dalla responsabilità di quel ruolo, non dall’immagine.

La diplomazia come esercizio di misura

Nel dibattito pubblico attuale, la leadership viene spesso associata al carisma, alla forza espressiva, alla visibilità, alla presenza mediatica costante. Ma, la diplomazia, funziona in modo, molto, diverso. Ogni parola viene calibrata, misurata, ogni dichiarazione è ponderata, ogni silenzio è strategico.

La comunicazione pubblica di Federica Mogherini è stata costruita su tre elementi cardine: misura, continuità del messaggio e legittimazione multilaterale. A differenza di altri leader politici, che fondano il proprio consenso sulla polarizzazione e sull’impatto mediatico, Mogherini si è orientata su un linguaggio istituzionale basato sulla costruzione del consenso.

Nei suoi interventi, ricorrono con costanza parole come cooperation, multilateralism e international law: termini rafforzativi nel contesto di Europa unita come attore collettivo e responsabile sulla scena internazionale. Questa, non è un scelta casuale, ma strategica.

In diplomazia, l’eccesso retorico può indebolire una posizione negoziale; la continuità del linguaggio invece, contribuisce nel rafforzarla ed a costruire affidabilità e credibilità a lungo termine.

Le donne e la loro importanza nei luoghi del potere

Durante un intervento al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul tema Women, Peace and Security, Mogherini affermò: «There can be no sustainable peace without women…» (Non può esserci una pace sostenibile senza donne), questo non è uno slogan, è un’affermazione, politica, potente e precisa.

Sostenere che la pace non possa essere costruita senza la partecipazione femminile significa prendere posizione, riconoscere e sottolineare che l’esclusione delle donne non è solo ingiusta ma soprattutto inefficace.

Ribadisce il concetto affermando che: « Women and young people are agents of change in their lives, in their friendships, in their relationships, in their families, in their communities, in their countries, and also globally.» (Le donne e i giovani sono agenti di cambiamento nelle loro vite, nelle loro relazioni, nelle loro famiglie, nelle loro comunità, nei loro Paesi e anche a livello globale.)

E’ un cambio di rotta importante, per decenni la presenza femminile nei luoghi del potere è stata vista come un’eccezione, quasi una concessione. Oggi invece, le partecipazione delle donne viene sempre più riconosciuta come componente necessaria.

Non siamo arrivate. Siamo entrate

Oggi, che una donna sieda ai tavoli del potere, della diplomazia internazionale, è possibile. Non è automatico, non è scontato, non è regalato. Ancora oggi dinnanzi ad uno scandalo, si tende a puntare il dito sulla donna, ad alzare casi mediatici contro di lei ed il suo operato, soprattutto se ricopre cariche che a qualche uomo possono dar fastidio.

Le statistiche delle Nazioni Unite, mostrano che la rappresentanza femminile nei negoziati di pace e nei vertici strategici resta minoritaria. Ed è qui che l’8 marzo dovrebbe cambiare prospettiva. Non siamo arrivate, siamo entrate. Entrare è un passo, restare e far in modo che altre possano farlo dopo di noi è la sfida. E quando la possibilità diventa concreta, reale, tangibile, non si abbassa l’asticella. La si sposta più in alto.

Tra simbolo e responsabilità, spostare l’asticella

Tra una mimosa ed un tavolo di trattative non c’è più un abisso, c’è una porta aperta. Ma quella porta non è frutto del caso, è il risultato di percorsi, competenze, resistenze, studio e determinazione. Ogni donna che varca o varcherà quella soglia, ha la responsabilità di rendere meno eccezionale il gesto per chi verrà dopo.

Chi varca quella soglia ha la responsabilità di alzare l’asticella, la presenza delle donne in contesti di potere non può fermarsi ad essere solo un simbolo, ma deve essere una consuetudine.

Pensare che il lavoro sia concluso, perché si è varcata la soglia significa accettare lo status quo. La leadership femminile non ha bisogno di stendardi, o di grandi celebrazioni, ha bisogno di modelli visibili e replicabili; non si tratta di chiedere spazio ma di occuparlo.

L’8 marzo non è un punto di arrivo, è un promemoria, di ciò che è stato conquistato, di ciò che resta da consolidare, di quanto sia importante continuare a spostare il limite un po’ più in là. Perché l’obbiettivo finale non è la presenza ma la normalità.

Serena Tortorici

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