Il Destino e i “perché” dell’uomo

Il Destino e i “perché” dell’uomo
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Il Destino e i “Perché” dell’Uomo intesi Come Strada verso la Vera Felicità in un Mondo che Rifugge il Limite.

Pensiamo che una vita sia vera se piena di tante esperienze e la riduciamo a questa sola dimensione: più esperienze avremo, più saremo padrone della nostra vita, più potremo avere tutto sotto controllo e saremo felici.

In realtà, però, è sbagliato pensare di essere soltanto la somma delle nostre esperienze e legare la nostra felicità a quel che ci accade. 

Infatti, in quest’ottica, se mi succedono cose belle sono brava se invece mi accadono cose brutte mi sento sbagliata, cattiva. Noi siamo molto di più.

Interrogarsi sul senso degli avvenimenti

La vita andrebbe esaminata anche nel suo aspetto più vero. Non bisogna essere in balia della vita ma, piuttosto, interrogarci del senso che essa ha. Conta il significato che diamo agli avvenimenti.

Se ci si ferma , allora, a ragionare sul perché ci può essere capitata quella cosa bella o brutta oppure, anche senza capirne il senso, se solo pensiamo a cosa poter imparare da quello che ci è accaduto non scappando ma rimanendo, stando in quel deserto apparente, allora nel caso di un evento doloroso, non ci sentiremmo sbagliati ma capiremmo come questo possa concorrere al nostro bene.

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Il dolore come maestro

Dunque, e non lo dico a cuor leggero, ben venga il dolore se capisco che esso non mi qualifica ma può aiutarmi a capire che la vita non dipende da ciò che ci succede ma dall’insegnamento che sappiamo trarne.

Ben venga il dolore perché fa nascere delle domande di senso: perché esisto? Qual è il mio compito?

Questa società vuole uomini e donne abituati, arresi al fatto che il mondo non possa essere migliorato e che il dolore deve essere evitato, non vissuto, nascosto, taciuto.

Bisognerebbe, invece, vivere da credenti cioè da coloro che agiscono dando il cuore, secondo sant’Agostino. È necessario dare quindi tutto se stessi, il cuore infatti è la parte più intima e profonda dell’uomo, per poter vivere la vita a pieno senza “lasciarsi vivere”.

Importante è comprendere che non possiamo darci da soli quello che cerchiamo, più ci proviamo e più ci rendiamo conto che possiamo arrivare fino ad certo un punto ma non ci é dato di andare oltre.

Un atto di fede

Bisogna fare un atto di fede, comprendere che le cose non iniziano da noi, far pace con la realtà così com’è. Molto spesso gli errori più grandi della vita si commettono perché non si rispettano le cose così come sono.

Sono fatto così, sto dove sto, sono arrivato dove sono, ho combinato quello che ho combinato, riparto da qui, dalle cose come realmente sono non dalle cose come “dovrebbero essere”.

Si parte dal caos, così come anche il mondo stesso è nato, non si può pensare di agire solo quando le cose sono in ordine perché non lo saranno mai.

Prima di agire bisogna aver ben presente e aver accettato la nostra prima chiamata: vivere. Molti, soprattutto i giovani, ne sono la prova gli ultimi fatti di cronaca, pensano di doversi guadagnare la vita, di non esserne degni, senza capire che non devono pagare un ticket, nascono, nasciamo perché Qualcuno, che per me ha la Q maiuscola, ci ha voluti così come siamo e non dobbiamo conquistare nulla.

La vita ci è stata donata, abbiamo già in tasca il biglietto per entrare, non dobbiamo conquistarci nulla. Dobbiamo pensare a vivere, a percorrere i nostri deserti, attraversarli, a sostare lì, proprio lì dove non vorremmo essere e capire che, invece, quella è la nostra opportunità di crescita, per passare al livello successivo se parlassimo come in un videogioco.

È necessario aver sempre ben presente che la miglior vita da vivere è la nostra, che siamo nel posto giusto, nonostante tutto.

Tutto concorre al bene

«Noi sappiamo che tutto concorre al bene» (Rm 8,28). Dio, per chi ha ricevuto il dono della fede, «tutto dispone con forza e dolcezza». «Niente accade senza che Dio lo permetta e Dio niente permette che non possa tornare a sua gloria» scriveva Madeleine Delbrêl.

Occorre leggere negli avvenimenti della storia non soltanto il funesto elenco dei drammi e delle tragedie, ma in primo luogo la potenza e la grandezza di un Destino. Dio, assicura il Salmista, «è per noi rifugio e fortezza, aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce» (Sal 46,2)

Ma per chi non ha ricevuto il dono della fede vale lo stesso? La fede, infatti, è una grazia non è merito, non si ottiene con le opere, come anche San Paolo ci insegna. In sé ogni uomo ha questa domanda grande davanti agli eventi che è: PERCHÉ?

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Una domanda tutta umana

Una domanda tutta umana come umano è il grido di Gesù sulla croce nel momento in cui è più uomo che Dio, o la sua richiesta al Padre nell’orto degli ulivi di allontanare da lui quel destino o, in precedenza, le tante domande del cuore nel deserto in cui viene tentato e, ancor prima,  la sua reazione alle nozze di Cana in cui risponde alla Madre “donna cosa vuoi da me? non è ancora giunta la mia ora!”.

Una domanda che sorge nel cuore di Giuda e lo inquina, che entra nella vita di Pietro e degli altri discepoli quando, seguendolo, non capivano più dove portasse quella sequela. La fede, loro, l’avevano ricevuta, eccome, Gesù stesso ne era la sorgente, eppure, da uomo, la domanda emergeva e rimaneva.

Allora se la domanda è umana, è altrettanto naturale e umano perdersi nella ricerca di una risposta. Il quesito che sorge a questo punto è cosa c’entra dunque la fede con la parte più umana di noi? Cosa c’entra la fede se continuiamo a chiederci PERCHÉ anche quando essa ci viene donata o nonostante ci sia stata donata?

Forse la nostra vera necessità non è la risposta a questa domanda, ma trovare qualcuno o essere per gli altri quel qualcuno che ci dica di stare in questa domanda, di vivere nelle circostanze che ci sono date, non scappare ma rimanere e imparare da quello che ti è dato.

Un pensiero a Patrizia

Concludo, con un pensiero alla mamma di Domenico, il bimbo che ci ha lasciato ed è andato ad arricchire la schiera dei Cherubini.

Non essendo ancora madre ma avendo pregato per lui con lei ed avendo anche chiesto un miracolo che non è stato realizzato, a lei dico umilmente: ascolta questa domanda, piangi su questo PERCHÉ ma non chiudere il cuore. Vivi il tuo dolore, non nasconderlo e dopo averlo vissuto pienamente saprai rinascere da quelle ceneri!

Gesù stesso è stato sulla croce tre ore, lunghe interminabili per gli occhi umani ma tre ore finite e circoscritte per gli occhi dell’anima che sa domandarsi PERCHÉ e accetta di non avere risposta ma, piuttosto, di dover solo usare quel dolore per continuare a vivere e rinascere, ogni giorno.

Se mai dovessi leggermi, cara Patrizia, io sono qui per ascoltare la tua domanda e stare con te in questo dolore che diventerà di nuovo vita, ne sono certa!

 

 

Giuliana Donnarumma

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